Complimenti (in)sostenibili

Oggi, mentre cercavo disperatamente di arrivare in ufficio in orario, ho ascoltato una conversazione su quanto i rispettivi partners, uomini o donne che siano, abbiano perso  la capacità di corteggiarsi e di farsi vicendevoli complimenti. Una conversazione in effetti non particolarmente acuta che però mi ha fatto immergere in una serie di riflessioni piuttosto controverse. Tipo: qual’è stato l’ultimo complimento realmente sensato che mi è stato fatto?

A proposito di questo, non sono riuscita a non pensare a un tipo che ho frequentato un milione di vite fa. In effetti non l’ho proprio frequentato però, pur essendo a suo modo uno squilibrato, è stato quello che mi ha fatto forse il miglior complimento di sempre. E, quindi, lo ricordo con estremo piacere.

Non si sa quanto abbia insistito per uscire con me. Un continuo di costosissimi sms (all’epoca il corteggiamento era obiettivamente un’attività che avrebbe mandato in rosso chiunque) e di telefonate. Le donne sono tutte drammaticamente uguali. A fronte dell’ennesimo sms, invece di mandarlo al diavolo, gli ho dato un appuntamento. E poi ci sono anche uscita ancora. E di nuovo. E di nuovo. Uscivamo moltissimo, parlavamo moltissimo, ridevamo moltissimo. E basta. Era uno strano frequentarsi, il nostro. Un po’, come dire, medioevale. Fatto di sguardi complici che, tuttavia, non si concretizzavano. All’epoca, credendo al romanticismo, mi ero fatta persuasa che fosse un tipo estremamente rispettoso. Però, ecco, c’è un limite pure al rispetto. Alla decima uscita, decido di prendere io l’iniziativa. Di emanciparmi e di tirare fuori entrambi da quella brutta empasse di rispetto non troppo richiesto. Mentre mi raccontava per la duecentesima volta che la nonna soffriva di vene varicose, ho tentato un approccio. Schivato. In effetti, le vene varicose, di chiunque esse siano, non rappresentano un catalizzatore di baci. Attendo che finisca il suo articolato discorso e, prima che mi ammorbi con qualche altro argomento di dubbio interesse, mi riavvicino. Schivata di nuovo. Inizio a pormi delle domande. Mi dispiace a questo punto dover fare una dolorosa digressione. Ma se il nostro cervello ci suggerisce la fuga, per quale motivo continuiamo imperterriti a perseverare in quello che si sta rivelando un pericolosissimo errore? Mentre mi barcameno tra l’imbarazzo e il dubbio, lui mi viene incontro con una dichiarazione che ha dato il colpo di grazia alla mia autostima, già gravemente compromessa dai due dinieghi. “Devo confessarti una cosa.” dice. “Ecco qua” penso e, ringraziando il cielo, non ho tempo di pensare altro “Io ho insistito per uscire con te perchè tu sei amica di X, il fratello di Y”. Pensieri foschi e decisamente confusi si affastellavano nella mia testa. “E dunque?” chiedo. “In realtà tu sei la mia copertura, perchè io sono gay e sono innamorato di Y”. Ciò detto, mi dà un bacio in fronte. Il bacio che si dà ai vecchi e ai malati. “Però non devi essere triste perchè, in fondo, se io che sono gay ti trovo attraente, probabilmente lo sei davvero…”  Beh, grazie del probabilmente. Gli auguro ogni bene e me ne torno a casa, convinta che, pur essendo attraente per un gay, rimarrò per sempre zitella e morirò soffocata da un salatino in cucina. Senza onore, nel silenzio delle mie quattro mura.

So per certo che con Y, eterosessuale piuttosto convinto, le cose non sono andate. Io, comunque, a scanso di equivoci, ho eliminato i salatini dalla mia dieta.

Lady B.

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