Lacrime e cera

Stamattina mi sono alzata dicendo tra me e me la bugia più grande degli ultimi dieci anni. “Oggi mi prendo cura di me”. Poi ho iniziato a ragionare su cosa significhi realmente prendersi cura di se stessi. Non potendo andare su un atollo nel Pacifico (unica vero rimedio a tutti i miei problemi), opto per qualcosa di meno impegnativo. Almeno economicamente parlando. Anche in questo caso, devo forzare un po’ le mie abitudini da cavernicola e prendo la solenne decisione di andare dall’estetista.

Io odio andare dall’estetista. Odio l’odore degli oli essenziali, odio la musichetta zen. Non sono altro che un modo per dissimulare quella che è una vera e propria tortura legalizzata. Sospetto che anche l’estetista, in fondo, sia una carceriera sadica: con quell’espressione di serafico compiacimento con cui mi accoglie, mi fa venire l’impulso di scappare a gambe levate. Si, insomma, cosa avrà da sorridere una che si appresta a planare su di te con un barattolo di cera bollente? Per onore di cronaca, questa ragazza è brava ed è consapevole che io la detesto in amicizia. Quando mi vede entrare, mi guarda e mi dice “Togliti quell’espressione di disperazione da dosso e preparati.” Si, perchè in tutto questo dramma, le clienti devono pure “prepararsi”. Ovvero mettersi dei ridicoli slip di carta che, puntualmente, vengono arrotolati fino a scomparire. Una volta pronte, a seconda del tipo di trattamento, devono mettersi in pose fantasiose per consentire una perfetta esecuzione del rito. Io, spesso, provo una profonda empatia per l’uomo ragno e, di tanto in tanto, per la bambina de “L’Esorcista”. Non tanto per le urla, quanto per le posizioni assunte.

In realtà, il mio controverso rapporto con l’estetista risale a qualche anno fa. Quando ancora non ero consapevole della necessità sociale di recarcisi. In pratica, se non vai dall’estetista sei una sorta di parìa. Non meriti di entrare in alcun consesso socialeIgnara di questa legge, ho vissuto felice per quasi 30 anni. Poi ne ho parlato con le mie amiche. Anzi, a essere oneste, le mie amiche mi hanno preso da parte e, con la solita delicatezza da mufloni, mi hanno fatto presente che ero un caso disperato. E che se non avessi dato una “sistemata” a quella faccenda, qualsiasi uomo mi avrebbe considerata impresentabile. Generalmente, non mi faccio influenzare dagli altri tuttavia, questa unanimità nel considerarmi senza speranza, mi ha portato a ricredermi. Non conoscendo un criterio di scelta del centro estetico migliore, ho adottato l’unico principio che muove tutta la mia vita. “Vai lì dove è più vicino”. A trenta metri da casa. Non è stata una buona scelta. Mi accoglie una signorina con dei cotonatissimi capelli biondo platino che masticava una gomma. Cerco di fare la superamica, subodorando il pericolo. Non funziona. Mi dà senza troppi riguardi il necessaire di preparazione e mi fa accomodare su un lettino. Dopodichè si è scatenato quel fenomeno che io ricordo distintamente come l’inferno dei viventi. Mi fa presente che “il taglio vintage, sulla falsa riga dei film di Tinto Brass, non va di moda”. Le chiedo se è lì per farmi una ceretta o per fare una messa in piega. Non coglie ironia e inizia, con una certa dovizia di particolari, a spiegarmi le differenze tra le varie tipologie di “taglio”. Ne avrà elencate almeno 30, alcuni delle quali prevedevano pure una colorazione. “Sai, quest’anno va di moda il viola”. Con tutto il rispetto, già mi sento sopraffare dalla sfiga, se in più andiamo a colorare di viola ciò che non dovrebbe mai essere colorato potrei non arrivare sana alla fine dell’anno. Cerco di mediare “Io vorrei sentire il meno dolore possibile…” Mi rassicura, con scarsi risultati. E inizia a spargere copiosa cera bollente in posti di cui onestamente ignoravo l’esistenza. Sentivo lacrime di dolore colarmi sul viso. E quella disgrazia che continuava a parlare di quanto mi sarei sentita meglio dopo. Ricordo anche che a un certo punto mi ha detto “Ora sentirai un po’ male!” Ah si? Beh, strano, finora non mi ero accorta che mi stavi scuoiando. Pago e torno a casa di pessimo umore. Non riuscivo a non chiedermi in che modo mi fossi presa cura di me. Mi sembrava, piuttosto, di essermi autopunita per qualche orrido delitto karmico commesso in una vita precedente. Ho cercato di rilanciare tra tutte le mie conoscenze lo stile Grizzly, per fare in modo di cambiare questa brutta consuetudine sociale. Non ho sufficiente forza di volontà. Quindi, come i tristi eroi orwelliani, mi sono conformata alla massa.

Ancora non credo che questo sia il modo giusto per prendersi cura di sè. Tuttavia, poichè nei miei programmi imminenti rientra il tentativo di mettermi un bikini, ho consentito che la tragedia si consumasse nuovamente e, sentendomi infinitamente triste, mi sono comprata due cornetti alla Nutella.

Credo si chiami “Un colpo al cerchio e uno alla botte”.

Lady B.

 

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