(Dis)parità di genere.

Oggi riflettevo relativamente alla parità dei sessi per arrivare alla conclusione che, vista la situazione, a me non interessa. Da un punto di vista assoluto, sarebbe una gran cosa. Lodevole sotto ogni aspetto. E’ la prospettiva relativa che smorza ogni mio entusiasmo. Perchè, avendo visto vanificati quarant’anni di lotta per l’emancipazione per mano di cocotte atteggiate a politicanti, mi sento titolata a dire che io, in quanto donna, voglio essere servita e riverita. E non me ne importa niente del resto.

Apro una parentesi. Questa riflessione è fatta con la piena consapevolezza che non rinuncerei mai alle cose che mi sono conquistata faticando e aggrappandomi con le unghie  a ogni singolo obiettivo che mi sono posta. A ben vedere, tuttavia, questo non c’entra proprio niente con la parità dei sessi. C’entra molto con la forza di volontà però. Che è universale.

E dunque, a me della parità non me ne importa nulla. Io voglio che mi si venga a prendere, che mi si riaccompagni a casa. Pretendo che il mio uomo conosca qual’è il mio fiore preferito e che, al di là di rimirarlo dal fioraio, me ne porti un mazzo una volta ogni tanto. Vorrei anche, se non costa troppo disturbo, che si ricordasse la data del mio compleanno. Ma forse, pure questa cosa rientra banalmente nella categoria “Rispetto”. Perchè non si è mai visto che io debba venirti a prendere la sera (rischiando di essere presa a scopettate da un lavavetri riottoso), debba portarti a cena fuori, magari pagando; debba riportarti a casa e poi, quando ormai è mattina, debba andarmene da sola per la città nel tentativo di ritrovare la strada di casa mia. Questo proprio non va. Anche perchè, con il senso dell’orientamento che mi ritrovo, prima che riesca a capire in che modo possa tornare indietro senza passare per le campagne dell’agro pontino ogni volta, si è fatto giorno e, presumibilmente, dovrei andare direttamente in ufficio.

Questa riflessione scaturisce da un’esperienza che ha segnato profondamente, e male, la mia psiche. Conosco, sempre per mano di amici, un altro soggetto. Bellissimo. Io uno bello così, non credo di averlo mai visto. E infatti davo per scontato che non si sarebbe mai interessato a me. Mi sbagliavo. Ciononostante, fra di noi si frapponeva un problema enorme. La distanza. Io abito in città, lui in un paesino vicino. Il mio problema era evidente: non posso muovermi in macchina, salvo che non abbia assistenza h 24. Non sono autonoma nè, tantomeno, autosufficiente. Però sono molto onesta, quindi metto subito le carte in tavola. Usciamo 2 volte, lui viene a Roma. Poi inizia a insistere affinchè io mi rechi da lui. La prima volta mi è sembrato corretto. Mi imbarco quindi in direzione del suo stramaledetto paesino che, da casa mia, non disterà più di 45 minuti. Qualcosa va storto. Molto storto. Ci metto due ore. E, in più, mi perdo pure per le viuzze del paesino. Quando ci vediamo, sono fortemente contrariata e vorrei spaccargli un tergicristallo sui denti. Decido che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta che mi sarei imbarcata in un’impresa di quel genere anche perchè, ovviamente, sono pure dovuta tornare indietro da quel posto. E ci ho messo circa 3 ore poichè sono riuscita a perdermi almeno altre 6 volte. Glielo faccio presente, senza troppi giri di parole. Però lui ha un sorriso da divo, e quindi la volta successiva, mi ritento la sorte e provo a raggiungerlo. Con un risultato peggiore del precedente. Giuro a me stessa che manco un sorriso da divo mi convincerà a riprendere la macchina per andare oltre il perimetro cittadino. E così faccio. E così si conclude la nostra frequentazione perchè, evidentemente, facendo a gara tra chi era meno interessato, lui vinceva a mani basse. Il che mi porta a pensare che siamo una generazione di disorientati cronici. Io sono disorientata nel senso che non potrò mai andare da nessuna parte senza una badante. La maggior parte delle persone però avrebbe bisogno di un tomtom emozionale. Un navigatore che le orienti e che renda manifesto che l’interesse per una persona non può essere condizionato dalle paure.

In buona sostanza, qualche mese dopo si rifà vivo. Dopo qualche parola convenevolmente carina, mi accusa di essere sparita e mi dice che, se voglio rivederlo, devo prendere la macchina. Il perchè non si sa. Gli dico di no, e rendo manifeste le mie idee sulla parità dei sessi.

Quella sera sono uscita. Sono andata a piedi alla gelateria sotto casa e ho mangiato il gelato al pistacchio più gustoso di tutti i tempi. Aveva quel sapore di rivalsa che poi, effettivamente, si è rivelato più sostanzioso qualche tempo dopo. Quando mi ha chiesto nuovamente di vederci, essendo disposto a venirmi a prendere, e io, facendogli un discorso di treni e di opportunità di salirci a bordo quando è il momento, ho rifiutato.

Lady B.

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