Tonno vs. Minestrone

Approfittando dei 40°, ho mangiato del minestrone. La notizia, di per sè poco rilevante, mi ha fatto ricordare un episodio della mia vita che non esiterei a definire increscioso. Una di quelle cose che, lì per lì, abbattono l’autostima. Poi fanno salire un veleno talmente acido da far venire il fegato verde.

Alla fine del liceo, dopo che il primo uomo con il mestruo in cui mi ero imbattuta mi aveva comunicato la sua volontà (mai concretizzatasi) di morire, conosco un tipo. Lo conosco a una festa di 18 anni. Era un ragazzetto timido, apparentemente molto a modo. Io, dopo essermi imbattuta nel Baudelaire dei poveri, l’avevo puntato dall’inizio della serata.

Iniziamo a uscire. Scopro che è l’uomo senza interessi. Data la mia giovane età, faccio in modo che non solo la stramaledetta crocerossina esca fuori ma che si metta a lavorare con zelo affinché si affacci almeno una passione nella vita di costui. Mi invento di tutto. Cinema, teatro, concerti, passeggiate in posti strani, vernissage, picnic. L’uomo senza interessi non riusciva a togliersi dal viso l’espressione del tonno sott’olio. Accettava passivamente ogni iniziativa e parlava con lo stesso entusiasmo con cui Nixon discuteva del Vietnam. L’unica cosa che sembrava scuoterlo era la musica sinfonica. Una cosa di cui io non sapevo niente e di cui non volevo assolutamente sapere niente. Insomma, una storia che non decollava.

A questo punto urge l’apertura di una parentesi. Quando si inizia ad uscire, a prescindere dall’età, esiste un codice di comportamento universale per uomo e donna. Questo codice prevede al primo punto l’educazione. Vivendo in un contesto sociale in cui l’autoreferenzialità non è mai la risposta ad alcun problema, l’essere educato/a è la base per sviluppare una qualsivoglia forma di interrelazione personale. Al secondo punto, ci sarebbe la chiarezza d’intenti. Non bisogna parlare per metafore. Le metafore non le capisce nessuno: bisogna dire le cose come stanno. Con garbo, però. E’ ragionevole pensare che, a 18 anni, mi possa alterare se il massimo del divertimento che mi proponi è una cioccolata calda in un bar orrendo. Cioccolata che, peraltro, devo pagare io poichè tu sostieni di aver dimenticato il portafoglio. Ma può darsi anche che io sia così cortese da non tirarti dietro una sedia, come meriteresti, ma mi limiti a pagare facendoti notare che è bene che tu faccia una cura di fosforo. Chiusa parentesi.

Dopo questa costosissima cioccolata, ci sediamo su una panchina. Era dicembre e faceva un freddo siberiano. Rimaniamo in silenzio. Fioccavano nel mio cervello, orde barbariche di punti interrogativi. “Che diavolo ci faccio qui? Perchè mi devo surgelare su una panchina di legno e stare pure in silenzio? Il Baudelaire dei poveri si sarà buttato dal V piano? E’ brutto se, per impiegare produttivamente il tempo, mi inizio a togliere le doppie punte?” Cose così, che non si dovrebbero pensare nel corso di un appuntamento.

L’uomo tonno prende la parola. “Ci ho pensato molto.” Addirittura. A cosa tu abbia pensato non si sa, visto che in un mese hai parlato si e no 3 volte. “Non so, è che quando esco con te, mi sento come se immergessi le mani in un piatto di minestrina tiepida.” Eh? Ma cosa diavolo significa?! Rimango attonita per qualche secondo. “Senti V., io non voglio nemmeno immaginare cosa significhi questa cosa, ma se io fossi uscita con una parete di granito forse mi sarei divertita di più.” Assume un’espressione di contrizione, Io nascondo dietro la schiena una pala di legno da dargli in faccia. Per evitare che possa pronunciare altre spiacevoli frasi. Inizia una geremiade angosciante su quanto si senta incompreso. Il fantasma di Baudelaire. Non ci potevo credere. Non solo mi aveva dato della “Minestrina Tiepida” ma ora cercava pure sostegno morale. La pala l’ho data in testa alla crocerossina e mi sono alzata dalla panchina del dolore. L’ho lasciato lì, nella speranza che morisse assiderato.

E, comunque, io ho sempre di gran lunga preferito il minestrone al tonno sott’olio.

Lady B.

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