La scatola dei ricordi

Sono una fenomenale accumulatrice di ciarpame. Nei miei cassetti, nel mio armadio e sotto al mio letto si trova di tutto. Ogni tanto è anche piacevole: spesso mi capita di comprare qualcosa, di buttarlo nell’armadio della vergogna e di dimenticarmene. Dopo mesi la stessa cosa riemerge, appallottolata ed immettibile. Ma è comunque un piacere. Per evitare di essere sommersa dal mio disordine, ieri ho deciso di far pulizia. E’ stata un’esperienza orribile. Ero sopraffatta dalle cose. Mi sono sentita perfettamente in sintonia con la massima “Le tue cose ti possiedono”. Non sapevo da che parte iniziare, quindi ho cominciato dal cassetto più incasinato. Incasinato al punto da non aprirsi più.

E c’era un motivo, forse, per cui all’epoca avevo fatto in modo che non si aprisse. Ci avevo inzeppato con zelo una scatola voluminosissima. Una scatola di cartone nero dove, alla bell’e meglio, avevo disegnato un teschio e ci avevo scritto “Scatola dei ricordi: anni 15-17”. Deve essere stato un periodo molto felice, ho pensato. L’avevo anche chiusa con una quantità imbarazzante di scotch da pacchi. Non ho resistito e l’ho aperta.

Sono usciti fuori anni e anni di vita. Portachiavi, matite mozzicate, disegni, caricature, dediche di amiche, pezzi di diario, un calzino con un buco. Quello, forse, c’è finito per sbaglio. In mezzo a tutta quella roba, sbuca un quadernetto nero. Una specie di Moleskine ma sicuramente tarocco. Sopra avevo appuntato ogni singola cosa che mi aveva colpito in quegli anni, compresa una strana ricetta per preparare un dolce che richiedeva l’uso di 20 uova. In appendice, una tonnellata di bigliettini. Li apro e scopro con sgomento che erano tutte conversazioni con il Baudelaire dei poveri. A testimonianza che, in età adolescenziale, se ci si frequenta per 4 anni ci si scrive una quantità di stronzate veramente fuori controllo.

E dunque inizio a leggere. E mi viene, a scoppio ritardato, l’orticaria. Di lui ho già parlato. Era l’uomo con il mestruo in erba. A 15 anni mi sembrava che fosse quanto di meglio la piazza offrisse. Peccato per tutti quei brufoli che lo facevano assomigliare al disegno cifrato della settimana enigmistica. Peccato pure per quel naso che ricordava, nemmeno troppo vagamente, la vela dell’Amerigo Vespucci. Forse potrei anche soffermarmi sul fatto che pesava, si e no, 40 chili e sembrava un asse da stiro con le orecchie. Ma sarà meglio che non lo faccia. Così come sarà meglio che non mi soffermi sul suo carattere gioioso e pieno di brio. “Questa vita non ha senso, voglio morire”. Leggo, tra i vari biglietti. Avrebbero dovuto abbatterlo quando era in fasce.

Oltre ad aver passato ore e ore al telefono nel tentativo di convincerlo che sarebbe stato carino arrivare quantomeno alla maggiore età, ho passato anche ore e ore in una sala prove che puzzava di muffa. Si, perchè Baudelaire dei poveri strimpellava un basso in un modo talmente fastidioso, che Syd Barrett ancora si chiede cosa abbia fatto di male nella vita.

Leggo tra i bigliettini “Forse dovresti produrre meno rumore e più musica” “Io suono Emo-Hardcore. Ma tu non puoi capire. Tu non hai questa congiunzione interiore di arte e male di vivere”. Ecco qua. Rispondo “No, infatti. Io ho fame. Vado a prendere un pezzo di pizza” “NO! Se esci dalla saletta mi ammazzo! Non puoi cedere a questi biechi istinti materiali.” “Ok. Allora moriremo di inedia…” “Perchè non sei come N.?” N. era la ragazza di uno dei componenti di questo pseudo gruppo. Doveva avere delle qualità che io non riuscivo a vedere. Ricordo i suoi capelli, idrorepellenti e saldamente attaccati al viso. Glielo incorniciavano in un tripudio di forfora. Portava dei pantaloni di 4 taglie più piccole, atti a valorizzare un culo gigantesco. Ed era intelligente quanto una rapa. L’unica volta che mi ha parlato, è stato per comunicarmi che preferiva l’autoerotismo al sesso. Perchè l’autoerotismo è un successo garantito. Io, dal basso dei miei 15 anni, non avevo un’idea, nemmeno vaga, dell’erotismo in generale. E, del resto, come avrei potuto? Uscivo con uno che voleva morire un giorno si e l’altro pure. E, quando non voleva morire, massacrava la musica con un’arma davvero micidiale. Il suo basso.

Nel mio quadernetto, ho annotato anche come è finita questa travagliata storia. Dopo avergli suggerito di buttarsi dal 5° piano di un edificio, lui si è sentito ferito nel suo animo di uomo con il mestruo. Quindi si è innamorato di una povera sventurata di un anno più piccola. Lei, probabilmente, non ha resistito al fascino del “brutto e maledetto”. Manifestavano il loro amore per i corridoi della scuola e io pensavo seriamente di munirmi di una katana vendicatrice.

Baudelaire però si è premurato di farmi per iscritto la seguente comunicazione: “Cerca di capire. Io e MP ci amiamo. Ma è meglio che tu non ti faccia vedere in giro con un altro. Potrei non sopportarlo. Mi uccideresti”. Scripta manent insomma.

Dopo questo salto nel passato, ho chiuso la scatola. Non sapevo bene che farne. Poi ho pensato che alla fine è proprio il nostro passato a caratterizzare le persone che siamo oggi. Quindi, se il Baudelaire dei poveri ha contribuito a farmi diventare ciò che sono oggi, tutto sommato faccio bene a conservare la scatola, la sua eredità di bigliettini e il calzino bucato. Che forse c’è finito per sbaglio o che forse all’epoca aveva un senso.

Lady B.

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One response to “La scatola dei ricordi

  • Maria paola Bernardi

    La sensibilità nel riempire una scatola,L’intelligenza nel chiuderla, La consapevole ironia o la matura tenerezza nel riaprirla valgono bene km di scotch.

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