Anatroccoli, cigni e caffè

Ieri, approfittando della giornata di sole e del fatto che avevo litigato con il 90% delle persone di mia conoscenza, ho messo da parte le duemila cose arretrate da fare e me ne sono andata nella mia piazza preferita. Il bello della mia città è che è piena di piazze, di solito molto affollate. Io, dopo anni di girovagare senza una meta, ho scelto la mia piazza. Dove c’è il mio bar e dove, quando sono stanca o di cattivo umore, mi vado a rifugiare. E’ un ottimo compromesso tra bellezza, quantità di popolazione presente e nome. Si, perchè se si fosse chiamata, banalmente, Piazza Garibaldi o Piazza Kennedy, non avrebbe avuto lo stesso fascino. Invece ha anche un bel nome e dunque l’ho eletta a mia piazza. Di solito ci arrivo a piedi, mettendoci 3 quarti d’ora. Tre quarti d’ora sono un’eternità e soprattutto una faticaccia ma vengo prontamente ripagata quando mi siedo in un tavolino un po’ defilato del bar. Il solito tavolino, con una gamba traballante e messo un po’ di traverso. Dipendentemente dal mio umore, tiro fuori un libro, o un quadernino e una penna, oppure un blocchetto di fogli bianchi e una matita. Dopodichè ordino un caffè lunghissimo, una spremuta d’arancia e un cornetto. E me ne sto da sola, in silenzio, godendomi i miei minuti e le mie ore. Ieri era il giorno del libro.

Conto sempre sul fatto di non essere disturbata. Ma ieri ho fatto male i miei conti perchè, essendo una giornata nata storta, qualcosa doveva pur succedere. Tempo due pagine della solita, interminabile, biografia sento una mano sulla spalle e qualcuno che esclama “Ehi! Ma sei proprio tu! Non ci posso credere!” Mi giro e vedo C.

C. è stato il mio incubo alle medie. Il classico fighetto della scuola, con mille ragazzine al seguito. Tra cui, ovviamente, la sottoscritta. C. non mi ha mai, dico mai, degnato di uno sguardo. Ero perfettamente invisibile. Anzi, quando sono diventata visibile è stato anche peggio. In difficoltà con un corpo sproporzionato e con la coordinazione di Pippo, non ero certo in  grado di competere con le mie compagnette molto più smaliziate. E dunque, ero facile bersaglio di prese in giro. Che assorbivo con molta sportività e che ricambiavo seminando puntine sulle sedie di tutti coloro che cercavano somiglianze tra me e una tavola di compensato. La mia vita alle medie quindi assomigliava ad un inferno. Il tutto poi è notevolmente peggiorato quando hanno cominciato ad esserci le temibili feste di compleanno della terza media. I giochi tipo “Verità o Conseguenze”, i lenti, gli sguardi e io che, puntualmente, facevo da tappezzeria insieme a un paio di compagne sgangherate come me. Ho sperato e aspettato che C. mi invitasse a ballare almeno per un anno. Per sentirmi unicamente dire che lui non poteva ballare con una che portava una maglietta dei Pink Floyd. Poi, per fortuna, le medie si sono concluse e io non l’ho mai più rivisto.

Fino a ieri. Non l’avevo riconosciuto, in effetti. Ricordavo degli occhi verdi, un bel sorriso e moltissimi ricci. Mi ritrovo davanti la brutta copia di Jabba. Calvo, peraltro. Faccio un paio di associazioni mentali, capisco chi è ma decido di prendermela comoda.

“Ci conosciamo?”  chiedo ” Ma si dai, non ti ricordi? Sono C.!” Assumo un’espressione di contrito stupore “Guarda, forse mi confondi con qualcun’altra. Io non riesco proprio a capire chi tu sia” Sorrido. “Si dà da fare per acquistare punti nella mia memoria “Andavamo a scuola insieme!” A quel punto faccio in modo di ricordare. “Ah, si si. Hai ragione.” Senza essere invitato a farlo, si siede. Negativo. Sta contaminando il mio tavolino con una valanga di ricordi spiacevoli. “Sai, sei cambiata tantissimo. Quasi non ti riconoscevo da lontano. Però i tuoi capelli sono inconfondibili” Sorride con fare accattivante. Io sono tentata di tirargli la biografia sui denti. Sorrido e rimango in silenzio. Si sente titolato a parlarmi di tutta la sua vita. Mi limito ad annuire e rispondo a monosillabi. Fa la sparata. “E poi, sai, adesso credo che tu sia maturata abbastanza per poter uscire con me”. C’è un verbo in siciliano che descrive perfettamente quello che io ho iniziato a fare in quel momento: “Santiare”. Io ho iniziato a santiare in tutte le lingue del mondo. Volevo mantenere un certo aplombe ma non ce l’ho fatta. “Diciamoci la verità.” Esordisco “Sei vaniloquente, sei talmente calvo da ricordare un uovo fabergé, pesi molto più del consentito e sembreresti anche piuttosto flaccido. Cosa ti spinge a pensare che io possa anelare a uscire con te?” Lo dico sorridendo. E con un tono di serafica compassione. Non sa come rispondermi, e dunque rincaro: “Del resto, non penso che tu possa voler uscire con una che ancora conserva le magliette dei Pink Floyd. E’ bene che continui a uscire con le fan di Gigi D’Alessio. O chi per lui”. Inspiegabilmente, mi innervosisco. Quindi mi alzo, pago e me ne vado. Zero diritto di replica.

Torniamo sempre al solito discorso. Il banale rispetto. Dobbiamo rispettare paure e insicurezze altrui, dobbiamo concedere il beneficio del dubbio a chi può sembrarci ridicolo e immaturo negli atteggiamenti. E se non vogliamo essere rispettosi perchè, di base, siamo molto maleducati, almeno impariamo a essere strateghi. Perchè potrebbe sempre succedere che ci ritroviamo a essere umiliati una domenica di luglio, in un bar, da una che da brutto anatroccolo spelacchiato, e con la maglietta dei Pink Floyd, si è tramutata in un soggetto molto più che frequentabile.

Lady B.

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