L’annosa questione della versatilità.

Ho deciso che devo cambiare politica relativamente alle faccende domestiche. Per un periodo di tempo sufficientemente lungo, ho pensato che ignorare la presenza piuttosto di rilievo dei panni sporchi stantuffati nell’apposito cesto potesse essere una validissima soluzione. Oggi, a fronte della totale assenza di mutande nei miei cassetti, ho capito che devo accettare con serenità il fatto che devo pulire casa, fare delle lavatrici,stirare e, presumibilmente, fare la spesa. Una giornata consacrata a fare tutto ciò che odio. Mentre ero intenta a rendere celesti dei pantaloni gialli costati un patrimonio, ho riflettuto sul concetto di versatilità. E sull’abuso che se ne fa. Pare che in questo periodo storico, se non sei versatile in realtà non sei nessuno. Devi saper fare qualunque cosa. E, soprattutto, la devi far bene. Io non sono in grado di fare qualunque cosa. E comunque trovo che tutto questo vada a snaturare la mia personalità. Però conosco esseri umani in grado di fare tutto e di ottenere risultati eccellenti in tutto.

Io sono pigra, quindi sono in grado di oziare con un certo stile. Ma questo non implica guadagno. Sono brava nel mio lavoro, che svolgo con zelante serenità. E questo un certo guadagno lo implica. Cos’altro so fare? Rifletto su quanto sia terribile la fame nel mondo, su quanto sia sconveniente la disparità di genere e su quanto non si possano vedere delle scarpe rosse abbinate a un vestito rosa. Ma, dal momento che sono pigra, non faccio nulla per cambiare la situazione. Sono una persona orribile, sotto certi aspetti. Ma prendo atto della cosa e non pretendo di insegnare niente a nessuno. Salvo, appunto, suggerire un abbinamento più accettabile tra scarpa e vestito.

Tempo fa ho incontrato una persona con cui andavo a scuola. Una persona fastidiosissima. Lei era in grado di far tutto: socialmente impegnata, era invischiata in qualsiasi attività promossa a livello scolastico e non. Sportiva, mediamente carina e con un rendimento scolastico di rispetto. Io, all’epoca, guardavo tutti di traverso e mi auguravo la morte repentina del Baudelaire dei poveri. Che, comunque, a livello sociale, sarebbe stato di aiuto per molte sventurate a venire.

Ci incontriamo al supermercato. Generalmente, la mia tenuta da supermercato ricorda la tenuta di un giocatore di polo dopo che è stato pestato da un cavallo. E non mi sono smentita nemmeno quel giorno. Mentre cercavo di trovare, nel reparto sbagliato ovviamente, la candeggina, mi sento chiamare per nome e cognome. La riconosco subito dal tono di voce e dalla quantità fuori controllo di parole che riesce a produrre in un millesimo di secondo. Mi vomita letteralmente addosso tutti i suoi successi. Sì, si è laureata in legge, è avvocato, è sposata, ha tre bambini piccoli. Ha una casa meravigliosa che riesce a pulire senza l’aiuto di nessuno. Io cerco di costruirmi una stronzata colossale da propinarle in quei pochi secondi che mi rimangono. Ma è inutile: se dicessi che ho quattro cameriere, sei mariti meravigliosi e cinquanta figli verrei comunque smentita dalla mia faccia verde malessere. Decido di tenere un profilo basso e di dirle che mi sono concentrata sul lavoro, che ho ottenuto degli ottimi risultati, che parlo quattro lingue, che collaboro con l’università, che non ho manco l’ombra di un figlio, che la mia vita sentimentale è un disastro e che, in virtù di questo, ho deciso di riempirmi l’armadio di vestiti pazzeschi e di scarpe. Che ancora non sono in grado di rammendare un calzino ma che, in effetti, quando mi si bucano, tendenzialmente li butto. Rimane in silenzio e mi chiede se possiamo prenderci un caffè insieme, a casa mia. La risposta doveva essere “NO. Casa mia ricorda un truogolo.” Invece la vedo in difficoltà e quindi la invito per il giorno seguente. Si porta dietro due dei tre figli. Sono talmente inamidati nei loro vestiti, poveretti, da non potersi più muovere. Io, che non so fare lavatrici ma preparo ottimi dolci, avevo fatto trovare una montagna di cupcakes al cioccolato. Così, dopo un secondo, i bambini erano marroni e lei era sull’orlo di una crisi di nervi. Le faccio presente che il bello di essere bambini è, appunto, la possibilità di sporcarsi e di essere meravigliosi lo stesso. Inizia a piangere come una fontana. Io, in queste circostanze, vengo sempre presa alla sprovvista. Non so mai che fare e mi produco in delle frasi che dovrebbero costarmi la fustigazione in sala mensa. Decido di rimanere in silenzio. E, dopo poco, ecco qui che la vita meravigliosa di cui mi aveva parlato al supermercato assume una tonalità un po’ più grigia. Una vita fatta di “ho dovuto lasciare il  lavoro perchè non potevo far tutto, mio marito non c’è mai, pulisco sempre casa e vado solo a prendere i bambini in giro. Tu si che conduci una gran bella esistenza”.

Arrivo alla conclusione, quindi, che forse saper fare troppo di tutto non è così necessario. Basta essere in grado di saper fare con passione qualcosa e fare in modo che quel qualcosa caratterizzi le nostre esistenze rendendole così veramente straordinarie. Facciamo delle nostre passioni, la nostra vita, la nostra professione. La mia vita non è perfetta. E’ un casino. Io passo ore a cercare di capire da che parte posso iniziare a mettere ordine. Però a vederla da fuori, è una vita divertente, piena, appagante. E, dunque, a monte di questa riflessione, credo che oggi le faccende domestiche si sbrigheranno da sole perchè io devo assolutamente uscire e devo ricomprare un paio di pantaloni gialli che, per colpa di una maglietta blu, sono diventati celesti.

Lady B.

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