Blatte estive e camicie viola

Stamattina ho litigato con l’ufficio risorse umane della mia società. Il che, poi, non è esattamente una novità. Mentre mi stavo facendo cadere i capelli nel tentativo di difendere il mio diritto alle ferie, sono stata fulminata da un ricordo.

Un milione di anni fa, sono stata in vacanza con una mia amica. Mentre eravamo impegnate in una maratona di pettegolezzi serale, il classico taglia e cuci estivo, si siede al nostro tavolo un tipo. Una cosa che mi lascia sempre piuttosto sbalordita, è la frequenza con cui perfetti sconosciuti decidono di entrare nella mia vita in questo modo. Sono seduta con un’amica, sto bevendo del vino e sto parlando di argomenti che non interessano a nessuno salvo che a me e alla mia amica. Cosa ti fa credere che la tua presenza rechi un qualche tipo di giovamento alla mia esistenza?

Si siede. E rimane in silenzio. Noi pure diventiamo silenziose. Insomma qualche secondo di silenzio generale. Lo osservo dalla testa ai piedi e spero con tutta me stessa che sia un’allucinazione. Capello medio lungo pettinato all’indietro con un quintale di gelatina che, per l’effetto che faceva, poteva tranquillamente essere strutto; pantaloni neri attillatissimi. Scarpe nere di vernice lucida a punta che lo facevano assomigliare a una Baba Jaga, orrida camicia viola traslucida aperta fino a metà sterno. Con il pelo di ordinanza che usciva solerte fuori dalla scollatura. Un orrore.

Si presenta con tono suadente: “Ciao. Io sono D.” E ammicca. Io rimango con la bocca aperta, la mia amica si presenta. “Non mi dici il tuo nome?” mi bisbiglia, tentando di avvicinarsi al mio orecchio. “No. Ti sei seduto sulla mia borsa”. E’ destabilizzato e, nel tentativo di ridarmi la borsa che nel frattempo è diventata una frittata, inciampa nella gamba del tavolo. La mia amica mi guarda male. Sto facendo di tutto per metterlo in difficoltà e lei, forse, è un po’ imbarazzata. Ma, data la faccia di stagno che si ritrova, D. riprende il discorso. O meglio, il monologo. La mia amica risponde a monosillabi e cerca di sorridere. Io mi metto in modalità “occhio a mezz’asta” e guardo un punto all’infinito. Penso solo che con una camicia di quel colore, porta sicuramente una sfiga nera. Quindi, a buon bisogno, faccio un paio di corna sotto al tavolo e tocco ferro. Mi perdo un pezzo consistente del monologo. Poi mi sento chiamata in causa. Si è rigirato dalla mia parte e si è pericolosamente avvicinato. Rimpiango di non andare in giro con una clava. Il dialogo che segue è un pochino greve nei toni. Ma conto sulla vostra sensibilità: in fondo un muflone vestito di viola traslucido stava cercando un approccio non gradito.

“Ti vedo che sei malfidata, piccola.” Rimango in silenzio, pronta a colpirlo con una bottiglia. “Ma io sono un uomo tenace. Un uomo con la U maiuscola” Si ferma, in attesa di una reazione che, chiaramente, non c’è. “Ho capito che sei una donna sensibile. Sai, tutti noi abbiamo una chiave di lettura. Io devo solo trovare la tua.” A quel punto non resisto. Mi ha lanciato un assist troppo invitante. Lo guardo, gli sorrido e pronuncio l’unica frase della serata: “D’accordo, una volta che l’hai trovata, questa chiave, mettitela al culo”. Mi alzo e me ne vado, seguita dalla mia amica che ha assunto un colorito piuttosto pittoresco.

Non è detto che due donne sole sedute a un tavolo abbiano la voglia irresistibile di essere rimorchiate. Non è detto. Quando una donna vuole le attenzioni di un uomo, si sprigiona una quantità di ferormoni tale che è difficile non  accorgersene. Quindi, se ti avvicini e senti puzza di acido muriatico, raccogli le tue cose e vattene. Così come una donna dovrebbe evitare di rendersi ridicola con comportamenti immaturi, che rendono drammaticamente realistico il paragone con le oche, così l’uomo dovrebbe capire che una camicia viola traslucida lo rende al massimo simile a una blatta alata. E non a un sex symbol.

Lady B.

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