La morte della crocerossina

L’abitudine ad appuntarmi qualsiasi cosa, mi riserva sempre delle (s)piacevoli sorprese. Ho ripescato un ritrovato bellico datato 5 settembre di un anno non precisato. Ero molto incerta se condividerlo con voi o meno. Sono approdata alla conclusione che sarebbe stato meglio farlo così, qualora foste tentate/i di rendervi ridicoli davanti al genere umano, potrete consultare queste righe. Un memorandum per la dignità.

“Ventottenne. Ai limiti della sociopatia ma, ovvimente, è un problema di quarta categoria visto che ho deciso che ne sono follemente innamorata. Eppure, segnali incontrovertibili, mi mostrano che non è nè il principe azzurro nè l’uomo della mia vita. Al massimo un principe marrone che per me, forse, sarebbe disposto a dare un calcio a un tacchino. Sarà che è quasi un anno che provo a fargli notare la mia presenza in modo piuttosto manifesto ma, ora che si è accorto che non sono solo una simpatica collega di corso, non mollo la presa. Devo assolutamente fargli capire che sono la donna della sua vita. E così mi trasformo nella disgraziatissima crocerossina. Ce l’ho scritto in fronte che voglio essere presa per il culo. Ci ho messo sei mesi per fare in modo di essere invitata a cena fuori. Sei mesi: il tempo che ci hanno messo i ribelli libici per far cadere Gheddafi. Ho iniziato a prepararmi con tre giorni di anticipo. La mia condizione di single impone un certo disinteresse del dettaglio. Così, ad un anno di distanza, mi sono resa conto di quanto fosse impellente andare dall’estetista che estirpa con la grazia di un elefante tutto quello che deve essere estirpato. Mi sento come un capitone a ridosso di capodanno. La giornata prima della cena è stata un incubo farcito di seghe mentali. “Si è dimenticato. Di sicuro si è dimenticato”. Mi ripeto ossessivamente. Il giorno della cena sono talmente stressata che ho delle valige sotto agli occhi. Smonto l’armadio e non trovo niente da mettere. Le gonne sono da escludersi, i jeans mi stanno tutti male, i pantaloni di lino si spiegazzano troppo facilmente. “Vacci in mutande.” Mi suggerisce un’amica, evidentemente un po’ seccata dalle mie forse eccessive telefonate. A cena la conversazione non decolla. Mi fa un monologo sul suo lavoro e io mi sento morire. Perchè se al primo appuntamento un uomo ti parla solo del suo lavoro, qualcosa evidentemente non sta funzionando. Cerco di animare il tutto ma ottengo risultati sindacabili, così nel mio cervello si materializza la perfida scimmietta che suona i piatti e che impedisce la formazione di frasi di senso compiuto.” Finisce quest’agonia e io mi proietto con la testa nel letto. Sola, in compagnia del gatto. Insospettabilmente, mi bacia. E io, invece di godermi un bacio atteso per un periodo lungo quanto una gravidanza, mi chiedo perchè lo stia facendo. Sembravo Giovanna d’Arco. Avevo allucinazioni uditive. Questo stato di grazia è durato poco: già dal giorno dopo, il ventottenne inizia a dare drammatici segni di squilibrio. “Non possiamo rivederci subito. sarebbe una forzatura per il mio animo”. Oh. Così, naturalmente, passa un mese e mezzo prima che fuoriesca dal buco nero dentro cui, evidentemente, era inciampato. Ci vediamo a fasi alterne e sempre più di frequente. Da una volta al mese a una volta ogni due settimane. Gli faccio notare che, più che uscite tra due persone che si frequentano, i nostri sembrano incontri carbonari finalizzati a scuoiare il parroco del quartiere. Cerco di fargli capire che è una cosa bella quella che ci sta succedendo. Farnetica qualcosa, sempre sulle forzature. Nonostante io continui a vederlo bellissimo, intelligentissimo e tutto ciò che termina con -issimo, qualcosa in me si ferma. Ho ancora le allucinazioni uditive ma, al posto della musichetta angelica, suona il requiem di Mozart. Lo osservo attentamente. Continua a fare cose strane. Dovrebbe stare abbracciato a me, sussurrarmi cose carine. Al massimo, fumarsi una sigaretta mentre si gratta la pancia. Invece gira in modo ossessivo compulsivo per la mia stanza, tira fuori i miei libri, dice banalità, giocherella con una matrioska ritraente Breznev, che gli farei ingoiare, e dice di essere in procinto di andarsene. “Ma come?” “Eh lo so. Sto andando con alcuni amici a sentire un concerto folk…” Non aggiunge altro. Nè un “Vieni anche tu” nè un “Mi dispiace”. “Oh, beh.” riprendo io “Allora sbrigati…non vorrei proprio che facessi tardi”.  Non coglie ironia, tant’è che si prepara con sollecitudine e mi saluta dandomi due pacche amichevoli sulle spalle. Sono troppo incredula per ribattere. Due pacche amichevoli si danno all’amico d’infanzia colpito da un lutto. Alla cuginetta cui è morto il criceto. Non a me. Mentre mi straccio le vesti da crocerossina, mi viene in mente questa frase “L’essenziale è invisibile agli occhi.” Si, e alcune volte sarebbe opportuno che rimanesse tale.”

Smettiamo ovviamente di vederci. Io cancello tutto quello che mi ricorda la sua presenza perchè, pur non odiandolo, non sono entusiasmata dalla sua esistenza. Chiaramente succede sempre la stessa, imbarazzante, cosa. Mi chiama un paio di settimane fa. Ha bisogno di parlarmi. Faccio un respiro. Mi guardo la punta delle dita e gli dico che sono veramente spiacente ma stavo uscendo. Per andare a vedere un imperdibile concerto folk.

Lady B.

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