L’amore della pantera

La tristezza della mia vita attuale si rende manifesta con le cene che consumo. In piedi, davanti al frigo, mangio ciò che i comuni mortali buttano senza pensarci troppo. Croste di parmigiano, prosciutto vecchio, tozzi di pane secco. Stasera, visto che avevo passato due giorni incredibilmente brutti, ho deciso di viziarmi. Mi sono comprata l’impossibile. Insalate con mango e avogado, roastbeef, provole campane affumicate. Ah, e del prosciutto fresco.

Torno a casa e inizio a sciacquare l’insalata. Penso che sarebbe il caso che la disinfettassi con l’Amuchina ma, improvvisamente, vengo folgorata da un ricordo. Un tipo con cui sono uscita per diversi mesi. Un bravissimo ragazzo, veramente. Psicopatico ma di buon cuore. Ci conosciamo a un ciclo di conferenze. Io dovevo presentare dei progetti e lui simula un finto interesse per il rilancio in chiave post industriale dell’economia russa. Apprezzo lo sforzo e il fatto che sappia dove è situata Kaliningrad. Iniziamo a uscire. Parliamo di tutto, andiamo a teatro, al cinema. Molto stimolante. Iniziamo a frequentarci e mi invita a cena da lui.

Ed ecco manifestarsi, in modo inequivocabile, i segni di squilibrio. Busso alla porta e mi chiede di togliere le scarpe. Giusto, penso. E’ uno che tiene alla pulizia. Di buon grado, e pregando di non avere i calzini bucati come al mio solito, mi levo le scarpe. Mi osserva e, con tono conciliante, mi dice “Anche i calzini. Non si sa mai”. Si accende nella mia testa la solita spia di avvertimento. Comunque mi tolgo i calzini e mi vengono date delle demoniche pattine bianche immacolate, ancora avvolte nel cellophane. Cado immediatamente per terra: il connubio tra le pattine e un pavimento appena lucidato con la cera è veramente infelice.

Cerco di non pensare al fatto che potrei trovarmi a cena con Hannibal Lecter e provo ad assumere un atteggiamento propositivo. Provate ad essere propositivi in una casa completamente bianca, che odora di disinfettante, con uno che va in giro in modo ossessivo compulsivo con delle strane pezzette di camoscio per lucidare superfici di marmo che, peraltro, in casa non ci sono. Se ci riuscite, vi dò il numero di questo soggetto.

Prima di sedermi a tavola, sono invitata a lavarmi le mani due volte con un sapone nero, all’acido fenico. “Fa molto bene alla pelle ed è fortemente igienizzante”. Ok. Grazie. Nonostante non fossi mai stata così pulita, sentivo di puzzare di ospedale. Prima di cena, la madre del mio ospite chiama due volte. E per due volte chiede al figlio se si è ricordato di asciugare la doccia perchè altrimenti potrebbero formarsi degli spiacevoli residui di calcare sui vetri.

Cerco di tenere su la conversazione, per quanto desiderassi fuggire e rotolarmi nel fango. L’insalata ha un sapore stranissimo. “Mi sa che mi sto lasciando un po’ influenzare da una serie di circostanze, ma quest’insalata ha un retrogusto particolare. Come di Viakal, ecco” “Ah no, no. L’ho lavata con un disinfettante. Sia mai che ingeriamo qualche inquinante”. Mi passa la fame. Se l’insalata sa di Viakal, di cosa potrà mai sapere il dolce? Di Glassex?

Tiro fuori, quindi, la carta vincente dal mazzo. “Sai, ho due gatti. Dormono con me. E uno, peraltro, esce tutto il giorno. Quando torna fa schifo…è sempre polveroso e un po’ maleodorante”. Rimane con la forchetta a mezz’aria. Sotto choc. Mi fa presente che, se io mi ostino con quest’atteggiamento infantile che mi porta a voler dormire con due affari che sicuro hanno le pulci e mi faranno venire qualche orrida malattia, noi non potremo più vederci. Colgo la palla al balzo per salutarlo e per scappare a gambe levate.

Quando arrivo a casa, accendo la luce e mi siedo per terra. Mi chiedo se mai incontrerò una persona normale. Mentre me lo chiedo arriva zampettando la mia pantera nera. Si stiracchia, sbadiglia e mi si avvicina. Mi si siede sulle gambe e ci guardiamo. Gli chiedo “Mi vuoi bene?” . Mi dà una nasata fredda su una guancia, fa due fusa, dice “Meow”. La cosa più onesta che io abbia mai sentito pronunciare negli ultimi anni. Vado a letto e lui si aggomitola ai miei piedi. Il mio universo è in equilibrio.

E allora sapete cosa c’è? Che se essere infantile significa poter godere dell’amore incondizionato dell’essere più libero e indipendente del creato, allora non ho proprio intenzione di diventare adulta e matura. E, per inciso, l’insalata la sciacquo solo. Me la mangio con tutti gli anticrittogamici di questo mondo.

Lady B.

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3 responses to “L’amore della pantera

  • uomosenza

    Da qualche giorno leggo qui, ma attiri così tanti psicopatici? Ovvero, forse questo più vero, racconti solo un lato delle storie, infatti sei sempre in ombra nei racconti, come se i protagonisti principali fossero gli altri e non tu. Questo è solo un pensiero ad alta voce che mi è uscito inopinato. Perdona l’intrusione.

    • ladybarattolo

      Ogni storia viene raccontata secondo una particolare angolatura. Io sono la protagonista nella misura in cui le manìe degli altri si incrociano con la mia esistenza. Ma sono anche una voce narrante e, dunque, avulsa dal contesto.

  • Sunbynight

    Purtroppo io con uno così ci sto.
    Tutte le sue manie le ho scoperte quando per il mio cuore era troppo tardi.
    Ti dico che ha fatto fare le fodere per le sedie della cucina che sono color crema con dell’altro tessuto identico color crema: “sia mai che si sporcano”. E signore mio se si sporcano si rifoderano!
    “E no, mettiti le scarpe, lasci le impronte” NON LE SOPPORTO LE SCARPE!
    E’ inutile, sono manie. Non capisce.
    Aiuto!

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