Seratona al circolo bocciofilo.

“Che ne dici se gli lascio il mio numero scritto su un tovagliolo?” Mi chiede S. Molto romantico. E perfettamente inutile, considerata l’epoca in cui viviamo. “Ok.  Si, lascia pure, è un’idea carina.”

Questa conversazione con la mia amica mi fa pensare a quanto siamo ancorati a un modello di corteggiamento profondamente retrò e condizionato dal lieto fine  presente solo nei film. Si, insomma, quelle storie in cui lei lascia cadere, con un carico incredibilmente elevato di pathos, un fazzoletto bianco, lui prontamente lo raccoglie e glielo porge. Dopo esserselo portato al viso per inspirare il profumo di lei. Siamo realisti. Se a me dovesse cadere un fazzoletto, presumibilmente mi verrebbe rubato da un cleptomane di passaggio. E, comunque, non ho in borsa fazzoletti ma solo scontrini accartocciati.

Comunque non volevo parlare dei miei scontrini. Volevo dire due cose a proposito di S. Anzi, dei casi umani che ogni tanto pesca dal suo panierino dell’amore. Perchè S., insieme ad un altro paio di mie amiche, sono la prova vivente che io sono in ottima compagnia. Non so cosa cerchi lei in un uomo, non so nemmeno se cerca un uomo attualmente. Le nostre uscite assumono sempre un contorno a metà tra il farsesco e il grottesco. Ci agghindiamo come due alberi di Natale, ci prepariamo con solerzia, ci ripromettiamo di compiere una strage e poi finisce sempre che ci mangiamo un cornetto alle 3 del mattino chiedendoci cosa sia andato storto. Perchè va sempre storto qualcosa. In teoria, per la legge dei grandi numeri, un’uscita su cento dovrebbe chiudersi positivamente. Noi siamo l’eccezione alla legge dei grandi numeri. Forse non dovremmo mai più vederci, forse dovremmo sportivamente rinunciare alla nostra amicizia per dedicarci, a diverse miglia di distanza l’una dall’altra, alla nostra serenità sentimentale. Non credo che accadrà. Comunque ricordo con piacere alcuni episodi terribili.

Settembre. “Andiamoci a prendere un aperitivo in questo locale. C’è bella gente, bella musica. Dai, ci divertiamo sicuro. Mi raccomando, vestiti bene!” Ok. Rientro dal lavoro, mi strizzo in un vestitino minuscolo, prego che non ci sia vento quella sera, e mi vedo con lei in questo posto. Obiettivamente una bellissima terrazza, con tanto di piscina. Ci incontriamo con altre persone e la serata prende avvio. Prende talmente avvio che ci ritroviamo alle costole due sessantenni ammiccanti. Non so, un sessantenne che ammicca nella mia direzione mi fa pensare che abbia un’aneurisma oculare, ammesso che tale malattia esista. Optiamo per la fuga.

Novembre. “Andiamo a ballare qui. E’ un bel posto. Vestiti bene e non metterti il vestitino della serata in terrazza che porta sfiga.” Ci si attacca a qualsiasi cosa pur di giustificare un fallimento. Anche al fatto che i miei capi di abbigliamento siano posseduti da Malacoda. Arriviamo in questo locale e nell’ordine incappiamo in: due ragazzetti che si presentano e mi provocano un immediato svenimento per via di una brutta faccenda di aliti profumati come quelli di un cavernicolo; un soggetto dalla sbronza triste, che vuole per forza lasciarmi il suo numero di telefono e che, non capendo il mio nome, decide di ribattezzarmi “Ostilità”. Non contento, mi segue per mezzo locale raccontandomi di quanto sia brutto essere scaricati. “La prossima volta che decidiamo di andare a ballare” dico a S. “avvertimi con più anticipo che mi amputo un dito. Così avrò una buona scusa per non venire…” La serata finisce sugli scalini di una chiesa, io e S senza scarpe, e vicino a noi una busta di cornetti.

Luglio. “Ho trovato un posto bellissimo!” Non riesco a trattenere una parolaccia. Un insuccesso annunciato. Mi strizzo in un tubino rosa, sfoggio le scarpe più belle della storia e, anche questa volta, mi trovo con un fucile spianato nel tentativo di allontanare l’unico over 60 del locale. S. sghignazza, io un po’ meno.

“Possibile che queste uscite debbano finire tutte allo stesso modo?” Chiedo. Vedo S. pensierosa. “Sai cosa mi è successo una volta?” E mi inizia a raccontare di una brutta storia ambientata in un ostello tedesco. Lei e lui avvinghiati come le patelle agli scogli e lui, in evidente piena fase premestruale, che si produce in un esordio da oscar”Lo so cosa vuoi da me. Che ne dici se, invece, ce ne andassimo a fare una partita a ping pong?” La romantica serata si è conclusa con le racchette in mano e gli ormoni in borsa.

Mentre penso a tutte queste cose, osservo S. che scrive il suo numero su un tovagliolo color senape. Il destinatario del numero è un suonatore di bonghi sinistramente somigliante a un gorilla che sta eseguendo un numero nel locale dove siamo andate. Si era avvicinato una mezz’ora prima, raccontandoci di tutti posti in cui aveva suonato. Un racconto così emozionante che io mi sono addormentata sul divanetto. Mi gioco la carta finale “Suona malissimo. Ed è piuttosto confuso: più che suonare i bonghi, sta prendendo a calci il panchetto dove sta seduto.” “E’ un artista.”  Furtivamente, gli lascia il numero vicino alle bacchette. Poi ce ne andiamo. E ci mangiamo il solito cornetto dell’amarezza. Stavolta nemmeno il sessantenne mi si è avvicinato, sento il fiato della decadenza sul collo.

“Ti ha chiamato il gorilla?” chiedo il giorno dopo “No.” “Lo sai che, probabilmente, si è soffiato il naso sul tuo numero di telefono?” “Si.” Alle volte, non c’è bisogno di dirsi altro. Visualizzo nella mia mente un enorme cornetto alla crema e, virtualmente, glielo offro. La prossima volta, seratona al circolo bocciofilo.

Lady B.

 

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