Un fiorito giamaicano

Ci sono dei giorni in cui la tecnologia non collabora.

Nel mio caso, la tecnologia non collabora mai. Sono giorni che non funziona niente: non funziona il pc, non funziona il telefono (si, proprio lui. Quello che alle 6 del mattino mi chiede di essere aggiornato), il televisore funziona solo quando devono trasmettere cose che non mi interessano e, per non farmi mancare nulla, si sono rotte le casse dello stereo. Insieme a tutto lo stereo. In effetti, ci sono dei periodi in cui, oltre alla tecnologia, non funziona proprio la vita. Non si trova lavoro, inspiegabilmente ti bocciano all’esame che pure il più cretino dei tuoi colleghi di corso ha passato, perdi gli autobus con costanza, ti si rovinano i tacchi delle scarpe e, a buon bisogno, vieni pure scaricata dal più cerebroleso del circondario. E per cena, a casa, tua madre ha preparato zucchine bollite. Ecco si, ci sono dei periodi così.

C’è una mia amica che si trova proprio al centro di uno di questi momenti. Sta in forma smagliante. Sembra Fassino. Oggi abbiamo parlato a lungo ed è talmente pensierosa che tutti i suoi pensieri hanno intasato il mio cervello e adesso ho tutte le sinapsi scollegate. Un brutta faccenda. Talmente brutta che ho deciso di non soffermarmi sulle sue vicende ma di prendere in considerazione un aspetto della vita sociale che mi sta molto a cuore e che, peraltro, ho già trattato. Le regole dell’approccio.

Già perchè, nel mezzo del pandemonio odierno, mi sono comunque imbattuta in un uomo mestruatissimo. Che me ne ha ricordato un altro ancora più mestruato. Insomma, una catena di Sant’Antonio che non riuscivo a interrompere.

Piccola premessa. Se vedi per strada due ragazze, di cui una è in preda alla disperazione cosmica e l’altra è diventata un dispenser di fazzoletti, cosa ti suggerisce di fare il tuo smeraldissimo istinto? Il mio, ad esempio, suggerirebbe di cambiare marciapiede e di lasciare le due al loro tragico destino di kleenex appiccicosi. Meno male che la gente ragiona in modo diverso per cui oggi, mentre ero intenta a cercare di non essere travolta da uno tsunami di lacrime, vengo apostrofata da uno. Una specie di signor Manson, però in versione roscia. “Scusa, scusa, scusa!” grida, inseguendoci. Per qualche strana ragione, mi sento immediatamente colpevole. Quindi assumo un contegno di chi è stato colto con le mani nella marmellata. Mi chiede l’ora. Io non porto mai l’orologio e dunque chiedermi l’ora è vieppiù ridicolo. Specie se per farlo devi correre per mezzo isolato e al polso hai un orologio che pesa almeno sei chili. “Puoi vederla sul tuo…” rispondo. La mia amica decide di interrompere il flusso del suo dramma per guardare questo soggetto di sottecchi. “Devo assolutamente sapere come ti chiami” “Perchè?” Una risposta cretina a una domanda cretina. “Perchè sei stupefacente. Anzi fai una bella cosa. Dammi proprio il tuo numero” Si, e visto che ci sto ti dò anche l’indirizzo e le chiavi di casa. “No.” Mentre si svolge questo teatrino della surrealità, mi viene in mente una cosa che mi era capitata qualche tempo prima. Un tipo, mai visto e conosciuto, amico di un’amica, che si aggrega ad una serata. A malapena ci presentiamo e, comunque, non ci parliamo perchè io ero troppo impegnata a fare discorsi di concetto con un’altra ragazza, dunque non avevo tempo. L’unica cosa che gli sento dire è una frase di una noia mortale. Dico frase perchè il resto del discorso, devo essere franca, mi sono riservata di non ascoltarlo. Insomma, esce fuori che il giorno dopo mette in croce un’altra mia amica per avere il mio numero, dal momento che deve essere stato colpito dalla mia irresistibile simpatia. Peccato che questa mia amica fosse la sua ex.

Cosa diavolo vi passa per la testa? Ci sono degli atteggiamenti esecrabili che dovreste cercare di evitare. E questa cosa la dico con uno spirito profondamente filantropico perchè io, fossi in voi, non vorrei essere presa a sgabellate in testa dalla mia ex, e dall’amica della mia ex, per ottenere un numero di telefono che vi sarà utile quanto uno scarpone da sci in piena estate.

Ciò detto, torniamo a questo soggetto. Il quale, per caricare ancora più di pathos la scena, pensa bene di prendermi le mani. “Sono disposto ad aspettare una vita per te.” Eh, allora mi sa che è bene che ti prendi uno di quei panchetti dell’Ikea e ti metti comodo. Poi si accorge della presenza della mia amica e le fa notare che non ha proprio una bella cera, per questo forse non l’ha notata. L’occhio della mia amica è talmente a mezz’asta da essere quasi a lutto. E la serpe, non trovando di meglio da ribattere, dice: “Guarda che lei (ovvero io, ovvero Lady B.) è un giamaicano.”  Il sorriso del tipo si spegne un po’ e, con mestizia, ci separiamo.

“Perchè gli hai detto che sono un giamaicano?” “Perchè hai i capelli afro e i pantaloni a fiori”. Alle volte, il bene che ci si vuole, si manifesta anche così.

Lady B. -che vanta solide origini italiane e una spiccata e innegabile femminilità.-

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