Nikita. Una triste storia di storioni essiccati

Ci sono alcune cose che non smetteranno mai di sorprendermi. Ad esempio, quanto possa essere spiacevole rimanere bloccati nel traffico, chiusi in un autobus talmente pieno di gente profumata da ricordare un barile di alici immerse nel garum. Ma ce ne sono anche altre di cose che mi sorprendono. Una su tutte, quanto la testardaggine, spesso, vada di pari passo con la deficienza più bieca.

Facciamo un piccolo passo indietro. Può capitare di commettere un errore. A chi è che non è successo, in fondo. Si, può capitare di decidere di uscire un paio di volte con una persona e di rendersi conto che sia stimolante quanto uno storione essiccato. L’importante, una volta che si è interiorizzata questa piccola verità, è metterne con delicatezza a parte l’altra persona. E’ ovvio che nessuno dirà mai “Piuttosto che vederti di nuovo, mangerei uno scarpino da calcetto”. Però ci sono tanti piccoli sistemi ed escamotage per far intendere un messaggio. Io, ad esempio, utilizzo un chiaro ed incontrovertibile metodo: “Mi sono resa conto che non abbiamo molto in comune. Dunque, è meglio che lasciamo perdere per evitare di dar luogo a situazioni antipatiche”. Non c’è possibilità di fraintendimento. E siamo tutti più contenti. Qualora questo sistema non funzionasse, scatta la politica del “no”. Anche’essa chiara e piuttosto di impatto. “Usciamo?” “no.” “Andiamo a bere una cosa?'” “no.” “Hai voglia di prendere un gelato?” “no.” “Sei morta?” “no.” Anche perchè, altrimenti, sentiresti uno spiacevolissimo odore. Dunque, la politica del no, pronunciato con tono monocolore. Che farebbe passare ogni fantasia anche a Priapo. Generalmente, è un sistema che non fallisce. Anzi, per meglio dire, che non ha fallito quasi mai. Poi mi sono imbattuta in un incubo raro. Un essere a metà tra l’uomo con il mestruo e il caso senza speranza. Usciamo tre volte. Alle seconda mi ritrovo a pensare che sia completamente pazzo dal momento che, appena salgo in macchina, mi dice “Quanto mi sei mancata, amore mio!” Eh? Gli faccio notare che, forse, non è il caso di farsi prendere da facili entusiasmi. Cioè, prima dell’ “amore mio” deve passare qualche uscita, devo ricordare come fai di cognome. Dovrei, in teoria, capire se l’effetto che produci su di me è “farfalle nello stomaco” oppure “storione essiccato”. Niente, non ce la può fare. Io sono l’amore suo e lui per me è insindacabilmente diventato Nikita lo Storione. Con l’aggravante che non produce caviale. Alla terza uscita, sfoggio tutta la mia delicatezza per dargli il benservito, con la frase poc’anzi trascritta. Lui dà mostra di aver capito, io mi sento alleggerita e la vita riprende a scorrere serena. O quasi. Infatti, tempo due giorni, ricomincia a darmi il cordoglio. Metto in atto la politica del “no”. E lui nuovamente sembrerebbe aver afferrato. Riemerge dopo una settimana. “Io non capisco. Perchè ti ostini a non voler stare con me?” E qui ho peccato. Ebbene si, in un eccesso di bontà, non gli ho detto “Non voglio uscire con te perchè sei veramente un rompicoglioni”. Mi sono inventata una storia drammatica, strappalacrime, di un amore tormentato che era finito e ora, magicamente, è ricominciato. Una bugia talmente eclatante da sembrare quasi credibile. Tra il lusco e il brusco, lo metto a parte di un dettaglio. Il mio inesistente fidanzato è cattivissimo. Così, a scanso di equivoci, sia mai gli venisse in mente di farmi una sorpresa. Passa un’altra settimana e il karma, come al solito, mi punisce. Nikita vuole salvarmi da questo essere ignobile che, palesemente, non mi merita. A questo punto sono in gravissima difficoltà. E decido che non voglio essere salvata, preferisco soccombere in balìa degli umori del bruto inesistente. Morale della favola, Nikita ogni tanto mi scrive ancora. E mi ammorba. Di chi è la colpa? Mia. Solo mia.

Da questa tragica esperienza, occorre trarre alcune somme. Posto che non tutti capiscono il messaggio alla prima, alla seconda, alla terza, alla quarta volta e via discorrendo, avvalersi della “Bugia a fin di Bene” non paga. Perchè se le bugie vere hanno le gambe corte, le bugie a fin di bene le hanno lunghissime. E quindi ce le porteremo dietro per tutta la vita. Con l’aggravante di dovercele ricordare fin nei più turpi dettagli. Per cui lasciamo la gentilezza e e il bon ton in un angoletto e, quando serve, entriamo a gamba tesa: ogni tanto è meglio un’espulsione, piuttosto che il rischio concreto di autogol.

Lady B.

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