Dieci estati fa

Dieci anni fa era tutto più facile. Era tutto a portata di mano, era tutto più leggero. Dieci anni fa, quando andavi nei supermercati, potevi ancora dire che tu il Cornetto lo pagavi 600 lire e non 1 euro e 50 che poi sarebbero 3000 lire e nessuno ti prendeva per matto.

Dieci anni fa c’era ancora l’odore degli anni ’90. Che hanno fatto schifo sotto molti aspetti ma, in fondo, erano pur sempre gli anni miei. Erano gli anni dei primi amori impacciati. Quando si aspettavano le risposte per settimane, quando non ti si chiedeva di uscire per timidezza e quando, sempre per timidezza, potevi abbassare lo sguardo senza sembrare uno spaventapasseri.

Dieci anni fa c’erano anche gli occhi verdi di C. Che era francese, e quindi mi doveva stare antipatico per partito preso, ma che in realtà non mi stava antipatico per niente. E gli occhi di C. sono l’estate di dieci anni fa. Quando ci si poteva nascondere tra gli scogli di una spiaggia deserta solo per la voglia di tenersi per mano senza che ci vedesse nessuno. Quando c’era il walkman, si dividevano gli auricolari e si ascoltavano i Pink Floyd guardandosi di sottecchi. Perchè tanto dieci anni fa mica capivamo quello che dicevano su quei CD ma ci piacevano lo stesso. Perchè facevano intellettuale e perchè ci facevano stare sempre un po’ più vicini. C’erano i baci impacciati, le mani sudate, le gambe impietrite. C’erano i saluti strazianti e laghi di lacrime, perchè io in Italia, lui in Francia.

Poi c’è stato settembre di dieci anni fa. Quando i cellulari non li avevamo e le mail nemmeno. Allora ci scrivevamo lettere con un inglese pieno di errori che venivano rilette centomila volte prima di essere spedite. E c’era il doloroso piacere dell’attesa. Che non finiva mai. E il piacere dello stringere tra le dita un foglio con sopra una grafia un po’ disordinata, sapendo che anche lui ci aveva messo mille anni per scriverti quelle due paginette.

Poi sono passati dieci anni, le lettere non si ricevono più e i walkman sono stati messi nel dimenticatoio, insieme al piacere di sentire la musica insieme di nascosto dal resto del mondo e alla felicità della leggerezza.

Solo una cosa non è cambiata in dieci anni. E sono io, che di fronte a una distanza, mi chiedo se non esista una soluzione per colmarla. E mentre me lo chiedo, tengo in mano una lettera di dieci anni fa. Che mi ricorda che c’è stato un momento in cui sapevo che la felicità è fatta di piccole cose. Come un paio di auricolari portati sempre in tasca

 

 

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