In altalena senza casco

Ieri, per varie ragioni, ho tirato fuori le mie scarpe da ginnastica, i miei pantaloncini e sono andata a correre. Non sentivo la minima esigenza di fare sport, di sudare, di tonificarmi. Volevo solo annullarmi un po’. E visto che, per quel che mi riguarda, dieci minuti di corsa equivalgono a scalare l’Etna in infradito dopo 6 minuti e mezzo mi sono ritrovata su una panchina con un infarto in corso.

Disgraziatamente, mi sono fatta distrarre da una mamma che spingeva la bambina sull’altalena. Dopo averle messo il casco.

Mentre la guardavo ho iniziato a pensare ai miei e a come, a un certo punto, abbiano gettato la spugna con me.

Pensavo a mia madre, che non faceva altro che dirmi che non dovevo passare troppo vicino alle altalene quando ci stava qualcuno sopra perchè avrei potuto prendere un calcio. E subito dopo mi è venuto in mente che un bel mattino di giugno, mi sono messa a braccia conserte davanti a un’altalena con un bambino sopra. E ricordo anche che qualche minuto dopo mio padre mi portava di corsa al pronto soccorso perchè avevo avuto un frontale con il piede di quel bambino e si, insomma, avevo un zigomo un po’ scucito. Mi hanno messo dei punti, è vero, però ho rimediato anche un sacco di caramelle.

Pensavo a mio padre, che mi ripeteva che andare in bicicletta scalza per la campagna non era una buona idea. E a me, che subito dopo aver girato l’angolo, mi levavo le scarpe, i calzini, e la maglietta, li nascondevo sotto una grata e me ne andavo in giro solo coi pantaloncini cantando a squarciagola. Poi è successo che sono finita in mezzo a un mare di ricci di castagno e avevo un piede gonfio come un pallone per via delle spine. Ho passato una settimana a toglierle ma, nel frattempo, potevo passare da eroe in mezzo a tutti i miei amici.

O anche a mio fratello, che mi avrà detto un milione di volte che arrampicarmi sugli alberi per fare Tarzan poteva essere pericoloso. Ma un giorno mi ci sono arrampicata lo stesso, urlando come una pazza. Cadendo poi rovinosamente per terra rompendomi un dito e scorticandomi le ginocchia. Però poi per un mese, mio fratello mi ha tenuto compagnia a letto, raccontandomi storie e leggendo con me i fumetti.

Tutto per dire che è bello andare in altalena senza casco. Che è bello anche cadere e essere in grado di rialzarsi. Che la vita non ci fornisce sempre di un paracadute o di un programma alternativo. E che, probabilmente, per quanto pericoloso possa essere il nostro programma originario, la nostra idea iniziale, è meglio metterla in pratica piuttosto che lasciar perdere dando retta alla prudenza altrui.

Da’ più soddisfazione contare le proprie cicatrici che non invidiare quelle degli altri.

Lady B.

 

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