Kumari. Al cospetto di una divinità.

Ho passato quasi un anno viaggiando.
Io che odio gli aerei e tutto ciò che comporta un sollevamento da terra superiore ai 10 centimetri, ho passato un anno in aereo.
Avanti e indietro. Decollo e atterraggio. Dal conosciuto all’ignoto. Dalla routine alla novità.

E bisognerebbe scrivere un libro, o forse due, per descrivere quello che ho visto.

Ho scoperto, ad esempio, che esiste una dea vivente. Proprio una dea. E non lo avrei mai saputo se un bel giorno non mi fosse stato detto “Andiamo in Nepal”. E quindi decollo, atterraggio e decollo. Un viaggio in cui mi sarei voluta imbottire di tavor per non dover vedere a una distanza un po’ troppo ravvicinata le cime di alcune montagne mentre, casualmente, leggevo sulla guida che il Nepal conta un’ altissima percentuale di incidenti aerei perchè, ahimè, questi trabiccoli alati si schiantano proprio contro le montagne.

Atterraggio. Sospiro di sollievo e un’occhiata lanciata di sottecchi al mio compagno di viaggio. Al quale vorrei sempre mostrarmi perfettamente rilassata ma tanto è inutile perchè sa bene che per tutta la durata del volo ho imprecato mentalmente contro tutti. Il bello del mio compagno di viaggio è che è sempre armato di un sorriso sereno e alla fine mi convinco che sono serena anche io. Nonostante la mia mano sia sudaticcia e i miei capelli siano dritti.

Nepal

Kathmandù. anticamente Kantipur. Regione centrale del Nepal. E’ impossibile non esserne affascinati perchè Kathmandu ti colpisce come un raggio di sole. Un groviglio di strade polverose e caotiche dove si vende tutto e tutto si compra. Motorini che sfrecciano accanto a pulmini adibiti a taxi talmente pieni di persone che ogni tanto qualcuno si accomoda direttamente sul tetto. Aria pesante che non può essere respirata a pieni polmoni, caldo e una luminosità strana che taglia un po’ l’orizzonte.
Clacson. Se si potesse riassumere una città in un aggettivo, la sintesi perfetta sarebbe “assordante”.
Poi, improvvisamente, una strana calma. Niente macchine, niente motorini. Solo un vialone lastricato che porta dritto verso la città vecchia. Catapultati nel XVII secolo. Posso sentire il rumore dei miei passi. Uno, due, tre.
Ci fermiamo davanti a una costruzione nera. C’è un fortissimo odore di guano perchè Kathmandu sembrerebbe essere la patria dei piccioni. Vorrei protestare un po’. Perchè ho caldo, c’è puzza e non ci vedo niente. Però sto sudando talmente tanto che lascio perdere. Ci fanno entrare nella costruzione nera che ancora non ho capito cosa sia. I piccioni impazzano e colpiscono con precisione scientifica le teste di alcune turiste. Me la rido sotto ai baffi perchè sono turiste bionde e pettinate, mentre io sembro il solito cespuglio di ortiche. Però non dico niente al mio compagno di viaggio. Anche perchè magari ancora non si è accorto che sembro un cespuglio e allora perchè attirare per forza l’attenzione su questo dettaglio?

Ci dicono di fare silenzio. “Ma che è sto posto?” chiedo “E’ la casa della dea” risponde. Prendiamo la guida e la scorriamo in cerca di informazioni. La dea si chiama Kumari. E’ una dea bambina. Rimarrà dea fino ai 12 o 13 anni e deve possedere le “32 perfezioni”. In un susseguirsi di prove per valutarne il carattere si arriva all’ultima, quella peggiore. Durante la festa del Dashain, in una notte chiamata la “notte nera” le bambine devono dormire tra teste di capre e i corpi di 108 bufali sacrificati in onore della dea Kalì. Intorno uomini vestiti da demoni che cercano di spaventarle. Chi supera questa prova senza fuggire è colei destinata a diventare una divinità. Leggo rapidamente e alzo lo sguardo verso un balconcino. La dea si affaccia. Intorno il silenzio è surreale e tutti fanno un gesto di saluto, unendo i palmi delle mani e abbassando la testa. Sbircio furtivamente perchè non capita sempre di vedere una dea. Però io vedo solo una bambina dallo sguardo un po’ triste, circondata da gente che deve preservarne la purezza. Alza una manina, fa un cenno con il capo e si ritira.
Penso ai miei 10 anni. Alle mie corse lungo le discese, alle risate, ai miei amichetti. Penso ai miei fratelli, alle carezze di mio padre e agli abbracci di mia madre. A 10 anni non so se sia giusto essere dee.

Usciamo. Piccioni, luce tagliente, polvere. Guardo di nuovo il mio compagno di viaggio attraverso le lenti degli occhiali. E’ spettinato e mi trattengo dal dirgli che sono felice. Si gira, mi guarda. “Che c’è?” “Niente”. Sorride, sorrido e ci incamminiamo.
Niente. Abbiamo visto una dea in un pomeriggio di fine aprile in un posto di cui a malapena conoscevo l’esistenza. A volte, dietro un “niente” si celano avventure meravigliose.

Lady B.

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