La Posizione

Tutto il mondo è paese alla fine.
E quindi in India, come in Italia, quando una donna deve andare in un bagno pubblico, sia esso di un ristorante o di un grande magazzino, troverà una fila senza precedenti.

Da donna, mi sono sempre chiesta il motivo per cui la fila davanti ai bagni femminili non conoscesse eguali. Poi improvvisamente mi si è chiarito tutto. E’ una questione di posizione. E di ingombri.

La prima volta che tu, donna, hai messo piede in un bagno pubblico lo hai fatto con la tua mamma. Quando eri solo una bambina. E la tua mamma, con tono che non sentiva ragioni, ti avrà detto “NON AZZARDARTI A SEDERTI SUL GABINETTO”. Una frase che sottintendeva la pericolosità del bagno pubblico. E ti insegnava a “tenere la posizione”. Ovvero una tortura che consiste nel mantenersi in bilico sulle punte dei piedi, fino a quando i polpacci e le cosce non iniziano a bruciare per la fatica, per evitare che, A TUTTI I COSTI nemmeno una virgola della tua persona possa anche solo per sbaglio sfiorare lui, il gabinetto. Personalmente, fino alla tenera età di 11 anni, temevo che da quei bagni potessero uscire orribili bestie che avrebbero potuto addentarmi là dove la schiena perde il suo onorato nome. Dagli 11 anni in poi, per una questione pavloviana probabilmente, ho continuato a ritenere il bagno pubblico l’anticamera dell’inferno.

Quando devo andare in un bagno pubblico, quindi, è perchè sono vicina alla catastrofe. E puntualmente trovo schiere di donne che, silenziosamente, attendono il loro turno. Sofferenti, è vero, ma col sorriso. E tu stai lì, che vorresti dar fuoco a tutto. E che ti chiedi per quale dannato motivo la maledetta che sta in bagno ci metta così tanto.
Poi entri tu. Con la borsa piena di tutto e, se d’inverno, anche col cappotto, la sciarpa e il cappello. E fai una prima scoperta. Il gancio per appendere gli abiti è rotto. Eh, pazienza. Pensi.
Con il cappotto, la sciarpa, il cappello e la borsa praticamente agganciata in testa, assumi la Posizione. Solo che il cappotto ti intralcia e i pantaloni rischiano di scivolare verso un pavimento non proprio pulito. Quindi inizi a sudare, sudare, sudare [anche perchè, diciamocelo, fare la pipì bardata come se in uno sgabuzzino ci fosse una temperatura polare non è proprio comodo]. E nel frattempo perdi una cifra di tempo. Qualcuno bussa. “OCCUPATOOOOOO!” urli. E sudi. Sentendoti in colpa perchè hai la certezza ormai che la fila fuori dal bagno arriva fino alla strada parallela. Riesci nell’operazione e scatta “l’emergenza carta igienica”. Vietato usare la carta del bagno pubblico, dice il solito Pavlov. Inizi a cercare compulsivamente nella borsa. E sudi, sudi tantissimo. Per via del cappotto, della sciarpa, del cappello, la fila fuori e il terrore di non avere nemmeno un fazzolettino.
Però sei previdente, anni di esperienza ti hanno insegnato che i fazzoletti sono come il salvavita. Quindi lo trovi.
Ti ricomponi e inizi a pregare. Si, perchè qualora lo scarico del gabinetto non dovesse funzionare, come minimo cercheresti di annegarci dentro piuttosto che uscire dal bagno.
Se funziona, esci. Sudata come un capitone a Natale ma esci. La fila si è centuplicata. Tutte soffrono ma tutte sorridono. E tu puoi tornare alla tua vita di sempre.

Tutto questo per dire che quando una donna va in un bagno pubblico lo farà scortata da almeno tre amiche che, nell’ordine, terranno cappotto, sciarpa, cappello, borsa e avranno una decina di pacchetti di fazzoletti di emergenza.

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