Shanti

Ognuno ha i suoi periodi. Picasso ne ha avuti diversi.
Il mio primo periodo in India può essere definito come il Periodo del Tappeto.
Ho sempre odiato visceralmente i tappeti. Li ho sempre considerati come un riprovevole rigurgito anni ’80. Quindi, avendo peccato di supponenza, un bel giorno di sole vengo magistralmente punita.

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Decido di passare la mattinata in un piccolo bazar governativo di Nuova Delhi. Non so quanti di voi hanno in programma di recarsi in India nel breve periodo, comunque questo posto che si chiama Dilli Haat (letteralmente “il Cuore di Delhi)  merita una visitina. Situato vicino a uno degli snodi più trafficati della città, è una piccola oasi di pace dove, peraltro, gli amanti delle chincaglierie etniche trovano il loro paradiso. Immersi in mille colori diversi, i mercanti di tutti gli Stati  dell’India vendono stoffe, collanine, ceramiche e tappeti a prezzi accettabili.
Per un certo periodo, ci sono andata unicamente per essere trascinata in un vortice di voci, suoni e odori che mi ricordava le descrizioni che si trovano nei libri un po’ datati. Poi c’è stato il tracollo etnico che, ricordo benissimo, è iniziato con  l’acquisto di un barattolo per lo zucchero fatto di legno. Da quel momento in poi, come in preda ad un demone, ho cominciato ad acquistare senza sosta cose inutili e, peraltro, di sindacabile gusto. Tra queste, un terribile poncho di lana giallo e  nero del Kashmir, che mi fa assomigliare a una lanterna, e un tappeto giallo canarino e blu elettrico.
Una volta a casa, ho ritenuto più saggio riporre di nascosto il tappeto in un baule. Con la certezza che colui con cui divido il mio percorso indiano me lo avrebbe tirato dietro.
Il giorno dopo, non paga degli acquisti precedenti, decido di tornare al bazar. Con uno spirito guerriero, tipico di chi vuole comprare altri 50 inguardabili tappeti.
E succede un piccolo intoppo.
Poco prima di arrivare al mercatino, mi si pianta davanti alla macchina quello che, all’inizio, avevo scambiato per una pallina arancione. Scendo e noto che la pallina arancione è dotata di 4 zampe, una coda, due orecchie e un muso pestifero da gatto di strada. Mi avvicino. Non che sia proprio un bel vedere. Tutto pelle e ossa, con il naso moccioloso, le orecchie sporche e gli occhi appiccicaticci. Ci guardiamo un po’, poi gli dico “Beh? Andiamo?” Si avvicina, mi fa una gobbetta vicino al polpaccio e si siede sul mio piede. Lo prendo in braccio e me lo carico in macchina. Dimenticando tappeti, lampade, collanine etniche e quant’altro.
E, come sempre accade quando si stringe tra le braccia un cucciolo, mi sento pervasa da un senso di felicità mista ad entusiasmo. Nessun acquisto avrebbe riempito di calore una casa grande quanto lo potrebbe fare una pallina pelosa.
Mentre torno a casa, imbocco un viale. Shanti Path. Shanti, una parola hindi che indica il raggiungimento della pace interiore e dell’equilibrio. E’ un buon segno, credo.
Quindi, come auspicio di buona vita, decido di chiamarlo così. Shanti.

Shanti sa bene che quella in cui entra in una calda mattina di ottobre è casa sua. Coda dritta, orecchie (sempre sporche eh) sull’attenti, fa un’accurata perlustrazione e schiaccia un pisolino sul divano. Insieme attendiamo con trepidazione l’arrivo del capo ma tanto sappiamo tutti e due che ormai il vero padrone di casa è lui.

E, forse, niente più di Shanti rappresenta per me la vera metafora dell’India. Che di primo impatto risulta dura e poco attraente ma che, guardando meglio, riassume dentro di sè le contraddizioni, l’armonia e la bellezza del mondo. Proprio come un cucciolo randagio che, pur sembrando bruttino, crescendo si rivela un compagno fedele nella vita di tutti i giorni.

Lady B.

NB. Scopriamo che Shanti è un nome da donna. Ovviamente il nostro Shanti è un gatto maschio che se ne frega delle convenzioni sui nomi e che comunque si vendica quotidianamente di questo involontario sfregio usando le nostre gambe/mani/facce come tiragraffi.

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