Le cose si sistemano da sole

C’è una cosa che si impara subito in India. La pazienza. La pazienza unita alla capacità di non farsi domande.

Queste tre cose ti consentono di vivere serenamente e di accettare una serie di avvenimenti che, in qualunque altra parte del mondo, comporterebbero un certo nervosismo.
Io, ad esempio, ho imparato che l’elettricista verrà al posto dell’idraulico e quindi se devo montare dei faretti chiamerò l’idraulico. Così verrà l’elettricista. Ma questo l’ho capito solo ora. Dopo quasi due anni.

C’è stato un momento in cui credevo di poter risolvere tutto con una semplice telefonata. “Devo far passare dei cavi elettrici nel salone. Può venire?” “No problem Madame”.
Apro una parentesi: la frase “No problem Madame” implica che ci saranno dei problemi enormi. Anche questo, l’ho capito dopo diverse catastrofi sfiorate. Chiudo la parentesi.

Dunque i cavi elettrici in salone. Con annesso impianto di illuminazione da sistemare sopra il tavolo da pranzo.
Arriva quello che, in buona fede, credevo fosse l’elettricista. Arti mi fa da interprete e spiega all’uomo che i faretti devono essere messi a una certa altezza, centrando bene il tavolo. L’uomo non capisce. Quindi sposto il tavolo, prendo una scala alta un paio di metri, ci salgo su e faccio dei segni sul soffitto per indicargli dove deve fare i buchi. Poi chiedo “Ok?” “Ok.”
Bene. Mi allontano per fare altre cose. Tempo dieci minuti sento uno strano trambusto provenire dal salone. Decido che è inutile preoccuparsi. Cambio idea rapidamente perchè se malauguratamente i faretti si dovessero rompere potrei avere delle rogne con la metà maschile della casa.
Torno in salone. E mi sento pervadere dal gelo della morte.

Per qualche ragione che non ho fatto in tempo a scoprire, il tavolo è stato rimesso al suo posto e la scala alta è stata appoggiata al muro. Il tavolo è stato foderato di carta di giornale. Sul tavolo è stata messa una sedia, sopra la sedia una scaletta sbilenca fatta di bambù un po’ marcio e in cima a questa torre di Babele, immerso in una Sodoma e Gomorra di fili, lui. Il presunto elettricista. Che, non pago della posizione pencolante in cui si trovava, stringeva un trapano acceso nella mano destra, con la sinistra teneva i faretti e incastrato tra il collo e l’orecchio aveva il cellulare essendo impegnato in un’amena conversazione.
Dotata di fervida immaginazione, già lo immaginavo morto fulminato sul pavimento di casa mia, con la scientifica che faceva i rilievi e Arti che spiegava al poliziotto di turno che l’uomo era morto per via del “changing season”.
Non faccio in tempo Featured imagea riprendermi dallo shock che vedo passeggiare un uomo con un piumino per la polvere sul cornicione della finestra del salone. Salone che, insieme al resto dell’appartamento, si trova ubicato al secondo piano di una palazzina i cui cornicioni sono larghi si e no 10 centimetri.
Che, insomma, ero quasi tentava di fare una chiamata a Christopher Nolan per proporgli una nuova sceneggiatura.

Apro la bocca ma non esce alcun suono. E, del resto, non saprei cosa chiedere.
“Madame” mi dice Arti in tono conciliante “Non preoccuparti. Questo sul tavolo è Malchik.” Come se la cosa chiarisse tutto. Rimango in silenzio. “Ma si Madame. Malchik. Il cugino dell’elettricista! L’idraulico!” “Perchè l’idraulico sta facendo il mio impianto elettrico?” Quelle domande di cui non vuoi conoscere la risposta “Perchè l’elettricista è malato. Però vedi che stanno al cellulare…gli sta spiegando cosa deve fare.” Una sensazione di morte imminente incombe su di me. “E, non per entrare nei dettagli eh, ma chi è quello sul cornicione con un piumino per la polvere?” “Uh. Quello è solo Chander. Si, Madame, è Chander. Mio marito. Gli ho detto di pulire i vetri.” “Ma rischia di cadere di sotto…” “No Madame. E poi di sotto c’è il prato” Rimango in silenzio. “Madame, per favore, vai un po’ di là. Vedrai che si sistema tutto da sè”.
Vado di là. A scrivere una confessione preventiva di due omicidi che, giuro, non ho compiuto a discapito delle apparenze.

Dopo 45 minuti, il silenzio. Devono essere morti tutti. Torno in salone. I faretti sono montati, Malchik si sta rimettendo le scarpe; Chander sta sbatacchiando il piumino per la polvere su un divano facendo volare batuffoli di laniccia da tutte le parti, Arti è compiaciuta. Io ho la bocca aperta, come un salmone.

Pochi istanti dopo, torna anche la metà maschile della casa. “Ah che bello!” esclama con un’espressione di bonaria ingenuità “E’ tutto sistemato! Certo, i faretti sono un po’ storti…”
Posso raccontargli che abbiamo rischiato di far saltare in aria tutto il palazzo perchè l’idraulico, cugino dell’elettricista, ha bucato il muro con un trapano del 1918 e fatto passare dei cavi senza togliere la corrente, stando per di più al cellulare e in bilico su una piramide sbilenca?
No, non posso. “Hai ragione. Ma la perfezione non è cosa di questo mondo.” mi limito a rispondere.
E siccome la mia metà migliore è persino un po’ intellettuale, accetta la spiegazione così com’è e accende i faretti.

Due piccole luci su un nuovo sipario.

Lady B.

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