Scatoloni

Per buoni 30 anni della mia vita, ho accumulato una discreta quantità di roba inutile.
Si, insomma, tutte quelle cose che per qualche ragione sembrano essenziali. Tipo biglietti di cinema del liceo, pupazzetti divorati dalle tarme, biglietti di mostre alle quali nemmeno si ricorda di essere andati. Per non parlare dei vestiti. Che non potevano essere buttati per via del loro valore affettivo. Ci ho riempito diversi armadi. Ogni tanto mia madre si affacciava nella mia stanza, minacciando di fare piazza pulita di tutto e, impotente di fronte al fermo rifiuto, diceva con fare sibillino “Vedrai quando vivrai per conto tuo”.

Questo per dire che ora vivo per conto mio, a 8000 chilometri da mia madre. E mi ero dimenticata di questo monito fino all’altro ieri quando si è presentata l’annosa vicenda degli “scatoloni su misura”.

In un raro slancio di “oramettoinordinetutto”, inizio ad aprire gli armadi. Qui l’inverno, pur essendo febbraio, è finito da un pezzo e mi era sembrato un buon momento per fare il cambio di stagione. Sono subito costretta allo sbigottimento. In un’ anta, in alto, trovo un enorme scatolone. Uno di Featured imagequelli da imballaggio, probabilmente, penso, un ricordo del trasloco fatto più di un anno fa. Lo tiro giù e ho la sciagurata idea di aprirlo. Nello scatolone c’era una festa privata di ragni e tarme ma, oltre a questo, c’erano altri scatoloni che contenevano scatole più piccole che, a loro volta, erano piene di plastica.
Rimango in mezzo alle scatole per un po’, indecisa sul da farsi. Poi ritengo che sia molto saggio buttarle. Quindi le accatasto in un angolo della cucina e pulisco. E riordino. E butto. Butto come se non ci fosse un domani.

Si fa sera e rientra l’uomo di casa.
Vorrei metterlo al corrente di quanto sono stata una brava massaia ma non faccio in tempo. Un’espressione di preoccupazione si dipinge sul suo volto.
“Non vorrai mica buttare QUELLE!” E indica gli scatoloni
“E’ mia precisa intenzione”
“Sei pazza?”
Sorvolo sulla mia voglia di tirargli una scarpa
“Non abbiamo posto negli armadi! Erano pieni di scatoloni vuoti!”
“Non puoi buttarli. Sono FATTI SU MISURA!”
Ne segue una discussione incentrata su una mia supposta “tirannia dell’ordine” che fa in modo che io, donna scellerata, voglia addirittura buttare dei calzini talmente logori che ormai possono essere considerati un enorme buco con un po’ di stoffa intorno.
Mentre sto per calpestare i sentimenti del mio accumulatore di ciarpame, frullando indiscriminatamente calzini, maglioni e, soprattutto, scatoloni su misura, mi fermo.

La maledizione di mia madre. “Vedrai quando vivrai per conto tuo”.

Sono combattuta. Il mio orgoglio mi imporrebbe di continuare con la strage del cartone, il mio animo da adolescente accatastatrice invece sente una certa empatia con l’accumulatore del mio cuore.
Cedo. E lascio le cose così come stanno.
In fondo gli scatoloni sono fatti su misura (per cosa non si sa) e i calzini possono essere sempre rammendati.

E così, in un afoso pomeriggio di febbraio, circondata da plastica da imballaggio, mi rendo conto che la felicità è anche questo. Mettere da parte l’orgoglio e far posto a qualche scatola vuota, pronta per essere riempita da una vita di ricordi. E forse anche da qualche calzino bucato.

Lady B.

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