Ristoranti italiani ad Aurangabad

“Prendiamo un taxi”
Frase insidiosa, specie se pronunciata in certi contesti.

L’affermazione “Prendiamo un taxi per andare a vedere il negozio di Tiffany perchè voglio farti un regalo”, se pronunciata a Roma, è corretta sotto tutti i profili.
“Prendiamo un taxi per andare a provare questo ristorante italiano” potrebbe invece essere il preambolo di una tragedia, specie se pronunciata a Aurangabad, nel bel mezzo del nulla, durante la stagione monsonica.

Apriamo una parentesi. Un indiano, per cultura, non dirà mai di no. E’ scortesia dire di no. Piuttosto ti farà attendere ore una portata che non arriverà mai o, nel caso dei tassisti e dei guidatori di tuk tuk, ti farà perdere facendoti passare secoli nel traffico perchè non ha idea di dove tu gli stia chiedendo di andare. Ma non ti dirà mai di no. Quindi, se vi venisse voglia di andare a provare un locale sconosciuto, che ne so, a Indore accertatevi che il vostro Google Maps funzioni. Altrimenti potreste morire di vecchiaia sul taxi. Oltre a Google Maps, accertatevi anche che il vostro autocontrollo sia a livelli ottimali. Altrimenti, ecco, potrebbero insorgere dei problemi.

E, dunque, prendiamo un taxi. Avendo escluso la banalità di recarsi da Tiffany a Roma, lo prendiamo per l’appunto a Aurangabad. Durante la stagione monsonica. E, visto che erano quasi 15 giorni che non mangiavamo pasta ma solo pollo al masala, lo prendiamo proprio per dirigerci in quel ristorante italiano.
Prima di uscire mi metto l’anima in pace perchè tra me e me so già che si sta per consumare un dramma.

“Scusi sa dov’è questo posto?” chiede colui che non teme il monsone ma nemmeno il tassinaro indiano.
“Yes sir”
“Ottimo!”
Mi insinuo nella conversazione
“Ma sei sicuro? Non è che ci perdiamo?”
“Positiva. Capisci? Devi essere positiva!”

Chiaro.

Saliamo su quest’Ambassador completamente sgangherata e, sotto una pioggia torrenziale, ci dirigiamo ufficialmente verso il ristorante, ufficiosamente verso l’ignoto.
Dopo 45 minuti, stiamo al punto di partenza. Il tassinaro gira intorno allo stesso gruppetto di case.
“Mi scusi, ma lo conosce questo posto?”
“Yes sir”
“Questo non sa dove stiamo andando!” mi viene riferito con tono quasi disperato
Tuttavia, dal momento che mi si richiede positività, sfodero il più positivo dei sorrisi e dico “Ma dai?”
La mia metà migliore è arguta e legge bene il sottotesto sarcastico tuttavia decide di mantenere un contegno riservato e mi ignora.
Passano altri 20 minuti ma, a questo punto, lungi dall’essere arrivati, siamo in mezzo a una strada piena di fango. Si annuncia una serata melmosa, anche perchè, vi do questa notizia, a Aurangabad, nel centro del ridente stato del Maharashtra, Google Maps non funziona. Dunque siete nelle mani del tassinaro. Noi eravamo nelle mani del tassinaro. Io, nella fattispecie, avevo iniziato ad accendere mentalmente dei ceri perchè sospettavo che a breve saremmo rimasti a piedi.
Al centesimo cero votivo acceso, quando nella mia testa stava per divampare un incendio sacro, arriviamo davanti a questo locale. Sorvolerò sul fatto che era un ristorante Italo-indo-messicano, perchè il punto su cui concentrarsi era un altro.
Bisognava pagare il tassista.

Altra parentesi. Accordatevi sempre prima su quanto volete pagare la corsa. Altrimenti potreste incorrere in questo siparietto, del quale io sono stata solo spettatrice poichè quando si tratta di litigare, mando sempre avanti la mia metà migliore. Noto rosicone.

Metà migliore che assume una postura composta e con un accento veramente british chiede “How much?”
“800 rupees.” (che, su Google Finanza, vengono convertiti in 9 euro e 47 cents. Questo giusto per chiarezza)
La mia metà migliore rimane in silenzio.
“I   B E G   Y O U    P A R D O N ?” dice poi. Che in italiano suona “Mi scusi, prego?” ma che in romano, mi si perdoni la volgarità, sarebbe “Macheccazzostaiadì?!”

Altra parentesi. 800 rupie, in India, per una corsa in taxi, sono veramente tanti soldi. Generalmente vengono spillati ai turisti ignari che la tratta costa almeno la metà.

Il nostro tassista, comunque, rimane impassibile e con voce compassata riprende “800 rupees”.

La metà migliore è in assetto da rosicamento. Salivazione azzerata, sudorazione e giugulare pulsante sotto al collo.
Io inizio a fischiettare un allegro motivetto.
Lui, gesticolando furiosamente secondo la migliore tradizione italiana, riprende “SEI PAZZO? IO MICA SONO UN TURISTA! IO VIVO A DELHI! NON CERCARE DI FREGARMI!!!!” Poi si volta verso di me con fare assassino “E tu? Digli qualcosa no?”
Sorrido positivamente, lo guardo con dolcezza e mi allontano.
Sento in dissolvenza l’autista “800 rupees”
Dopo 10 minuti il mio eroe torna. E’ molto provato. Profonde occhiaie gli scavano il contorno degli occhi. La camicia appiccicata addosso. Sorride di un sorriso esausto.
“Andiamo” mi dice.
“Alla fine quanto gli hai lasciato?”
“Mille rupie”

Ci avviamo in silenzio.

L’ho sempre saputo che è un uomo straordinario.
Quella sera mangiammo lasagne condite col masala.

Lady B.

La ridente Aurangabad. Dove comunque c'è un ristorante italiano.

La ridente Aurangabad. Dove comunque c’è un ristorante italiano.

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