Di Mall e di Karma

Con mio enorme disappunto, l’uomo del condizionatore (per chiarimenti, leggete “mattinata dei campioni”) mi ha comunicato che “Sorry madame, ma uno dei condizionatori è out. Compressore bruciato. Meglio comprarne uno nuovo, altrimenti, se sostituisco il compressore, potrebbe saltare tutto per aria”.
Per carità.
Mi confronto col compressore della mia vita che ritiene l’acquisto una scelta di buon senso.
“Senti, vacci tu a comprarlo. Usa la mia carta” dice. Aggiungendo poi “Vai però al Mall, il centro commerciale. Lì sarà tutto più semplice.”

Il centro commerciale. Che già in Italia è sinonimo di caos, stress e sovraffollamento di passeggini ripieni di bambini urlanti. Figuriamoci in India.
E infatti non vengo delusa.

In India è sempre tutto esagerato. Quando fa caldo, ci sono 50 gradi; quando piove, si allaga tutto; se metti delle bricioline sul davanzale della finestra per osservare i passerotti becchettare, nella migliore delle ipotesi ti planerà un condor in testa. Se vuoi andare al Mall, devi passare i controlli di sicurezza. Entri con la macchina nel parcheggio? Ti aprono il bagagliaio e il cofano anteriore e con uno speccFeatured imagehietto controllano che tu non abbia messo qualche bomba. Entri a piedi? Se sei uomo passi sotto al metal detector. Se sei donna, passi sotto al metal detector, metti la borsa sul nastro che va sotto ai raggi X e poi ti fai perquisire da una signora dietro a una tenda. Poi, forse, entri. Nel frattempo sono passati almeno 40 minuti.

Mi coordino col driver “Satish, mi raccomando. Fatti trovare all’uscita così ci sbrighiamo.”
“Ok Madame, no problem madame”
Si. Ok.
Passo i controlli e vado direttamente al negozio di elettronica.
“Madame, ho una bellissima macchina per fare il gelato in offerta!”
“Cercavo un condizionatore… ne avete?”
“Si”
Silenzio. Ci guardiamo.
Riprendo “Me li farebbe vedere?”
“Io non mi occupo di condizionatori Madame”
Iniziamo col piede sbagliato. Respiro profondamente. E cerco qualcuno che mi possa aiutare.
Dopo 10 minuti, mi vengono mostrati circa diecimila condizionatori. Ne scelgo uno e, soddisfatta, vado a pagare.
Da questo momento in poi, l’inferno.
Dò il bancomat e mi richiedono un documento di identità.
“Vede, è il bancomat del mio compagno. Se le dò il mio documento, ci saranno scritti due nomi diversi.” Cerco di spiegare “Però, visto che deve essere inserito un PIN, credo che il documento di identità non serva…” continuo, già conoscendo la fine della storia.
“Sorry Madame. Mi serve il documento, altrimenti non la faccio pagare.”
Non posso andarmene senza condizionatore. Non dopo aver fatto un’ora di macchina, 20 minuti di controllo di sicurezza e mezz’ora di trafila per farmi aiutare nella scelta. Inizio però a innervosirmi. Chiamo la mia metà migliore e mi faccio inviare via mail una copia del suo passaporto.
Nel frattempo sudo copiosamente e mi ritrovo circondata da commessi.
“Madame, ti serve un phon?” “No grazie.”
“Madame, c’è un’offerta sulle batterie per le auto”
“No. Vorrei pagare e andare via”
“Madame, se spendi più di 20.000 rupie, c’è un buono per il pane all’aglio”
Mi osservano tutti. E tutti muovono la testa, un ciondolio tipicamente indiano che, generalmente, trovo grazioso ma che tra il caldo e la tensione che sto accumulando mi sta facendo impazzire. Mostro la copia del documento del mio compagno e la commessa disapprova visibilmente che non sia mio marito. Queste relazioni impure. Mi innervosisco ancora di più quando mi rendo conto che la citata donna, più per incuria che per altro, aveva digitato un importo superiore rispetto al prezzo di listino del condizionatore.
A quel punto, all’inferno si aggiunge l’orrore. Perdo le staffe e ne scoppia una lite furiosa che si svolge in hindi e in romanesco stretto. Per venirne fuori con onore, la commessa mi chiede la copia del mio passaporto. “Così verifichiamo che non abbia rubato la carta del suo fidanzato”. Mi escono gli occhi fuori dalle orbite. Dopo diverse imprecazioni in italico idioma e riferimenti ai baffi che la fanno assomigliare a Magnum PI, dico la frase più terribile per un indiano. “And stop moving your head like that, che mi state facendo veramente incazzare!”

Cala il gelo. Tutti smettono di ciondolare e mi guardano. All’omino del pane all’aglio, cade la pagnottella per terra. Disagio cosmico. Pago in silenzio e, tra la disapprovazione generale, esco furibonda.
Supero i controlli di sicurezza e mi ritrovo nel parcheggio. E’ mezzogiorno e ci sono almeno 45 gradi. Non c’è ombra. Chiamo Satish. Telefono spento. Panico. Faccio per entrare nuovamente nel Mall, per evitare un fatale colpo di sole.
Vengo fermata dalla guardia, la stessa che mi ha fatto entrare circa un’ora prima e che mi ha vista uscire circa 3 minuti fa.
“Sorry Madame, non puoi entrare”
“Come? Ma sono uscita ora…”
“Sorry.”
“Ma perchè?”
“Perchè la signora che fa i controlli alle donne è in pausa”
“Ma sono uscita ora, mi hai visto! Non posso aver inzottato un kalashnikov nella borsetta! Dai, fuori ci sono 50 gradi e non riesco a parlare col driver…morirò!”
“Sorry sorry”
Vengo con garbo e fermezza fatta uscire.

E così mi ritrovo a sperimentare una grande verità. Che è tutta una questione di karma. E che se perdi le staffe in India perchè ci hai messo due ore a comprare un condizionatore con un bancomat non tuo ma di sicuro non rubato, la sconterai immediatamente. Sotto al sole di maggio, in un parcheggio, in attesa di un driver che non arriverà mai perchè “Sorry sorry Madame. Il telefono s’era scaricato”.

N.B. Oggi, a distanza di giorni, sono ancora in attesa che il tecnico del Mall venga a installare il condizionatore. Non mi arrabbierò se si presenterà fra un mese perchè, in caso contrario, il minimo che potrà capitarmi sarà una cagata di condor in testa. Il condor che ho sfamato per mesi, credendo di nutrire dei passerotti.

Lady B.

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