Traslochi, wifi e Pringles. Una storia carica di amarezza

Il trasloco mi ha insegnato molte cose.

Mi ha insegnato, ad esempio, che il linguaggio a gesti è fondamentale.
Tipo: se hai 23 traFeatured imageslocatori indiani (si, 23. E non perchè tu sia pieno di roba ma semplicemente perchè l’India è piena di indiani che dovranno pur lavorare) che imballano tutte le tue cose e nessuno di loro parla inglese possono sorgere delle complicazioni.
“मैं कालीन डाल जहां लेडी?” Certo. Ovvio. Io non l’avrei saputo dire meglio. Ora per favore levati dalla finestra che devo buttarmi di sotto.

Mi ha insegnato che, anche se implori di stare attenti ai faretti di vetro che costano almeno 3 stipendi, succederà che un traslocatore salirà coi piedi zozzi sul tavolo su cui regolarmente mangi e cercherà di divellerli dal muro non preoccupandosi di usare, che so, un cacciavite. Che è uno strumento banalmente comodo con cui si risolvono molti problemi.

Mi ha insegnato che, se hai un gatto, quest’ultimo tenterà di farsi imballare in tutti gli scatoloni disponibili e, se disturbato, cercherà di mangiarsi i traslocatori.

Mi ha insegnato che la polvere è uno stile di vita e che anche la pulizia di un pavimento è soggetta al principio della relatività.

Ma soprattutto mi ha insegnato una cosa importantissima.
Ovvero che in India, se vuoi fare un passaggio di linea telefonica mantenendo lo stesso numero fisso e lo stesso contratto internet, non puoi.
Quindi devi accendere un cero a qualche divinità, presentare un plico di documenti che manco ti stessi iscrivendo ad Harvard e metterti in virginale attesa dell’omino della compagnia telefonica.
Nel nostro caso, siamo stati fortunati. Dieci giorni dopo la richiesta di cambio linea bussa alla porta un tipo pieno di cavi che mi dice essere della compagnia telefonica. “Madame” esordisce “Io non ho voglia di fare niente”. Beh, sono contenta.”Sa, il monsone, l’umidità, il caldo.” Eh. Quindi? “Senti madame, facciamo così, io ora me ne vado che proprio non c’ho voglia…tra mezz’ora arriva il mio collega e fa tutto lui”. E così prende la porta e se ne va.
Dopo 3 settimane in cui la mattina sono rimasta perennemente in casa perchè “Oh, hanno detto che vengono alle 11 di oggi”, finalmente ieri si palesa Krishna. Non il Dio, l’omino col router.
Krishna sarebbe dovuto arrivare alle 15 del giorno prima. Però c’era molto caldo, quindi è arrivato alle 12 dell’indomani. Lo guardo di sottecchi perchè, a discapito del nome altisonante, Krishna è disperato. Per un’ora e mezzo fissa il router con sguardo vacuo. “Qualcosa non va?” “Non so installarlo”
Mi sento molto infelice anche perchè Krishna non parla una parola di inglese.
Non potendo adottare Krishna, decido di tentare di allacciare la connessione da sola. Chiamiamo un non meglio specificato “ingegnere” e iniziamo a inserire un centinaio di codicini su una schermata. Alle 15.30 finisco. La connessione funziona. Sono soddisfatta. Krishna sta seduto per terra a giocare col gatto. “Beh Madame, questo è il mio numero. Casomai aveste bisogno di assistenza. Ah, e comunque sono 40€”. Pago perchè, in fondo, ho fatto un buon lavoro.
Poi mi rendo conto che non ho pranzato e scopro che, non essendo mai uscita per fare la spesa, dentro ci sono solo topi che piangono per la fame.
Quindi ho 40€ di meno ma, per fortuna, per pranzo posso gustarmi un pacchetto di Pringles vecchie e mosce.

Lady B.

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