Condizioni di reciprocità

Arrivo alla conclusione che, dopo un po’ che si arriva in India, si iniziano ad avere problemi con la gente. E a questa conclusione sono arrivata osservando il nostro vicino di casa.

Vorrei premettere che il vicino della mia vita e io siamo due persone mediamente socievoli, senz’altro educati e forse anche amabili sotto certi punti di vista. Comunque non siamo due accolli che se ti incontrano per strada ti attaccano un missile infinito su tutti i loro guai. Data l’accezione comune del concetto di “normalità”, credo siamo due persone normali. Ecco.

Il nostro vicino di casa ci odia. O quantomeno ci disprezza con britannica freddezza. Egli non è inglese ma australiano, comunque ha una puzza sotto il naso che manco la regina. Abbiamo tentato non dico di invitarlo a cena, ma semplicemente di chiedergli come gli andasse la vita. E l’unico suono che è risalito dalla sua trachea è stato uno strano grugnito.
Il che poi mi ha spinto a riflettere su tutte quelle storiacce di accoltellamenti durante le riunioni di condominio alle quali per fortuna noi non dobbiamo partecipare.
Ad ogni modo, il vicino ci odia. Ne prendiamo atto e decidiamo che possiamo comunque mantenere un atteggiamento civile. Tipo salutarsi se ci si incontra nel vialetto di casa o robe simili.

Una domenica, dopo aver pensato a lungo a cosa fare della nostra giornata, decidiamo di andare in pasticceria. Con molti sensi di colpa, sia ben chiaro.
Ordiniamo delle pastarelle trasudanti sugna e poi ci sediamo a sorseggiare un caffè che ricordava un infuso alla cicoria.

“Pssss!!”
“Che c’è?”
“Psssssssssss!”

Si ostina a sibilare, la mia metà migliore. E io, purtroppo, mi ostino a non capire,

“Parla! Non capisco che vuoi!”

Mi guarda con fare da carbonaro e riprende

“C’è Lui!”
“Chi?”
“Il Vicino…”
“Che facciamo? Lo salutiamo?”
“Ma che sei matta? Quello ci accoltella con un eclair al caramello”
“E’ da maleducati non salutare…”

E mentre discutevamo di nobili questioni riguardanti l’etichetta, succede qualcosa.

Il Vicino, accortosi della nostra presenza, pur di non alzare una timida mano in cenno di saluto, inizia un rocambolesco accartocciamento su se stesso. Una specie di contorsione dolorosa di tutti i muscoli del corpo con una roteazione di circa 190 gradi della testa.
Sembrava una specie di porcellino di Sant’Antonio, uno di quegli insetti che se li tocchi con la punta di un bastoncino si chiudono su se stessi e diventano delle palline durissime.

Siamo un po’ spaesati. Non diciamo nulla, ci alziamo e in punta di piedi, con le teste innaturalmente girate verso il fondo del locale (sia mai incrociamo lo sguardo) ci avviamo all’uscita.

Ci rimettiamo in macchina e torniamo a casa in silenzio ma, davanti casa, l’Imprevisto.
Sta rientrando anche lui. In macchina.

Parcheggiamo.
“Rimaniamo chiusi dentro fino a quando non è entrato.”
“Sei pazzo…”
“Sennò finisce a botte”

E niente, se un giorno vi dovesse capitare di venire in India e di vedere due scemi chiusi in macchina che spiano in direzione di una casa, non preoccupatevi. Non sono due voyeur. Siamo solo noi che aspettiamo che il Vicino si sia barricato in casa per poter entrare a nostra volta.

Lady B.
PS. Non avevamo nulla contro il Vicino ma, visto che non abbozziamo mai, adesso lo odiamo anche noi applicando così una condizione di reciprocità.

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