Casalighitudine sui generis

Mi sono riscoperta un po’ casalinga dentro.
Dopo anni passati a correre avanti e indietro per meeting, briefing, updating, recalling, scassaminchieing ad un certo punto, improvvisamente, scopro che pure prendersi cura della casa non è male. Alla fine della giornata, si è sfatti come dopo 4 ore di riunione ma, tutto sommato, si vedono i risultati del proprio lavoro.

Salvo che qualcuno non decida di rubarteli.

Ebbene si.

Avendo trascurato per circa un ventennio il significato della frase “fare il bucato”, ho iniziato a metter su lavatrici come se non ci fosse un domani. Molte camicie (non mie) sono state sacrificate sull’altare del lavaggio a 40 gradi con calzino blu che di soppiatto si è infilato in un carico di bianchi. E comunque il celeste non passa mai di moda.

Mi piace molto che il bucato odori di sole e di vento, dunque stendo tutto nel balconcino di servizio. In quel balconcino per la verità c’è di tutto: un’amaca montata per metà; i resti di un orto da terrazzo che la mia metà migliore, noto come Pollice Marcio, ha fatto morire a una velocità record; un tappetino per consentire ai gatti di farsi le unghie per quanto loro preferiscano sempre il divano più costoso. C’è pure uno stendino. Su cui, banalmente, stendo.
Qualche giorno fa, mentre terminavo questa operazione sudando come un bue poichè c’erano i soliti 39 gradi che rendono piacevole qualunque cosa, ho sentito un tonfo.
Un rumore sordo, come di un corpo che si lancia a peso morto da qualche parte.
Non faccio in tempo a girarmi e mi ritrovo faccia a faccia con un enorme scimmione bianco. Incazzatissimo. Faccio la vaga. Anni di India mi hanno insegnato che davanti a scimmie che pesano più o meno quanto te, è meglio abbozzare. Lei no. Lei non abbozza. Si avvicina e poi guarda lo stendino. Non faccio in tempo a capire cosa vuole fare che si è tuffata tra i miei panni e inizia con perizia mammifera a togliere le mollette. PORTANDOSI POI VIA IL MIO BUCATO.
O meglio, portandosi via delle mutande che, lungi dall’essere mie, sono della mia metà migliore che sicuramente sarà felice di essere la vittima di una rapina così singolare.
Vorrei reagire tirando una scarpa alla scimmia ma sospetto che se la ruberebbe e, all’occorrenza, mi mozzicherebbe pure. Abbozzo ancora e batto in ritirata verso casa.
Lei nel frattempo, con un’agilità che io non ho mai posseduto, salta sull’albero di mango che sta davanti al balcone. E inizia a prendermi palesemente per il culo. Facendo il tipico suono “Uhuhuhuh”, mi sventola le mutande davanti agli occhi e inizia a scuotere l’albero di mango facendo precipitare al suolo diverse centinaia di manghi dal peso di mezzo chilo ciascuno. Granate vegetariane che si spiaccicano al suolo al suono di “Sciack” rendendo il pavimento uno schifo appiccicoso.
Ci guardiamo. Lei con aria di sfida, io con odio.
Dando prova di maturità e coraggio, chiudo l’inferriata e, ebbene sì, la mando lì dove la schiena perde il suo onorato nome.

“Ti sei fatta mettere i piedi in testa da una scimmia”
“Taci.”
Ed è subito sera

Lady B.

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