La crudeltà del bello. Due righe sul Giappone

La mia finestra a est ha allargato la sua visuale. Ha conosciuto un nuovo ampio orizzonte, la mia anima e il mio cervello se ne sono nutrite con insaziabile smania. Complice l’estate, complice questa forza che, con cieca protervia, spinge la mia metà migliore e me a esplorare orizzonti sempre diversi che ci costringano a un confronto con tutto ciò che a noi è “terzo”, abbiamo sconfinato in Giappone.

L’ho adorato, il Giappone. Ho adorato la sua compostezza, il suo essere isola e continente insieme; ho adorato le contraddizioni e gli eccessi. Ho adorato tutto quello che risultava immediatamente tangibile. I colori, i suoni, lo scorrere armonioso del tempo, la rassicurante precisione dei treni, la disarmonica irrequietezza di un popolo che vorrebbe essere se stesso ma è continuamente scosso dal dirompente flusso di vita che arriva dal resto del mondo.

Eppure, questo Giappone, questa forza tranquilla, mi ha lasciato in corpo dei sentimenti molto contrastanti. Come, del resto, me li hanno lasciati tutti i paesi asiatici che ho potuto vivere e sentire sotto la pelle.

Dell’Asia, in generale, ho imparato questo: bisogna farsi travolgere, senza opporre resistenza. E’ lei a condurre il gioco, è lei che si fa scoprire piano piano schiaffeggiandoti con forza e costringendoti a spostare lo sguardo verso un orizzonte più profondo.

C’è qualcosa, quando arrivi a Tokyo, che mette subito a disagio colui che, scevro da pregiudizi (i quali non aiuterebbero la formazione di un giudizio sano), si immerge completamente nella città. E nella sua gente.
E quindi, a Tokyo, mi sono lasciata avvolgere. E Tokyo, che è una bella donna avviluppata in un manto di cemento, mi ha sedotta. L’ho sentita fremere sotto i miei passi, ho sentito il fermento culturale di un popolo che nulla lascia al caso. E, come ogni bella donna, mi ha fatto sentire a disagio. Un disagio che è cresciuto quando da Tokyo sono passata a Kyoto, a Nara, a Kanazawa, sul Monte Koya in mezzo ai monaci e quando, alla fine, sono tornata da lei. A Tokyo.

Un disagio che non ho potuto identificare subito. Era inizialmente una sensazione, circondata da un milione di altre sensazioni, qualcosa che non potevo liberare dalle emozioni violente che questo paese mi stava regalando.

E quando, completamente assoggettata dalla bellezza di un giardino strutturato per consentire all’uomo di pensare meglio, ho capito cos’era questo disagio, ho provato un forte turbamento.

E’ crudele, il Giappone. E’ spietato. L’ho pensato più volte, l’ho detto ad alta voce per costringermi a fissare nella mia testa quanto vero fosse questo concetto.

Il bisogno di perfezione, indotto da una cultura rigida volta allo svilimento della persona in quanto individuo, piega con forza ogni estro e ogni guizzo di spontaneità.
E questo risulta in modo massiccio proprio da questi giardini, che tanto ho amato, in cui la forza della natura, con bende e bendaggi, viene piegata e assoggettata a un bisogno altro. Quello dell’uomo. E del suo predominio.
Risulta dalla cultura del cibo. Ogni piatto è curato nel dettaglio, minuziosamente. E’ una piccola opera d’arte che si traduce in un’esperienza sensoriale unica. Ma per raggiungere quell’unicità si è disposti ad infliggere, a tutto ciò che umano non è, delle torture indicibili.
Risulta dal martellante ordine che si impone alle persone. Persone che non devono far sfoggio delle proprie doti quanto, piuttosto, tenerle nascoste, assoggettarle e modellarle secondo le regole di una imperscrutabile ikebana morale.
L’aura mediocritas in chiave orientale.

L’ho amato il Giappone, l’ho sentito immediatamente scorrere nelle mie vene e pulsarmi dentro il cervello. E forse, pur costringendomi a delle riflessioni sulla difficoltà di capire e accettare qualcosa che mi è completamente estraneo per natura e formazione, ne ho amato anche la crudeltà. La crudeltà nascosta dentro la sua bellezza.

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