Attenta a dove metti i piedi!

Quando avevo cinque anni, ma pure quando ne ho compiuti 25 di anni, mia madre mi ripeteva di continuo “attenta a dove metti i piedi!”
Era una specie di mantra.
Stavo mangiando una fetta di prosciutto seduta su una panchina? “Attenta a dove metti i piedi.”
Guardavo la televisione sul divano? “Attenta a dove metti i piedi.”
Nemmeno se fossi stata una piovra avrei avuto così tanti piedi a cui badare.

Eppure…

Eppure, mediamente una volta l’anno, mi sono sempre riuscita a rompere con regolarità uno o due dita dei piedi.
Sempre in modo fantasioso.
Il momento più doloroso è stato in campagna,un posto che odiavo dove non c’era nulla da fare e in cui i miei genitori si ostinavano a voler spendere parte delle nostre vacanze estive per via dell’aria pulita che si respirava. Ho sbattuto con forza il mignolo nudo contro un muretto a secco e saltellando (scalza) per il dolore ho messo l’altro piede su un riccio di castagno.
E mentre mia madre mi levava le spine di quello stupido riccio con una pinzetta, non curandosi affatto che il mignolo aveva triplicato il suo volume ed era anche stranamente moscio, venivo intrattenuta dalla stessa con una conferenza sui vari modi in cui si poteva stare attenti a dove si mettevano i piedi.
Con gli anni le cose non sono migliorate ma ho fatto una scoperta.

Se sto attenta a dove metto i piedi, non posso stare attenta a nient’altro.

Quando cammino il mio sguardo punta costantemente a terra per controllare la direzione presa dai piedi. Ed è chiaro che, impegnata come sono, non ho modo di fare altre attività. Tipo chiacchierare. In effetti le passeggiate con me sono di una noia mortale.
Se sto mangiando un gelato, di camminare non se ne parla nemmeno perchè questo implicherebbe la combo “mangiare-guardare a terra” senza beccare nemmeno un palo in fronte. Impossibile.
Se sono a un buffet mi devo necessariamente posizionare nell’angolo più strategico, quello delle mozzarelle e degli affettati, così devo solo allungare una mano e riempirmi il piatto. Rimanendo in religioso silenzio.
Non sono affatto multitasking e questo sta avendo delle torbide ripercussioni sulla mia vita sociale. Le gente pensa che io sia una stronza che non vuole interagire col prossimo mentre tento solo di salvaguardare me stessa da incidenti potenzialmente mortali.

Ma quest’estate ho deciso di fare la matta.
Quest’estate, camminando con la mia metà migliore in spiaggia, ho deciso che volevo liberarmi dai dettami imposti da mia madre. Affanculo a dove metto i piedi! Voglio passeggiare libera, guardando dove mi pare, chiacchierando con chi mi pare e sciogliendo i miei capelli ispidi al vento.
E mentre scruto l’orizzonte passeggiando, ribelle come non mai, sento una fitta orrenda alla pianta del piede.
Abbasso lo sguardo e noto che un cardo spinosissimo, o meglio un cespuglio di cardi delle dimensioni di un pallone di calcio, mi era venuto incontro festante per poi conficcarsi subdolamente nella pianta del piede.
Mentre sono seduta in modo scomposto a terra, con la sabbia che mi si infila ovunque ma in particolar modo negli occhi per via dello stesso vento che prima mi accarezzava le chiome setolose, e maledico tutto e tutti mi ricordo anche di una cosa. Successa almeno 25 anni prima.
Quando, avendo deciso di non prestare attenzione a mia madre, ho iniziato a correre in spiaggia e sono incappata in un cardo spinosissimo, forse lo stesso di adesso, che mi si era infilato nella pianta del piede e non voleva saperne di trovare altra collocazione.

La mia metà migliore tenta di aiutarmi ma io ormai sono piena di sabbia, piena di cardi e piena di rancore. Estirpo il cardo e lo lancio ma, visto che non sono nemmeno particolarmente brillante, lo lancio controvento così mi colpisce di striscio pure una chiappa.
Riprendiamo la nostra passeggiata in silenzio, io guardo intensamente la punta dei miei piedi e mi chiedo perchè Proust potesse viaggiare nel tempo con le madeleines mentre a me la vita ha riservato degli stronzissimi cardi.

Lady B.

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