Archivi categoria: Sostenibilità amorosa

Domande inutili

“Ma cosa pensi che sia l’amore?”
“Ma che domande mi fai? Pensavo l’avessimo superata la fase adolescenziale in cui i ragazzini si chiedono cose a cui è impossibile trovare una risposta.”

L’aria era tiepida e dal prato iniziavano a far capolino le prime margherite. Le stesse che di lì a poco sarebbero scomparse senza una ragione precisa. Questa faccenda delle margherite di campo le aveva sempre lasciato una sensazione di angoscia. La loro improvvisa apparizione ma soprattutto la loro scomparsa che avveniva senza che lasciassero un segno della loro presenza, le creava un certo disappunto. Era sempre stata dell’idea che è bene lasciare traccia di sè e per questo per un periodo aveva iniziato a collezionare sassolini. Li aveva segnati con una X rossa e messi poi in un barattolo di vetro smerigliato. Ogni tanto li osservava. In caso di bisogno, li avrebbe sparsi in giro.
Poi si sa come funziona. Il tempo guarisce le ferite, risana i rapporti ma fa perdere anche molte cose. Accendini, persone, sentimenti e collezioni di sassolini.

“Non c’è bisogno che te la prendi…”
“Non me la prendo, non mi piacciono le domande inutili.”

E mentre stavano lì, in silenzio, ognuno perso nelle proprie cose, lui le offrì l’estremità del cono gelato che stava mangiando.

Forse l’amore non è fatto di parole. È fatto di gesti rituali che si perdono nell’infinità dei gesti banali del quotidiano. Come la puntina di un gelato regalata che dentro nasconde un’anima di cioccolato.

Lady B.

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Casalighitudine sui generis

Mi sono riscoperta un po’ casalinga dentro.
Dopo anni passati a correre avanti e indietro per meeting, briefing, updating, recalling, scassaminchieing ad un certo punto, improvvisamente, scopro che pure prendersi cura della casa non è male. Alla fine della giornata, si è sfatti come dopo 4 ore di riunione ma, tutto sommato, si vedono i risultati del proprio lavoro.

Salvo che qualcuno non decida di rubarteli.

Ebbene si.

Avendo trascurato per circa un ventennio il significato della frase “fare il bucato”, ho iniziato a metter su lavatrici come se non ci fosse un domani. Molte camicie (non mie) sono state sacrificate sull’altare del lavaggio a 40 gradi con calzino blu che di soppiatto si è infilato in un carico di bianchi. E comunque il celeste non passa mai di moda.

Mi piace molto che il bucato odori di sole e di vento, dunque stendo tutto nel balconcino di servizio. In quel balconcino per la verità c’è di tutto: un’amaca montata per metà; i resti di un orto da terrazzo che la mia metà migliore, noto come Pollice Marcio, ha fatto morire a una velocità record; un tappetino per consentire ai gatti di farsi le unghie per quanto loro preferiscano sempre il divano più costoso. C’è pure uno stendino. Su cui, banalmente, stendo.
Qualche giorno fa, mentre terminavo questa operazione sudando come un bue poichè c’erano i soliti 39 gradi che rendono piacevole qualunque cosa, ho sentito un tonfo.
Un rumore sordo, come di un corpo che si lancia a peso morto da qualche parte.
Non faccio in tempo a girarmi e mi ritrovo faccia a faccia con un enorme scimmione bianco. Incazzatissimo. Faccio la vaga. Anni di India mi hanno insegnato che davanti a scimmie che pesano più o meno quanto te, è meglio abbozzare. Lei no. Lei non abbozza. Si avvicina e poi guarda lo stendino. Non faccio in tempo a capire cosa vuole fare che si è tuffata tra i miei panni e inizia con perizia mammifera a togliere le mollette. PORTANDOSI POI VIA IL MIO BUCATO.
O meglio, portandosi via delle mutande che, lungi dall’essere mie, sono della mia metà migliore che sicuramente sarà felice di essere la vittima di una rapina così singolare.
Vorrei reagire tirando una scarpa alla scimmia ma sospetto che se la ruberebbe e, all’occorrenza, mi mozzicherebbe pure. Abbozzo ancora e batto in ritirata verso casa.
Lei nel frattempo, con un’agilità che io non ho mai posseduto, salta sull’albero di mango che sta davanti al balcone. E inizia a prendermi palesemente per il culo. Facendo il tipico suono “Uhuhuhuh”, mi sventola le mutande davanti agli occhi e inizia a scuotere l’albero di mango facendo precipitare al suolo diverse centinaia di manghi dal peso di mezzo chilo ciascuno. Granate vegetariane che si spiaccicano al suolo al suono di “Sciack” rendendo il pavimento uno schifo appiccicoso.
Ci guardiamo. Lei con aria di sfida, io con odio.
Dando prova di maturità e coraggio, chiudo l’inferriata e, ebbene sì, la mando lì dove la schiena perde il suo onorato nome.

“Ti sei fatta mettere i piedi in testa da una scimmia”
“Taci.”
Ed è subito sera

Lady B.


La mamma

La mamma è quella che “mamma ma dove sta il mio zaino?” “Guarda che se vengo lì e lo trovo te le suono!”

La mamma è quella che “mangia ancora un po’!” “No grazie sono piena!” “Ho detto mangia! Che sennò si butta ed è peccato!”

La mamma è quella che, in una giornata di inverno, “mamma dove sono le mie pantofole?” “Te le ho messe sul termosifone così sono belle calde!”

La mamma è quella che “Ti sei messa la canottiera?” “Ma ci sono 35 gradi!” “Non importa, portati pure una sciarpetta che poi a 30 anni ti viene la cervicale!”

La mamma è quella che “Mamma sono disperata…mi ha lasciato!” “Oh, meno male va. Era proprio un deficiente, andiamo a festeggiare!”

La mamma è quella che “Oh, mamma, oggi sembri Maga Magò!” “Oh. Dici? Ma cos’è quella roba sul tuo sedere? Non sarà mica cellulite…”

La mamma è quella che “Mamma vado a vivere in India” “…” “Hai capito?” “Si. Forse mi si è rotto un pezzetto di cuore ma per la felicità. E portati una sciarpetta”

La mamma è quella che “Oddio mamma…il gatto sta male e qui non trovo le medicine giuste” e nemmeno hai finito la frase che lei, alle 9 del mattino, sta nella sede del DHL a spedire un pacco pieno di medicinali per gatti. Poi magari nel pacco ci mette pure una sciarpetta. Ma solo per sicurezza.

La mamma è l’àncora, la certezza, l’abbraccio. E’ quella che si rispecchia nella tua vita senza permettersi di giudicarla. Quella che sostiene tutto, come la chiglia di una nave.

E quanto siamo fortunati ad averla è una scoperta che dovremmo fare appena il nostro sguardo incrocia il suo.

Lady B.


Quicksand.

Io li ho sempre presi per il culo quelli che muore un personaggio famoso e iniziano a pubblicare necrologi strappalacrime manco fosse un parente loro. Veramente. Massimo disprezzo per il necrotweet e compagnia cantando.

Però certo pure tu eh. Insomma, io ci ho messo circa sei anni a passare sul fatto che non ci saremmo mai potuti sposare. Avevo 14 anni quando quella stronza della mia compagna di banco mi ha fatto notare che c’era una certa differenza di età e che ascoltare h 24 “Life on Mars” non avrebbe cambiato niente, proprio niente. La gente sa essere veramente ingiusta alle volte.
E allora vabbè, niente matrimonio però era stabilito che tu continuassi a comporre la colonna sonora della mia vita. Questo era un patto.
E sei stato bravo perchè ci sei riuscito.

Ti ricordi quando a 27 anni avevo deciso di chiudermi in un monastero di clausura e di buttare la chiave perchè faceva tutto schifo, gli uomini facevano schifo (uno in particolare), la Nutella faceva ingrassare ma soprattutto passavano in radio un motivetto che non significava un cazzo mezzo in portoghese mezzo in una lingua che boh, poteva essere pure urdu? Continuamente lo passavano, Dio che nervi. E in quel momento sei tornato da Marte per rimettermi nelle orecchie un brano che metteva di nuovo tutto sotto la luce giusta.
Rock and Roll Suicide. Un brano che parlava di me e sicuro era scritto per me. Che andava ascoltato almeno 20 volte al giorno, specie di notte quando i fantasmi di un passato che non se ne voleva andare mi infilavano le dita in cicatrici che non si rimarginavano.

E poi c’è stata Five Years. Il momento della fase ascendente. Quando i tasselli di questo mosaico strano che è la mia vita hanno iniziato ad andare tutti al posto giusto. Quanto mi fa piangere Five Years. Soprattutto adesso che la mia vita è a posto, che il monastero di clausura non è più preso in considerazione, ora che la Nutella non fa ingrassare se la bilancia è in un’altra stanza e ora che gli uomini non fanno più schifo. Soprattutto uno.

Cioè io l’avevo ascoltata Lazarus. E sto fatto del paradiso, del bluebird, della blackstar un po’ mi aveva fatto rosicare, te lo dico. Mi sembrava che avessi tirato i remi in barca e avessi deciso di non fare più colonne sonore per me. Sarebbe stato tradire il nostro patto e, passi per il matrimonio saltato, ma questo proprio no.

Poi mi alzo, che già è lunedì, apro il Telegraph e leggo qualcosa che non capisco. David Bowie è morto. Morto?
Bugiardi sti giornalisti, io gli farei restituire il tesserino. O bugiardi o incompetenti perchè lo sanno tutti. David Bowie non muore, al massimo torna su Marte.

E allora, Duca, buon viaggio. Ti perdono anche questa volta. Ma stavolta la colonna sonora sarà Quicksand.

Lady -Stardust- B.


Coraggio, fiore di cappero!

Qualche tempo fa avevo letto una storia. Non ricordo il titolo ma parlava del fiore del cappero. Mi aveva incuriosito la faccenda del fiore e quindi, avendo del tempo a disposizione, mi sono andata a guardare un sito di botanica.

Insomma esce fuori che le pianteFeatured imagedi cappero sono le più resistenti che esistano. Crescono ovunque, attecchiscono anche nei posti più impervi e rimangono lì, tutte verdi e orgogliose. Poi a un certo punto, quando meno te lo aspetti, germogliano e danno vita al più bello dei fiori. Ed è quasi un peccato che il fiore poi diventi un cappero perchè il cappero in fondo tanto bello non è.

La storia che ho letto parlava di una bambina che ogni anno si aspettava che, nel bel mezzo dell’estate, tra le intersezioni di un muro, una piantina di cappero la sorprendesse con il suo bellissimo fiore. E anno dopo anno non rimaneva mai delusa. Poi a un certo punto, proprio su quel muro, passano una mano di stucco e la piantina viene eradicata. Fine dell’attesa ma non fine della speranza perchè, nonostante tutto, la bambina sa bene che la pianta è più forte delle avversità e che quindi alla fine, in un modo o nell’altro, avrebbe scardinato l’intonaco e sarebbe tornata a fiorire.

E adesso scusate ma devo metterla sul personale.
Perchè io la conosco una piantina che, considerato tutto, credo sia proprio una piantina di cappero su cui hanno passato una mano di stucco. E si vede che sta lì, un po’ sconquassata, con tutta sta vernice tossica che le cola sulle radici e che non la fa respirare bene. Quella vernice che ha addosso è della peggior marca. E’ un miscuglio di delusione, umiliazione e storiacce di cuori spezzati. Una roba che non dovrebbe proprio essere messa in circolazione, figuriamoci poi se può essere usata per dare una passata di bianco su un muro colorato dove è germogliata una pianta.
Ma ormai il danno è fatto. E lei se ne sta lì un po’ accartocciata.
Però in fondo lo sappiamo tutti, compresa lei, che arriverà il momento di tornare a fiorire. Magari su un altro muro, con la consapevolezza che il fiore che verrà sarà ancora più bello e più forte perchè sarà riuscito a far rinascere la primavera dentro, con un nuovo sole che piano piano fa capolino che fa esplodere tutti i colori di un nuovo mondo.

Coraggio.

Lady B.


Un piccolo intermezzo

Oh ecco.

Io con oggi ho esaurito la pazienza verso quella macrocategoria di coppie per le quali è sempre tutto meraviglioso. Quelle tutte rose e fiori, per le quali niente è mai un problema, che non litigano mai e che si mandano messaggini coi cuoricini, poi fanno lo screenshot e lo pubblicano su facebook. O, peggio ancora, che si fanno i selfie mentre limonano duro e poi li mettono su instagFeatured imageram con l’hashtag “truelove”. A parte che a nessuno interessa vedere la vostra vicendevole gastroscopia e poi, se proprio non potete farne a meno, che almeno siate di bella presenza.

In ogni caso vi odio.

E continuo a fare il tifo per quei poveri esseri umani che vivono insieme e vorrebbero prendersi a padellate e che magari ogni tanto ci si prendono. Per quelli che magari si salutano a malapena la mattina perchè la sera prima hanno discusso ferocemente ma che non mettono mai in dubbio i propri sentimenti. Quelli che “non ti preoccupare non fa niente” il cui sottotesto è “allontanati prima che io prenda una fiamma ossidrica”.
Quelli che piangono, che si incazzano, che si incazzano ma cercano di mantenere la calma. Quelli che sono felici e che non lo devono far vedere per forza a tutti, quelli che a volte si sentono un po’ soli anche stando in due perchè non sempre ci si riesce a capire ma comunque ci si prova. Quelli che mettono una pietra sopra a una discussione anche se, sotto sotto, vorrebbero mettere una lastra di tufo sulla testa del proprio compagno. Quelli che non fanno spesso i complimenti e quando li fanno si sentono impacciati come a 15 anni.
Quelli che affrontano la vita in due e si fanno forza per 200.

La vita a due è una cosa incasinata. E’ una cosa seria.
Può succedere ad esempio che la mattina, mentre ancora non sei completamente in te, qualcuno ti dica
“Certo che oggi sembri veramente un gorilla”
E allora vediamo quanti cuoricini compariranno sulla vostra pagina facebook.

Lady B.


Un elenco

Le ex. Me ne parlava la mia amica I. l’altro giorno. Perchè lei ha vissuto con un tipo per qualche tempo e, ad un certo punto, si è resa conto che lui, pur sentendola con cadenza quasi giornaliera, si era DIMENTICATO di dire alla sua ex che conviveva con una persona.

Mo, io dico, uno si può dimenticare lo yogurt in frigo. Al limite può lasciare accesi i fari della macchina per tutta la notte per sbaglio ma dimenticarsi di raccontare a una, che ti fonde il cellulare di  messaggini a ogni ora del giorno e della notte, che hai iniziato una convivenza è un reato perseguibile dalla legge. Quella del taglione. Dopo un’accurata riflessione, mi sono resa conto che nella mia vita mi sono imbattuta in tutti i tipi di ex possibili. E, con mio rammarico, scopro di non aver dato fuoco a nessuna di loro. In ogni caso, ritengo utile stilare un piccolo elenco del prototipo della ex. Con i relativi comportamenti da seguire in caso vi trovaste di fronte a loro.

LA DEPRESSA.
Specie pericolosissima che, avendo passato il suo tempo a saltare da un letto a un altro per tutta la durata della sua relazione, una volta piantata si scopre vedova inconsolabile. Ovviamente quando il tipo ha iniziato un’altra storia. Segnatamente con voi.
COSA FARE: chiuderla dentro una vergine di Norimberga così che possa avere un valido motivo per avvilirsi.

LA TRANQUILLONA.
Quella che, non importa se piantata o se abbia piantato, a un certo punto riciccia fuori come un cardo sotto la pianta del piede. Apparentemente non vuole nulla, solo prendersi una birra col suo ex per riparlare dei bei tempi andati. “Ma si certo, porta pure la tua ragazza che mi fa piacere”. Non ci cascate. Vi vuole incontrare solo per strapparvi un ciuffo di capelli e lanciarvi qualche maledizione che vi faccia, che so, cascare un occhio.
COSA FARE: presentarsi alla birra stringendo in una mano la foto di padre Amorth. E nell’altra una mazza da baseball.

LA STRANIERA.
La donna che viene da lontano. Quella che “siamo stati insieme tanto tempo fa”. Quella che prende un aereo dal paesino sperduto del Guatemala perchè ha voglia di fare due chiacchiere di persona. Tanto per cominciare: DI PERSONA? Questo implica che abitualmente ci fai due chiacchiere. Male. E poi, non era quella poverissima con la quale mi hai scassato l’anima perchè sollazzava il tuo senso di colpa per via della sua condizione disagiata? No, perchè se è così, l’unica spiegazione plausibile è che abbiano messo all’asta centinaia di biglietti aerei e lei li abbia vinti tutti.
COSA FARE: Segnalare alle autorità aeroportuali la presenza di una pericolosissima terrorista. Allegare foto per completezza.

LA MALINCONICA.
Questa è quella che “sai, mi sono fidanzata. Ma come stavo bene con te…”. Senti bella, fai una cosa. Vedi quella tanica di kerosene? Portati avanti col lavoro e inizia a darti fuoco.
COSA FARE: Niente. La sua deriva emo farebbe cadere le palle a chiunque. Si mette in fuorigioco da sola. E, se così non fosse, parlate con delicatezza col vostro uomo, con tono comprensivo e stringendo tra le mani un rastrello.

LA SUPER AMICA.
Ecco. Questa è quella che fa rosicare più di tutti in assoluto. Di solito è quella scaricata che fa finta di essersi messa l’anima in pace. Magari ha avuto pure altre storie eh. E durante le sue relazioni non si è mai fatta sentire. Mai. Al termine tuttavia, torna sempre all’ovile. O almeno ci prova. E inizia a svitare le palle della fidanzata di turno con dei messaggini/telefonate che farebbero venire l’orticaria pure a Madre Teresa di Calcutta. Se continui a mandare foto delle tue vacanze, di te con le tue amiche, di te da sola; se continui a scrivere su whatsapp in orari in cui dovresti chiuderti le mani in una pressa a caldo si potrebbe pensare che tu sia in malafede. O che addirittura stia cercando di seminare zizzannia.
COSA FARE: Portarla a Roma. A Piazza Campo de’ Fiori per mostrarle la statua del buon Giordano Bruno a mo’ di monito.

In generale, vorrei solo sottolineare una cosa. L’aspetto semantico della particella “ex”. Che nel suo senso più stretto significa “da” “fuori” “via”. Qualcosa che ci è appartenuto e che non è più. Passato. Qualcosa che non ci appartiene più per un motivo, o per più motivi. E legarsi al passato, continuare ad alimentare un cordone ombelicale reciso, significa non guardare al proprio futuro con le lenti giuste.

E questo vale pure per tutte le Ex. Che, a furia di passare il loro tempo a cercare di rientrare nelle grazie di qualcuno, si dimenticano che la loro vita sta scorrendo via dietro l’ombra di un fantasma.

Lady B.