Opportunità perse.

Sono arrivata a casa con dei sentimenti contrastanti.

Da un lato temo di aver perso un’opportunità, dall’altro credo di essermi salvata la vita da una morte tra atroci sofferenze.

Essendomi svegliata carica di un inopportuno ottimismo, sono uscita per sbrigare delle faccende che stazionavano da circa sei mesi nell’angolo dei “buoni propositi”.
Giacchè non sono riuscita a concludere nulla, ho preso un tuk tuk, ovvero una di quelle motorette che fanno slalom nel traffico e che arrivano anche sulla Luna se glielo chiedi, e sono tornata a casa.

Appena scesa dal tuk tuk vedo un omìno che mi si avvicina con un secchio.
Guardo meglio e questo secchio letteralmente stava trasudando insetti. O meglio, api. Tantissime api.
E questo omìno continuava ad avvicinarsi con questa arma di distruzione di massa puntata nella mia direzione.

“Madame! Madame!” dice correndo verso di me

Che cazzo. Deve essere pazzo.

Non sapendo che fare, mi metto a correre perchè davvero oggi non posso essere pure assalita da un esercito di api incazzate come mine.

Inizia a correre pure lui.

“Madame! Madame!”
“Ahò, vattene via! Ma che ti pare che mi insegui con un secchio pieno di api?”
“Ma no Madame! Non ti sto inseguendo!”

Ah no?
E perchè stiamo correndo come due idioti in mezzo alla strada?
Continuo nella mia fuga sbuffando come un mantice perchè l’ultima volta che ho intrapreso attività fisica risale almeno a 3 anni fa.
Si ferma. E insieme a lui si fermano le api.

Sento la sua voce in lontananza

“Maaaadame! Volevo solo sapere se volevi del miele di api organicooooo”

Ho continuato a correre in preda al sacro terrore però ora sono assalita dal dubbio che l’omìno non volesse farmi fuori ma volesse effettivamente solo vendermi del miele che quasi sicuramente era eccezionale.

A volte le opportunità si perdono perchè una non riesce a guardare oltre una cortina di pungiglioni.

Lady B.


La farmacia

Mi sono resa conto che, dopo tanti anni di India, ancora non ho parlato del posto che in assoluto mi fa rosicare più di tutti.

La farmacia.

E, come ogni volta in cui mi trovo a dover parlare di cose che mi fanno rosicare, devo per forza tornare al mio amatissimo dialetto che dà forma a situazioni che altrimenti sarebbero indescrivibili.

A Delhi ce stanno mioni de farmacie. Ce sta a farmacia ayurvedica che te venne e polveri de arga che te fanno guarì da tutti i mali tranne che dar cagotto, ce sta a farmacia der mercatino sotto casa che c’ha a roba scaduta ner 1917 e poi ce sta a farmacia de fiducia. Cioè a farmacia che, dopo anni de studi, te sei scerto come posto in cui annà a rosicà.

Naa farmacia che me so scelta io, ce sta sempre er panico e pare de sta a Termini a e 7.40 der mattino quanno tutti quelli che stanno in ritardo devono prende er treno.
Dentro a farmacia ce stanno circa 200 farmacisti stipati dietro a un bancone de mezzo metro e 700 aiuti farmacisti che se movono in uno spazio de 6 metri quadri (a farmacia è un buco) e che te chiedono se c’hai bisogno de quarcosa.

De continuo.

Ma secondo te, se sto in farmacia, nun me serve gnente? So venuta a fa na gita de piacere?

E uno ce prova a mantenesse calmo, eh. Tranne che in alcune circostanze.

In India ce sta sto fatto che a un certo punto er tuo corpo da occidentale dice “vabbè, te sei magnato ‘na carica batterica che ucciderebbe na famija de bisonti. Mo te punisco.” e quindi te viè n’infezione intestinale che vorresti solo morì.
Allora corri in farmacia perchè c’hai bisogno de qualcosa che t’aiuti, sennò mori pe davero.
Fai a gomitate tra l’aiuti farmacisti perchè voi proprio parlà co n’farmacista vero. Te voi fa consolà e te voi sentì dire che c’hanno er mejo anticagotto dell’India.
Però co discrezione perchè nun voi fa sapè a tutta Delhi che hai ceduto, che er pollo tandoori ha avuto a mejo su de te.

Allora sussurri ar farmacista er problema tuo. Solo che dietro de te ce stanno 700 aiuti farmacisti e 8000 clienti che hanno come unico obiettivo sapè quello che stai a sussurrà ar farmacista.
Farmacista che, nse sa come, nun te riesce mai a sentì.

“CHE TE SERVE?”
“c’ho un’infezione intestinale…”
“NUN T’HO CAPITO! PARLA PIÙ FORTEEEE!”
“Ha dei fermenti lattici e un disinfettante intestinale?”
“A CHE TE SERVONO?”

E da dietro, risponne la vecchia

“A dottò, e a che je servono? C’ha er cagotto porella!”

E tutti scuotendo la testa

“Eh si, porella porella”

“AH. ME DISPIACE SIGNORì MA L’ANTICAGOTTO L’HO TERMINATO. TE PO SERVì NA CREMA ANTIRUGHE?”

E gnente. Io la odio a farmacia.

Lady B.


La coppia che scoppia

Ogni tanto, specie sotto Natale, mi prende la malinconia dell’Italia.
Del caos degli acquisti fatti all’ultimo minuto, del profumo che viene dalla cucina di mamma e di tutto quel viavai di fratelli e nipotini. Quando si vive dall’altra parte del mondo, si mette in conto tutto questo.
Oltre alla malinconia vengo assalita da una disperazione nera quando mi rendo conto che, sul mio tavolo, il giorno di Natale mancheranno delle cose fondamentali. La corallina, i tortellini, il filetto in crosta, i torroni e il panettone. In pratica, una tragedia.

Quest’anno scopro che la mia panetteria di riferimento, per ragioni che ancora non mi sono chiare, una settimana prima della vigilia avrebbe messo in vendita il panettone artigianale. Sorvolo sul come sia possibile che in India venga prodotto il panettone perchè in India è possibile tutto, mentre devo precisare che il giorno successivo a questa scoperta ero in coda per comprarlo ed ero disposta a tutto per averlo.

Premetto, per amore di verità, che a pranzo dai miei il giorno di Natale l’unico motivo per cui mangiavo il panettone era che potevo togliere i canditi e spararli con una cerbottana casalinga in testa ai miei fratelli. Per il resto, il panettone mi lasciava nell’indifferenza totale. Forse perchè nel frattempo mi ero ingozzata come un’oca da fois gras.

Qui a Delhi invece voglio assolutamente che sia il re della tavola anche perchè il meglio che posso trovare al mercato locale è il pollo. E pure se uno si impegna a dargli dignità, il pollo è veramente la morte della cucina.

Dunque, in coda dal panettiere.

Le code a Delhi hanno questa caratteristica: non sono file ma mucchi di gente che si spintona e sono infinite. Si potrebbe passare una vita in coda perchè tutti cercano di passarti avanti e tu, che magari non conosci a memoria codice non scritto della sopravvivenza in India, ti fai fregare.
Io ormai sono rodata. Pesto piedi, dò gomitate, ogni tanto lancio con finta indifferenza la mia borsa sempre piuttosto pesante in direzione di sterni di altri clienti.
Stavolta però qualcosa si è inceppato. Nonostante tutti facciano il consueto casino, nessuno viene servito. Con un sapiente gioco di dita infilate nelle costole di due o tre signore, riesco a fare capolino nei pressi del bancone. E noto che non c’è il solito commesso a servire ma ci sono due ragazzi dall’aria non troppo sveglia. Si chiamano Montu e Abishek e, apparentemente, sono nel panico più totale.

Quando arriva il mio turno chiedo, scandendo bene le parole, un panettone e una baguette.

“Un cornetto e un caffè?” mi risponde Montu
“No. U N P A N E T T O N E E U N A B A G U E T T E”
“Non ho capito”

Oh cazzo.

Indico il panettone e poi indico la baguette.

“Ah.” dice
Sorrido e cerco i soldi nel borsello.
Poi noto che Abishek si è avvicinato a Montu e, insieme, stanno pigiando in modo assolutamente casuale i tasti di una vecchissima calcolatrice nel tentativo di farmi il conto. E visto che Abishek è prepotente, Montu per liberarsene gli sta dando delle sonore schicchere sulle nocche della mano.
Non finiremo mai. La folla dietro di me ruggisce.
Pago un totale di cui non sono affatto sicura e aspetto che mi consegnino la busta con le mie cose.

Aspetto. Aspetto. Aspetto. Aspetto.

“Ahò ma la roba mia?”
“Che roba?”
“Il panettone e la baguette! Li ho appena pagati!”

Si guardano con occhi vuoti poi uno dei due ha un guizzo di vita e mi consegna la mia busta.
Torno soddisfattissima a a casa.
Salvo poi scoprire che nella busta c’erano quattro baguette, un macaron (uno) e una tortina alle mele.

Abishek e Montu. Meglio noti come la coppia che scoppia.

Lady B.

 


La coerenza.

Ho iniziato il nuovo anno facendo una lista di buoni propositi che, puntualmente, sono gli stessi dal 1990.

Non importa. Quello che veramente conta è lo spirito con cui si fanno le cose: è dal 1990 che mi riprometto di confessare a mia sorella che le caramelle dentro la sua calza della Befana del 1989 gliel’ho mangiate io. Tutte.
Poi, tra una faccenda e un’altra mi è sempre passato di mente.

Quest’anno ho introdotto un nuovo piccolo proposito. La coerenza.
Ci vuole un sacco di coerenza per affrontare la vita a testa alta.
Il problema è che questo concetto l’ho introdotto per affiancarlo alla questione della palestra e della mia personalissima guerra contro la cellulite.

Guardandomi allo specchio in data 1 gennaio 2017, ho constatato con amarezza che sembro un Botero. E da quel momento mi sono imposta di fare almeno un’ora al giorno di esercizi massacranti che hanno dei nomi che ricordano delle torture medioevali. “Double thight slap burpees” o “Curtsy Lunges”, tanto per citare quelli che veramente odio di più e che credo debbano essere proibiti.
Comunque ogni mattina prendo il mio tappetino e faccio tutto quello che il programma fitness prevede. Dicendo parolacce, maledicendo chiunque e con le lacrime agli occhi.

“Mamma, scusa, oggi non possiamo parlare molto al telefono perchè devo fare gli esercizi per tonificare il sedere…”
“Tu non hai mai fatto nessun esercizio…”
“Eh, Ho iniziato dieci giorni fa.”
“Ok, va bene”
“Senti mamma, ti ricordi che ti avevo chiesto di spedirmi quelle fialette drenanti che mi servono per sgonfiarmi un po’?”
“Si, perchè?”
“Perchè pensavo che è proprio inutile fare un pacco mettendoci solo quelle. Spendi troppo di spedizione.”
“E quindi?”
“Ci aggiungeresti tre etti e mezzo di mortadella?”

La coerenza. Un concetto sopravvalutato che, in fondo, non sempre fa vivere felici.

Lady B.


Il mercato degli autolavaggi

“Madame, la tua macchina fa schifo”

L’esordio non proprio promettente è di Satish il quale, salvo periodi più o meno lunghi di ferie autoassegnate, è il principale utilizzatore della stessa.

E in effetti non posso che essere d’accordo perchè, in tre anni, la macchina è andata solo una volta all’autolavaggio dunque oltre al classico fango, è presente una dose consistente di zozzeria atavica.

“Hai ragione Satish. Come facciamo?”
“Eh Madame, dobbiamo andare a fare il servicing.”
“E che significa?”
“Che ti metti l’anima in pace e andiamo tutto il giorno nel mercato dei meccanici e degli autolavaggi così facciamo cambiare anche l’olio e il filtro dell’aria.”
“Ma scusa non si può andare alla concessionaria?”
“Madame, non capisci proprio niente. I concessionari ti fregano. Meglio il mercato.”

Non sono molto convinta. Gli affaroni che mi fa fare Satish, di solito, comportano un inutile dispendio di energie e, alle volte, mi fanno rischiare la pelle.
Ma tant’è. La macchina fa schifo e sono un paio di giorni che sento anche un’insistente puzza di aglio.

Alle 10.30 del mattino, siamo dal meccanico. Che poi non è esattamente un meccanico. E’ uno che ha una postazione allestita in mezzo alla strada e l’attrezzo più all’avanguardia che vedo è un cric i cui pezzi sono tenuti insieme da una chiave del dieci. Peraltro ci sta solo la postazione perchè di lui non vi è traccia.

“Il meccanico arriva fra 40 minuti. È andato a fare colazione. Andiamo a comprare l’olio.”
“Non ce lo dà il meccanico?”
“Madame, non parlare di cose che non sai per favore.”

Boh.
Andiamo dal venditore dell’olio che ha un banchetto pieno di taniche.
“Che olio vuoi?”
“Quello che non mi fa saltare per aria…”
“Madame, d’ora in poi parlo io eh…”

Tra una cosa e l’altra, in due ore riusciamo a far cambiare i filtri. Io mi sento soddisfatta come se avessi scritto un trattato di fisica nucleare e, peraltro, sono coperta di olio motore perchè il meccanico non voleva fare tutto da solo.

“Madame, ora andiamo al mercato dell’autolavaggio.”
Vorrei chiedergli che minchia significa ma ormai ho imparato a stare in silenzio, dunque faccio un segno di assenso.

Il mercato degli autolavaggi è praticamente uno stradone pieno di benzinai. Alcuni però non hanno la pompa di benzina ma solo un esercito di dipendenti addetti, per l’appunto, al lavaggio macchine.
Con criteri a me assolutamente sconosciuti, selezioniamo “il miglior autolavaggio di Delhi”.
Satish parlotta un po’ con il proprietario e per una cifra che ancora non ho capito quale sia, mi vengono messi a disposizione 5 dipendenti.
Cinque dipendenti per lavare una macchina. Mi sembrano troppi.

“Madame, per favore eh…”
“Ok, sto zitta”

Mi metto in un angolo e osservo. E quello che vedo mi lascia un po’ interdetta.
Un dipendente scuote la testa.
“La tappezzeria è troppo sporca.” sentenzia sconsolato.
Quindi va a prendere lo strumento per eccellenza: uno spazzolino da denti che forse risale ai tempi dell’indipendenza, impregnato con Dio solo sa cosa, con il quale inizia a sfregare i sedili della macchina.

“Satish…ma quanto ci vorrà??”
“Eh Madame. A occhio e croce due giorni”
“Cosa??”
“Eh si Madame. Ora lavano tutti i sedili con lo spazzolino, poi bisogna farli asciugare al sole. Siccome è inverno ci vuole più tempo perchè il sole tramonta prima. Dunque la macchina sarà pronta fra due giorni”
“Ma io come ci torno a casa?? Non so nemmeno dove siamo!”
“Eh Madame, la vita può essere dura a volte”.

Non so come spiegare alla mia metà migliore che, nonostante per due giorni si muoverà esclusivamente con il taxi, dovrà essere in grado di amarmi lo stesso anche così, piena di grasso sulle scarpe e sulla fronte.

E mentre mi sbraccio nel tentativo di fermare un tuk tuk per tornare a casa, un omino dell’autolavaggio mi fa notare che nella rientranza della ruota di scorta riposavano serene due teste d’aglio, messe di nascosto da Satish per allontanare il malocchio. E forse pure i passeggeri.

Lady B.


Cipolle, cipolle come se piovesse.

Qualche tempo fa sono andata con Satish a fare la spesa.
Nel senso che mi ha portato in un posto che “Madame, questo è proprio il posto meglio per fare la spesa in tutta Delhi”

Al che, visto che nel meglio posto di Delhi da sola non ci sarei mai riuscita ad arrivare, lui si è offerto di accompagnarmi.

“Madame, te ti fai la spesa tua, io mi faccio la mia”.

Ok, andiamo.

Vorrei solo dire che per arrivare al meglio posto di Delhi, abbiamo superato due discariche e un paio di templi pieni di mucche.

“Satish, perchè ci sono le mucche nel tempio?”
“Madame, che domande. Le mucche stanno nel tempio perchè quello è il posto loro. In Italia non ci sono mucche nei templi?”
“Mh. No. Boh. Non lo so. Non è che a Roma si vedano molte mucche in giro”
“Oh.”

Rimaniamo un po’ in silenzio.

“Madame, il mercato è pieno di mucche. Però è anche pieno di cose che si vendono al mercato.”
“Tipo?”
“Tipo le motoseghe”
“Io pensavo di comprare delle mele…”
“Trovi anche quelle. Però anche le motoseghe”

Ogni tanto credo che queste conversazioni si svolgano in un universo parallelo.

Arriviamo finalmente in questo mercato.
Satish ha il pieno controllo della situazione e si destreggia tra fango, buche, venditori di pialle arrugginite e banchi di frutta.
Io sembro uscita da Malagrotta che, per chi non lo sapesse, è la meglio discarica di Roma.
Completamente coperta di melma, mi avvicino a un banco che vende aglio e cipolla. Solo aglio e cipolla.

“Una testa d’aglio e tre cipolle”
“Tre chili?”
“No, tre pezzi”
“Sicura?”

Mi inizio a innervosire e, per fortuna, interviene Satish

“Si si, dalle solo tre cipolle, poverina.”

Ahò poverina a chi?

“Madame, ma che ci fai con tre cipolle?”
“Ci mangio per una settimana…”
“Madame, scusa se te lo dico, ma povero Sir. Tu devi cucinare veramente male…”
“In che senso?”
“Nel senso che mia moglie con tre cipolle ci condisce solo lo yogurt. Vedi? Io ne ho comprati sei chili.”

Rimango sulle mie posizioni: ne voglio solo tre. Sei chili di cipolle mi sembrano comunque troppe.

“Madame, ti dò un consiglio. Se vuoi che Sir ti sposi, vai giù di cipolla.”

“Dieci chili, prego!”

Lady B.


Dai diamanti non nasce niente

“Senti, lo so che se ora te lo dico tu mi metti subito sul tuo blog e finisce che parliamo sempre dello stesso argomento però c’è uno strano odore qui.”

Questo l’esordio della mia metà migliore durante un bollente sabato di settembre indiano. Quando, per l’esattezza, eravamo intenti a deprimerci per via della fine delle ferie.

“Ma va. Sei sempre il solito esagerato. C’hai proprio le narici deboli”
Affermo con un piglio autoritario e, con lo stesso piglio, mi reco in terrazzo dove, peraltro, lo snasatore della mia vita aveva segnalato lo strano odore.

“Ecco vedi? Non si sente proprio nulla!” affermo ma già sono meno convinta perchè un refolo di vento mi porta sotto alle narici un aroma non proprio sconosciuto.

“Forse hai il naso chiuso perchè io sento uno strano odore…” ribatte la mia metà migliore.
“No, hai ragione. Hai presente quando a fine estate, in autostrada, a un certo punto si sente una forte puzza di cacca?”
“Eh. Tipo quando concimano i campi intorno a Roma. Che poi si sente un tanfo per tutto il raccordo e alla fine tu sei bloccato in macchina e vuoi solo morire”
“Eh.”

Rimaniamo in silenzio per un po’.
Perchè nel nostro terrazzo, a 8000 chilometri dal GRA, sentiamo puzza di Agro Pontino concimato?

Ci guardiamo e decidiamo di affacciarci dal terrazzo. Non sappiamo cosa aspettarci ma la vicina, quella del piano di sotto che noi per partito preso avevamo deciso di odiare, sta producendo degli strani rumori. Ai quali poi si accodano degli strani odori.

E da quel momento capiamo che il nostro istinto non sbaglia mai.

Ella, presa da un furore agricolo che mal si concilia con le esigenze cittadine, sta spargendo in un’aiuoletta insignificante una quantità di letame che potrebbe concimare l’intera Pianura Padana.
E, badate bene, non si tratta di normale letame. Si tratta di profumati ricordi di vacca che, per ragioni di sacralità credo, vengono poi ricoperti di fiori di tageti arancioni.

Qundi: 40 gradi, caldo soffocante, merda di vacca che ha iniziato a fare il suo lavoro di fermentazione proprio sotto la nostra camera da letto e boccioli di fiori che, approfittando del caldo, stanno diventando marcescenti.

Vorrei trovare una morale in tutto questo, vorrei anche che un certo spirito zen che avrei dovuto maturare in 3 anni di assidua frequentazione asiatica si facesse sentire quanto prima riportandomi ad una dimensione civile.

Purtroppo ho in mente un solo vocabolo che, con la convivenza pacifica tra condomini, c’entra poco. Rappresaglia.

Lady B.