Archivi tag: aereo

La varianza statistica e i voli aerei

Al liceo, in matematica, ero una incapace totale. Se potevo tollerare il 2 + 2, già il 2+2 -1 mi creava qualche perplessità. Se poi dovevo aggiungere parentesi o divisioni, a quel punto il caos era totale. Avevo sviluppato anche una certa abilità nell’ammalarmi poco prima dei compiti in classe.
Non avevo nemmeno bisogno di fingere, era proprio che la sera prima mi veniva la febbre a 40 e, per quanto fossi agonizzante, mia madre era costretta a mandarmi a scuola a calci in culo perchè una verifica ogni quattro andava pur fatta. E ogni volta era un’ecatombe. La mia professoressa era piuttosto elastica con me anche se in cinque anni di liceo la sufficienza credo di averla raggiunta solo tre volte. Anzi, due perchè una volta ho copiato schifosamente dalla mia compagna di banco e quindi non me la sento proprio di conteggiarla come una sufficienza presa onestamente.
All’università non è andata meglio. Avevo scelto una facoltà che mi tenesse lontana da ogni forma di calcolo ma, purtroppo, c’era uno scoglio insormontabile. Un esame di statistica al quale puntualmente prendevo dei voti negativi. Sì, si possono prendere voti negativi. Basta togliere un punto o due per ogni risposta data a cazzo di cane e io, in quelle risposte lì, ero bravissima. In qualche modo questo esame l’ho superato anche se, ancora oggi, sono convinta di aver mosso a compassione il professore perchè altrimenti non si spiega come sia possibile che io abbia risolto degli integrali con cognizione di causa. E comunque anche il giorno prima dell’esame di statistica avevo la febbre.

Ciò che mi rende una donna adulta e serena è il fatto che non dovrò mai più affrontare calcoli, operazioni o ragionamenti matematici.

C’è tuttavia un’altra cosa che mi fa rodere di angoscia. Ed è la prospettiva di dover prendere un aereo. Che poi, a veder bene, io ho il culo sull’aereo più o meno una volta al mese. E quindi, una volta al mese, mi ammalo. Febbri, vertigini e nausea. Oltre a incubi spaventosi in cui dalle cabine in cui le hostess preparano i caffè escono fuori degli enormi grizzli pelosi che mi sbranano nell’indifferenza totale dei passeggeri.

“Devi affrontarla questa paura che hai. Non è mica normale. Parlane apertamente.”

E io ne ho parlato, l’ho detto a tutti. Pure al fruttivendolo che mi ha fatto notare che “Signorì non me ne frega niente, a me me basta a coda sur raccordo a mattina. E ora se per favore se leva da mezzo me fa una cortesia che me sta a fa creà la fila”.
Ah ok, scusi.

Tutto questo per dire che ci sarà sempre qualcosa nella vita che ti farà crepare di paura. Può essere una varianza statistica, le infradito con sotto i calzini bianchi di spugna o un volo aereo di settordici ore per un Paese lontanissimo. Però non è necessariamente una cosa brutta, la paura. Basta saperla capire e affrontare con lo stesso spirito con cui si affronta la gioia. Con positività.
Questo in teoria.
In pratica, scusate, ma vado a farmi un whisky che tra un’ora devo andare in aeroporto.

Lady B.


Diari Birmani. Il ritiro bagagli.

Per spostarsi in Birmania c’è un unico modo. L’aereo. O meglio un micro aereo con delle micro eliche talmente piccolo che, per raggiungere il posto assegnato, si prende più volte a testate tutte le cappelliere. Io sono sicura che moriremo, non fosse altro perchè la nostra compagnia si chiama Air Cambogia e ha un logo tremendo. Si, per quello che mi riguarda se il logo della compagnia aerea non ispira fiducia è indice di future catastrofi.
Il capitano della mia vita mi guarda e non dice nulla ma tanto io so che quello sguardo significa “non rompere, eh”. Quindi mi rassegno. In fondo è solo un’ora di volo.
Se non fossi concentrata sull’idea di morte imminente, potrei persino apprezzare il paesaggio. La Birmania è bella pure dall’alto. Si sorvolano laghi, si sorvolano fiumi e si vedono un sacco di pagode abbarbicate sulle montagne. Purtroppo, secondo i miei calcoli, essendo in volo, non dovremmo vedere alcuna pagoda e soprattutto non dovrei vedere alcun omino che uscendo dalla pagoda fa ciaociao con la mano.

“Siamo troppo bassi. Ci stiamo schiantando contro una montagna.”
“E che palle che sei”

Così chiudiamo una discussione e io sono molto triste al pensiero che le ultime parole che mi siano state rivolte siano un “eccheppalle”.

Mi rincuoro solo quando passa uno steward che offre delle orribili caramelle alla fragola. Se ti offrono delle caramelle forse non stai precipitando, quindi le accetto con gratitudine.IMG_7987

In un modo o nell’altro arriviamo sani e salvi, dobbiamo solo recuperare le valigie.

“Madame, non buttare la carta di imbarco fino a quando non ti sarà consegnato il bagaglio”

L’aeroporto di Bagan, la città in cui staremo un paio di giorni, è minuscolo. Ci caricano su un pulmino scalcagnato e senza vetri ai finestrini e facciamo 4 metri. Poi ci mollano davanti a un piccolo ingresso che si apre su una specie di anticamera dell’aeroporto vero e proprio.

“Che dobbiamo fare qui?” chiedo a un addetto dell’aeroporto.
“Ora vi portano i bagagli” mi sento rispondere.

Non faccio in tempo a interrogarmi sul senso di questa frase che vedo comparire all’orizzonte 4 omini secchi secchi che spingono dei carretti su cui, generalmente, vedo trasportare la frutta al mercato. Stavolta però ci sono i nostri bagagli.

La prima reazione è quella di stupore. Poi però voglio dare l’impressione di essere una che ne ha viste molte, quindi faccio l’indifferente e fischietto. E’ una farsa che dura poco perchè, tempo un nanosecondo, travolgo lo steward del mio cuore con uno tsunami di parole.
“Oh! Ma hai visto?! Ce li consegnano a mano!” e simili.

In realtà quello che ci chiediamo è come faranno a individuare il proprietario di ciascuna valigia. Ma tanto la risposta arriva subito perchè inizia una specie di Bingo del Bagaglio.
I quattro omini si mettono in fila e, tenendo i passeggeri a debita distanza, iniziano a urlare dei numeri.

Cazzo! Stanno chiamando i codici sulla carta di imbarco. E dov’è la nostra?
Merda. Merda. L’ho buttata! O forse ce l’ho in borsa insieme a altri dodicimila pezzi di carta che si sono accumulati nel corso degli anni.
Sudo. Oddio quanto sudo. Ci sono 30 gradi e io sono coperta come un pastore kashmiro perchè in aereo faceva un freddo becco.

“L’hai trovata?”

No che non l’ho trovata, altrimenti non starei ravanando nella borsa come una cornacchia nella monnezza. Voglio spararmi. L’omino sta chiamando il codice della nostra valigia e la carta di imbarco non c’è. E se rimarremo in mutande per i prossimi sarà solo colpa mia. Sudorazione fuori controllo, il maglione che mi cade, la sciarpa è diventata un ricettacolo di polvere e ormai la mia testa si è incastrata nella borsa.

“Andiamo?”

Dove? dove andiamo senza bagagli?
Poi alzo la testa e vedo che il mio sorridente compagno, fresco come una rosa, ha le nostre valigie.

“Come hai fatto?”
“Gliele ho chieste e me le hanno consegnate”

Ah.

Usciamo dall’aeroporto e attendiamo la guida. Per darmi un tono, mi metto le mani in tasca dove, ovviamente, trovo piegata con cura la carta di imbarco.

Per fortuna Bagan, con i suoi 3000 templi, è strabiliante e lascia senza fiato.
E quindi mi dimentico di Air Cambogia, delle montagne troppo vicine, della carta di imbarco e soprattutto che fra due giorni questo dramma si ripeterà dal principio.

Lady B.


Kumari. Al cospetto di una divinità.

Ho passato quasi un anno viaggiando.
Io che odio gli aerei e tutto ciò che comporta un sollevamento da terra superiore ai 10 centimetri, ho passato un anno in aereo.
Avanti e indietro. Decollo e atterraggio. Dal conosciuto all’ignoto. Dalla routine alla novità.

E bisognerebbe scrivere un libro, o forse due, per descrivere quello che ho visto.

Ho scoperto, ad esempio, che esiste una dea vivente. Proprio una dea. E non lo avrei mai saputo se un bel giorno non mi fosse stato detto “Andiamo in Nepal”. E quindi decollo, atterraggio e decollo. Un viaggio in cui mi sarei voluta imbottire di tavor per non dover vedere a una distanza un po’ troppo ravvicinata le cime di alcune montagne mentre, casualmente, leggevo sulla guida che il Nepal conta un’ altissima percentuale di incidenti aerei perchè, ahimè, questi trabiccoli alati si schiantano proprio contro le montagne.

Atterraggio. Sospiro di sollievo e un’occhiata lanciata di sottecchi al mio compagno di viaggio. Al quale vorrei sempre mostrarmi perfettamente rilassata ma tanto è inutile perchè sa bene che per tutta la durata del volo ho imprecato mentalmente contro tutti. Il bello del mio compagno di viaggio è che è sempre armato di un sorriso sereno e alla fine mi convinco che sono serena anche io. Nonostante la mia mano sia sudaticcia e i miei capelli siano dritti.

Nepal

Kathmandù. anticamente Kantipur. Regione centrale del Nepal. E’ impossibile non esserne affascinati perchè Kathmandu ti colpisce come un raggio di sole. Un groviglio di strade polverose e caotiche dove si vende tutto e tutto si compra. Motorini che sfrecciano accanto a pulmini adibiti a taxi talmente pieni di persone che ogni tanto qualcuno si accomoda direttamente sul tetto. Aria pesante che non può essere respirata a pieni polmoni, caldo e una luminosità strana che taglia un po’ l’orizzonte.
Clacson. Se si potesse riassumere una città in un aggettivo, la sintesi perfetta sarebbe “assordante”.
Poi, improvvisamente, una strana calma. Niente macchine, niente motorini. Solo un vialone lastricato che porta dritto verso la città vecchia. Catapultati nel XVII secolo. Posso sentire il rumore dei miei passi. Uno, due, tre.
Ci fermiamo davanti a una costruzione nera. C’è un fortissimo odore di guano perchè Kathmandu sembrerebbe essere la patria dei piccioni. Vorrei protestare un po’. Perchè ho caldo, c’è puzza e non ci vedo niente. Però sto sudando talmente tanto che lascio perdere. Ci fanno entrare nella costruzione nera che ancora non ho capito cosa sia. I piccioni impazzano e colpiscono con precisione scientifica le teste di alcune turiste. Me la rido sotto ai baffi perchè sono turiste bionde e pettinate, mentre io sembro il solito cespuglio di ortiche. Però non dico niente al mio compagno di viaggio. Anche perchè magari ancora non si è accorto che sembro un cespuglio e allora perchè attirare per forza l’attenzione su questo dettaglio?

Ci dicono di fare silenzio. “Ma che è sto posto?” chiedo “E’ la casa della dea” risponde. Prendiamo la guida e la scorriamo in cerca di informazioni. La dea si chiama Kumari. E’ una dea bambina. Rimarrà dea fino ai 12 o 13 anni e deve possedere le “32 perfezioni”. In un susseguirsi di prove per valutarne il carattere si arriva all’ultima, quella peggiore. Durante la festa del Dashain, in una notte chiamata la “notte nera” le bambine devono dormire tra teste di capre e i corpi di 108 bufali sacrificati in onore della dea Kalì. Intorno uomini vestiti da demoni che cercano di spaventarle. Chi supera questa prova senza fuggire è colei destinata a diventare una divinità. Leggo rapidamente e alzo lo sguardo verso un balconcino. La dea si affaccia. Intorno il silenzio è surreale e tutti fanno un gesto di saluto, unendo i palmi delle mani e abbassando la testa. Sbircio furtivamente perchè non capita sempre di vedere una dea. Però io vedo solo una bambina dallo sguardo un po’ triste, circondata da gente che deve preservarne la purezza. Alza una manina, fa un cenno con il capo e si ritira.
Penso ai miei 10 anni. Alle mie corse lungo le discese, alle risate, ai miei amichetti. Penso ai miei fratelli, alle carezze di mio padre e agli abbracci di mia madre. A 10 anni non so se sia giusto essere dee.

Usciamo. Piccioni, luce tagliente, polvere. Guardo di nuovo il mio compagno di viaggio attraverso le lenti degli occhiali. E’ spettinato e mi trattengo dal dirgli che sono felice. Si gira, mi guarda. “Che c’è?” “Niente”. Sorride, sorrido e ci incamminiamo.
Niente. Abbiamo visto una dea in un pomeriggio di fine aprile in un posto di cui a malapena conoscevo l’esistenza. A volte, dietro un “niente” si celano avventure meravigliose.

Lady B.