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Coraggio, fiore di cappero!

Qualche tempo fa avevo letto una storia. Non ricordo il titolo ma parlava del fiore del cappero. Mi aveva incuriosito la faccenda del fiore e quindi, avendo del tempo a disposizione, mi sono andata a guardare un sito di botanica.

Insomma esce fuori che le pianteFeatured imagedi cappero sono le più resistenti che esistano. Crescono ovunque, attecchiscono anche nei posti più impervi e rimangono lì, tutte verdi e orgogliose. Poi a un certo punto, quando meno te lo aspetti, germogliano e danno vita al più bello dei fiori. Ed è quasi un peccato che il fiore poi diventi un cappero perchè il cappero in fondo tanto bello non è.

La storia che ho letto parlava di una bambina che ogni anno si aspettava che, nel bel mezzo dell’estate, tra le intersezioni di un muro, una piantina di cappero la sorprendesse con il suo bellissimo fiore. E anno dopo anno non rimaneva mai delusa. Poi a un certo punto, proprio su quel muro, passano una mano di stucco e la piantina viene eradicata. Fine dell’attesa ma non fine della speranza perchè, nonostante tutto, la bambina sa bene che la pianta è più forte delle avversità e che quindi alla fine, in un modo o nell’altro, avrebbe scardinato l’intonaco e sarebbe tornata a fiorire.

E adesso scusate ma devo metterla sul personale.
Perchè io la conosco una piantina che, considerato tutto, credo sia proprio una piantina di cappero su cui hanno passato una mano di stucco. E si vede che sta lì, un po’ sconquassata, con tutta sta vernice tossica che le cola sulle radici e che non la fa respirare bene. Quella vernice che ha addosso è della peggior marca. E’ un miscuglio di delusione, umiliazione e storiacce di cuori spezzati. Una roba che non dovrebbe proprio essere messa in circolazione, figuriamoci poi se può essere usata per dare una passata di bianco su un muro colorato dove è germogliata una pianta.
Ma ormai il danno è fatto. E lei se ne sta lì un po’ accartocciata.
Però in fondo lo sappiamo tutti, compresa lei, che arriverà il momento di tornare a fiorire. Magari su un altro muro, con la consapevolezza che il fiore che verrà sarà ancora più bello e più forte perchè sarà riuscito a far rinascere la primavera dentro, con un nuovo sole che piano piano fa capolino che fa esplodere tutti i colori di un nuovo mondo.

Coraggio.

Lady B.

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Seratona al circolo bocciofilo.

“Che ne dici se gli lascio il mio numero scritto su un tovagliolo?” Mi chiede S. Molto romantico. E perfettamente inutile, considerata l’epoca in cui viviamo. “Ok.  Si, lascia pure, è un’idea carina.”

Questa conversazione con la mia amica mi fa pensare a quanto siamo ancorati a un modello di corteggiamento profondamente retrò e condizionato dal lieto fine  presente solo nei film. Si, insomma, quelle storie in cui lei lascia cadere, con un carico incredibilmente elevato di pathos, un fazzoletto bianco, lui prontamente lo raccoglie e glielo porge. Dopo esserselo portato al viso per inspirare il profumo di lei. Siamo realisti. Se a me dovesse cadere un fazzoletto, presumibilmente mi verrebbe rubato da un cleptomane di passaggio. E, comunque, non ho in borsa fazzoletti ma solo scontrini accartocciati.

Comunque non volevo parlare dei miei scontrini. Volevo dire due cose a proposito di S. Anzi, dei casi umani che ogni tanto pesca dal suo panierino dell’amore. Perchè S., insieme ad un altro paio di mie amiche, sono la prova vivente che io sono in ottima compagnia. Non so cosa cerchi lei in un uomo, non so nemmeno se cerca un uomo attualmente. Le nostre uscite assumono sempre un contorno a metà tra il farsesco e il grottesco. Ci agghindiamo come due alberi di Natale, ci prepariamo con solerzia, ci ripromettiamo di compiere una strage e poi finisce sempre che ci mangiamo un cornetto alle 3 del mattino chiedendoci cosa sia andato storto. Perchè va sempre storto qualcosa. In teoria, per la legge dei grandi numeri, un’uscita su cento dovrebbe chiudersi positivamente. Noi siamo l’eccezione alla legge dei grandi numeri. Forse non dovremmo mai più vederci, forse dovremmo sportivamente rinunciare alla nostra amicizia per dedicarci, a diverse miglia di distanza l’una dall’altra, alla nostra serenità sentimentale. Non credo che accadrà. Comunque ricordo con piacere alcuni episodi terribili.

Settembre. “Andiamoci a prendere un aperitivo in questo locale. C’è bella gente, bella musica. Dai, ci divertiamo sicuro. Mi raccomando, vestiti bene!” Ok. Rientro dal lavoro, mi strizzo in un vestitino minuscolo, prego che non ci sia vento quella sera, e mi vedo con lei in questo posto. Obiettivamente una bellissima terrazza, con tanto di piscina. Ci incontriamo con altre persone e la serata prende avvio. Prende talmente avvio che ci ritroviamo alle costole due sessantenni ammiccanti. Non so, un sessantenne che ammicca nella mia direzione mi fa pensare che abbia un’aneurisma oculare, ammesso che tale malattia esista. Optiamo per la fuga.

Novembre. “Andiamo a ballare qui. E’ un bel posto. Vestiti bene e non metterti il vestitino della serata in terrazza che porta sfiga.” Ci si attacca a qualsiasi cosa pur di giustificare un fallimento. Anche al fatto che i miei capi di abbigliamento siano posseduti da Malacoda. Arriviamo in questo locale e nell’ordine incappiamo in: due ragazzetti che si presentano e mi provocano un immediato svenimento per via di una brutta faccenda di aliti profumati come quelli di un cavernicolo; un soggetto dalla sbronza triste, che vuole per forza lasciarmi il suo numero di telefono e che, non capendo il mio nome, decide di ribattezzarmi “Ostilità”. Non contento, mi segue per mezzo locale raccontandomi di quanto sia brutto essere scaricati. “La prossima volta che decidiamo di andare a ballare” dico a S. “avvertimi con più anticipo che mi amputo un dito. Così avrò una buona scusa per non venire…” La serata finisce sugli scalini di una chiesa, io e S senza scarpe, e vicino a noi una busta di cornetti.

Luglio. “Ho trovato un posto bellissimo!” Non riesco a trattenere una parolaccia. Un insuccesso annunciato. Mi strizzo in un tubino rosa, sfoggio le scarpe più belle della storia e, anche questa volta, mi trovo con un fucile spianato nel tentativo di allontanare l’unico over 60 del locale. S. sghignazza, io un po’ meno.

“Possibile che queste uscite debbano finire tutte allo stesso modo?” Chiedo. Vedo S. pensierosa. “Sai cosa mi è successo una volta?” E mi inizia a raccontare di una brutta storia ambientata in un ostello tedesco. Lei e lui avvinghiati come le patelle agli scogli e lui, in evidente piena fase premestruale, che si produce in un esordio da oscar”Lo so cosa vuoi da me. Che ne dici se, invece, ce ne andassimo a fare una partita a ping pong?” La romantica serata si è conclusa con le racchette in mano e gli ormoni in borsa.

Mentre penso a tutte queste cose, osservo S. che scrive il suo numero su un tovagliolo color senape. Il destinatario del numero è un suonatore di bonghi sinistramente somigliante a un gorilla che sta eseguendo un numero nel locale dove siamo andate. Si era avvicinato una mezz’ora prima, raccontandoci di tutti posti in cui aveva suonato. Un racconto così emozionante che io mi sono addormentata sul divanetto. Mi gioco la carta finale “Suona malissimo. Ed è piuttosto confuso: più che suonare i bonghi, sta prendendo a calci il panchetto dove sta seduto.” “E’ un artista.”  Furtivamente, gli lascia il numero vicino alle bacchette. Poi ce ne andiamo. E ci mangiamo il solito cornetto dell’amarezza. Stavolta nemmeno il sessantenne mi si è avvicinato, sento il fiato della decadenza sul collo.

“Ti ha chiamato il gorilla?” chiedo il giorno dopo “No.” “Lo sai che, probabilmente, si è soffiato il naso sul tuo numero di telefono?” “Si.” Alle volte, non c’è bisogno di dirsi altro. Visualizzo nella mia mente un enorme cornetto alla crema e, virtualmente, glielo offro. La prossima volta, seratona al circolo bocciofilo.

Lady B.

 


Il mio (secondo) nome è Pistorius.

A questo punto, occorre chiudere gli occhi e fare un respiro profondo. E’ finito il caffè a casa, è finito il caffè in ufficio. E il bar sotto l’ufficio è chiuso. Io sono una mediocre italiana media. Senza caffè, vado in crisi di astinenza: mi viene da piangere, dico bestialità e fisso con sgomento il muro in attesa dell’illuminazione divina.

Il caffè non si materializza da solo ma, fortunatamente, si materializza un’amica che mi racconta la solita storia da tragicommedia messicana. Più che di un triangolo, si trattava di un caos. Lui, lei, l’amico di lui, l’amica di lei, altri due amici di lui e una che non si capisce chi sia ma che, per non farsi mancare nulla, si mette in mezzo. Al terzo tradimento, ho perso il conto. Al quindicesimo bacio dato di nascosto ho chiuso gli occhi, al centonovesimo pettegolezzo che lei ha detto all’amica dell’altra che poi lo ha riferito a quella che non si sa chi è ma che sta comunque in mezzo, ho esclamato, perdonatemi, “E che cazzo!”

Io non sono brava in queste cose. Non sono assolutamente in grado di ricordare chi ha detto cosa. E quando, disgraziatamente, mi chiedono di “reggere il gioco” si creano delle situazioni imbarazzanti, fatte di calci negli stinchi e di sguardi truci. Il più delle volte penso che forse al mio interlocutore sia venuto un prolasso della retina e per questo ha gli occhi di fuori e mi guarda malissimo. Poi, immancabilmente, mi sovviene che mi sarei dovuta ricordare di una stronzata che mi è stata raccontata quindici giorni prima e che, con una prontezza di riflessi invidiabile, avrei dovuto riferire al malcapitato/malcapitata di turno. Beh, io non sono capace. Ma non perchè abbia una morale particolarmente rigida: sono una rimbambita. Con me i vostri segreti sono al sicuro. Li dimentico. E me li ricordo dopo una decina d’anni. Forse.

“Fra un mese, devi ricordarti di dire a L. che il giorno X sono rimasta a dormire da te.” Mi è stato detto una volta. “Non me lo ricorderò mai.” “Non preoccuparti, non te lo chiederà.” “Ok.” Vado a cena fuori con L e la mia amica, più un paio di altre persone. Dopo mesi che non ci vedevamo. E L. ovviamente inizia a rivangare storie successe lustri e lustri prima. Si ride, si scherza e poi l’affermazione “Ma si, dai, quel giorno in cui S. è rimasta a dormire da te!” e io “Ma io in quel periodo ero in Thail…” Calcio negli stinchi. Silenzio. Occhi puntati addosso. Necessario un recupero in corner.”Aaaah! Già, è vero. Era un periodo in cui rimaneva spesso…già, già…” “Ma no. C’è rimasta solo quel giorno!” Maledizione. Ma che ti ricordi pure cosa si mangiava? Non ho speranza di recupero “Avete sete?” chiedo, versandomi un litro d’acqua addosso. Quando ce ne andiamo sento L. che dice a S. “Certo che, poverina, deve attraversare un momento difficile. L’ho vista in stato confusionale” e S. “E’ già, ancora non si è ripresa dalla fine della sua relazione!” Ecco qua. Così, oltre che vedova, sono pure in stato confusionale.

Questa parentesi per tirare un po’ di conclusioni: se fate qualcosa di universalmente sbagliato, tipo andare con lui che è l’amico di lei che conosce l’altra la quale, malauguratamente, era il grande amore di un altro, non dite nulla a nessuno. Tacete. Già la situazione è caotica ma se la sponsorizzate il rischio che le malelingue inizino a girare fischiettando diventa una tragica ed inevitabile realtà. Se non avete il coraggio di affrontare l’errore, se preferite un po ‘di sana omertà, tenete un atteggiamento di basso profilo. “Ma che hai baciato X?” “Chi io? Ma non sai che l’anno scorso mi hanno amputato la lingua? Ne ho una in titanio ora, come le gambe di Pistorius.” Meglio questo, piuttosto.

La mia amica continua a raccontarmi di intrecci sempre più complicati e io veramente non ci capisco più niente. “Dimmi una cosa, ma devo reggere il gioco a qualcuno?” “Scherzi? Non te lo chiederei mai”. Le amiche vere sanno sempre riconoscere il limite dell’altra.

Lady B.


Il Moralizzatore. Ovvero una triste storia di bipolarismo.

Questa mattina, mentre ancora dormivo, mi è arrivata una richiesta.

“Ho bisogno di essere aggiornato!” Non si trattava di un amico, non si trattava di un amante. Si trattava del mio telefono che, a quanto pare, soffre delle stesse turbe dei miei uomini. E’ un telefono con il mestruo che mi sveglia scassandomi i maroni con lamentele inopportune. Avevo un occhio aperto e uno chiuso. In linea di massima, non avevo intenzione di stare a sentire i suoi rumorini. E l’ho spento. Mi sono tuttavia svegliata. Prima di rimettere a posto i neuroni, ho notato che il gatto stava facendo le fusa a una sedia. Credendo di fargli cosa gradita, mi sono avvicinata per accarezzarlo e mi ha morsa. Temo che anche lui abbia lo stesso problema dei miei uomini e del mio telefono.

Arrivo in ufficio e faccio tutte le mie cose, comprese due chiacchiere con un’amica. Le mie amiche sono una fonte inesauribile di folklore. Non smetterò mai di dirlo. Insomma, faccio un po’ di terapeutico taglia e cuci con S.

Mi ha raccontato di una storia di cui non sapevo nulla. E che, orrore, mette in luce un altro uomo con il mestruo. Il Moralizzatore. C’è infatti una particolare tipologia di uomo che metterebbe a dura prova anche la pazienza di Madre Teresa. Colui che, appena conosciuto, sembra essere veramente irresistibile. Simpatico, carino, con dell’idee all’avanguardia su tutto e con una mentalità veramente aperta. Poi, magari, ci si mette insieme e si scopre che in realtà da quel colabrodo di cranio è uscita tutta la materia grigia e quindi, in effetti, la testa gli serve giusto per separare le orecchie. Prima che si mettessero insieme, ai suoi occhi la mia amica era solare e simpatica. Dopo aver iniziato la relazione, ai suoi occhi di spostato, la mia amica era diventata una cocotte della peggior specie. Dunque, mettendosi nei panni del moralizzatore, lui decide di farla tornare sulla retta via. A suo modesto e insindacabile avviso, lei non avrebbe dovuto: lavorare, uscire la sera (e possibilmente manco il pomeriggio), parlare con le amiche. Ma, soprattutto, sarebbe stato opportuno che si mettesse addosso un sacco di juta per coprirsi a dovere. Sia mai si intravedesse un sordido orecchio. La mia amica, dando prova di incontenibile e giovanile stupidità, cerca di accontentarlo. Rinuncia anche a lavorare nel fine settimana poichè lui le aveva fatto notare che il week end è il momento sacro della coppia. Ovviamente, al primo fine settimana libero di lei, lui aveva cambiato idea e si crogiolava nel dolore del “non possiamo uscire, non c’è nulla da festeggiare”. Riesce a mandarle in rovina tutti i momenti belli che si vivono intorno ai 18/19 anni. Sospetto quasi che fosse in combutta con il Baudelaire dei poveri. Non si conoscevano ma ci sono comunque delle losche somiglianze. Da ultimo, la tradisce. Il motivo ci è sconosciuto ma, del resto, non possiamo aver risposta a tutte le domande. Siete mai riusciti a capire perchè un asino raglia invece di muggire? No. E dunque è inutile cercare di capire perchè il Moralizzatore, dopo aver fatto un carpaccio col le palle della mia amica, l’abbia pure tradita con un’altra che, probabilmente, l’ha mandato a quel paese dopo tre giorni.

Mentre lei mi racconta di questa triste storia, fatta di personalità bipolari e con tendenza al savonarolesimo, sento di nuovo un rumore dal mio telefono che, ancora una volta, mi chiede di essere aggiornato. “Installo il nuovo software?”  Ma installa un po’ quello che ti pare, penso stizzita. Me ne pento subito però perchè, in fondo, il mio telefono una volta aggiornato smetterà di avere il mestruo. I miei uomini, e quelli delle mie amiche, quando decidono di aggiornarsi e di cambiare, bene che va dovrebbero essere inseguiti con una ramazza.

Lady B.


Joker con l’ambizione del Premio Pulitzer

Vista la giornata di pioggia, ho avuto la bella idea di uscire senza ombrello. Tanto, anche se me lo fossi portato dietro, sarebbe stato inutile. L’ho comprato bucato.Tra le varie cose a cui ho pensato mentre l’acquazzone mi stava rovinando le scarpe, rientra anche la vita sentimentale di una mia amica. L’unica felicemente fidanzata che conosca. La consolazione di questa faccenda è che, prima di essere felicemente fidanzata, si è imbattuta in una quantità di gentaglia impressionante. Era come se fosse arrotolata in una carta moschicida per gli psicopatici.

Mi piacerebbe parlare di tutti loro ma, in effetti, solo uno merita un’accurata descrizione. Abitante di un piccolo paesino, impegnava le sue giornate estive con l’attività di animatore in villaggi turistici. Aveva velleità da scrittore. Mi è capitato di leggere uno stralcio dei suoi libri e mi sono resa conto che avrei preferito passare il mio tempo a leggere gli ingredienti di una supposta di glicerina. Si conoscono, per l’appunto, d’estate in un villaggio turistico. La mia amica, innamorata dell’amore, aveva deciso che era l’uomo della sua vita dopo mezz’ora. Ho cercato di farle capire che 30 minuti sono troppo pochi anche per la scelta di un capo di abbigliamento. Niente. Ormai l’avevamo persa. Lei riparte dal villaggio, lui deve terminare lì la stagione. Si scrivono. Lui le manda poesie che avrebbero fatto venire il diabete a Charles Manson, lei disegna cuori ovunque. Io la guardavo con il consueto occhio a mezz’asta per quanto, onestamente, iniziassi ad essere contenta per lei.

Poi, all’improvviso, la magagna. Che mi si manifesta sotto forma di una telefonata disperata della mia amica. “Ha una donna da 15 anni” “Ah si? Strano…” “Però mi ha detto che la lascia non appena torna a casa” “Già. Sicuro. Così come è sicuro che io sono Santa Maria Goretti…” Attacca il telefono piena di speranza. Io attacco il telefono certa della catastrofe che si sta per abbattere sulla sua testa.

Si vedono più volte. Lui sostiene di aver rotto la sua relazione e, con cadenza più o meno settimanale, va a casa di lei. Le chiedo se pensa sia normale che due persone che si frequentano, stiano tumulate dentro una casa. Cioè, potrebbe essere normale se, alle cose turche svolte in casa, ci fosse poi un seguito. Che so, un cinema. Una cena fuori. Una mostra. “E’ che lui non ha molti soldi. La vita dello scrittore non glielo consente. Poi non ha la macchina”. Gesù. E’ pronto per andare alla Caritas se non può offrirti nemmeno un kebab. Comunque non infierisco perchè tanto so bene che ci sarà una qualche drammatica deriva. E, infatti, tempo una settimana, esce fuori che questo scrittore sull’orlo del fallimento non aveva chiuso manco per niente con la storica ragazza. Anzi, la mia amica, che probabilmente lavora in incognito per l’FSB russo, scopre che quest’alce dalle sembianze di donna vive nella nostra stessa città. Non molto lontano da noi. E così ci spieghiamo la necessità di tumularsi in casa. I pianti, la disperazione, dichiarazioni di principio in base alle quali non si sarebbero visti mai più. Magari fosse finita così. Lui torna all’attacco con una motivazione veramente da Nobel per la Delicatezza. La sua donna, a letto, è un tronco. La mia amica no. A questo punto io avrei preso un paio di cesoie e avrei risolto il problema alla base. La mia amica, invece, decide per l’opzione peggiore. La crocerossina convinta che lui cambierà per lei. Sono stata tentata in più di una circostanza di colpirla con forza con una scopa. Invece mi presto a una manovra loschissima. Insieme ad un’altra amica, andiamo fuori un fine settimana, consapevoli che il futuro premio Pulitzer sarebbe piombato a funestarci la vacanza. Almeno, mi dico, conosceremo questo Casanova.

A volte la nostra fantasia è troppo clemente. Me lo immaginavo normale e normodotato. Aveva le sembianze di un manico di scopa sulla cui sommità erano state incollate tonnellate di lana non filata, in rappresentanza di una chioma folta. Un bel sorriso equino, pelle di un olivastro sporco, occhi porcini. Un senso del decoro esecrabile: indossava una camicia a quadri verdi e dei pantaloncini a righine. Assolutamente non in grado di tenere una conversazione banale e generica. Guardo la mia amica e le sibilo in un orecchio che, per anni, si è ostinata a voler uscire con Joker, il nemico di Batman. Non solo: per anni ce l’ha spacciato come un latin lover. Le faccio presente, inoltre, che a fine serata la rincorrerò per tutto il giardino con l’intento di spaccarle la testa. Lei ride. Ma ride per poco poichè, dopo quella serata, lui scompare. Si nega fino a quando non le comunica che ha ritrovato un amore senza confini per la donna. Che, ormai, porta con nonchalance un cesto di lumache in testa. Pianti, disperazione e tutto il companatico.

Poi l’imprevisto. La mia amica incontra un ragazzo. Un bravo ragazzo. Una persona normale, che le chiede di uscire. Di cenare fuori, di andare al cinema. Che inizia prima col volerle bene, poi col provare amore per lei. E dunque, nonostante la mia ferma convinzione sulla prossima estinzione del genere umano, la storia della mia amica contribuisce a dare una spruzzata di polvere di stelle su un orizzonte altrimenti molto buio.

Lady B.


Onestà o estinzione?

Ore 6.45, lunedì. Suona la sveglia dopo quasi un mese di silenzio. Non riesco a trattenere un paio di parolacce. Apro gli occhi, cerco a tentoni il cellulare perchè, sadicamente, la sveglia trilla da lì in modo costante. La spengo e trovo un sms di un’amica.

“E’ innamorato di un’altra”. Fine del messaggio. Altre due parolacce. Finisce l’estate e ricominciano le solite infelici notizie, farcite dalla banalità degli uomini col mestruo.

Già perchè questo soggetto è inqualificabile. Anzi, è la reincarnazione di Marzullo che, pur non essendo morto, ha trasmesso per osmosi al 90% dei maschi italici la brutta tendenza di cantarsela e suonarsela da soli. La mia amica lo conosce quest’estate, a ridosso delle vacanze. Essendo lei reduce da una batosta di proporzioni epiche, decide di andarci coi piedi di piombo. Si sentono, si vedono. Lei parte, lui parte. Mentre sono in vacanza lui si fa sentire tutti i giorni: pare che stia facendo il conto alla rovescia per rivederla. Encomiabile, sul serio. Lei, ovviamente, inizia ad andarci coi piedi meno di piombo. Come è normale che sia. Vi dò una notizia: se chiamate, scrivete, dite all’altro/a che vi manca e che non vedete l’ora di rivederlo/a è possibile che l’altro/a vi creda. Non è che si può sempre pensare che di fronte a noi si abbia l’ennesima mitraglietta spara cazzate. Dunque lei gli crede. E magari crede pure che potrebbero iniziare a frequentarsi. Non dico mettersi insieme, eh. Per carità. Lo sappiamo tutti che non appena un uomo, specie con il mestruo, sente la locuzione “stare insieme” viene colto da un morbo orrendo che lo fa coprire di squame e gli impone di levarsi dalla circolazione.

L’ultima volta che ho parlato con la mia amica di questa faccenda, tutto procedeva a gonfie vele. Io poi sono partita e sono stata fuori una settimana. Rientro ieri e questa mattina leggo questo messaggio. Cosa diavolo è successo in 7 dannatissimi giorni? Onestamente ancora non lo so. Potrei immaginarlo ma credo che alle volte la realtà sia ancora più strabiliante dell’immaginazione. Mi sono figurata alcuni possibili scenari.

Scenario A. “Scusa, mi sono ricordato che ho una relazione ultraventennale con una persona e, proprio oggi, ho capito di esserne innamorato”.

Scenario B. “Scusa, ma devo ritrovare me stesso. Nel frattempo ho deciso che è meno faticoso essere innamorato del poster di Valeria Marini”

Scenario C. “Scusa, sei troppo per me. Non ti merito”

Nessuno che dicesse mai “Guarda, sono uno stronzo. Mi ti volevo solo portare a letto”. Nessuno. Ma, del resto, l’onestà non è cosa di questo mondo.

Quindi, oltre a essere sempre più convinta della certa estinzione del genere umano, ora mi sto augurando che tale estinzione possa essere causata da un meteorite. Si, perchè aspettare 10.000 anni prima che tutti i mestruati del mondo passino a miglior vita, mi sembra un arco di tempo insostenibilmente lungo.

Lady B.

 


Blatte estive e camicie viola

Stamattina ho litigato con l’ufficio risorse umane della mia società. Il che, poi, non è esattamente una novità. Mentre mi stavo facendo cadere i capelli nel tentativo di difendere il mio diritto alle ferie, sono stata fulminata da un ricordo.

Un milione di anni fa, sono stata in vacanza con una mia amica. Mentre eravamo impegnate in una maratona di pettegolezzi serale, il classico taglia e cuci estivo, si siede al nostro tavolo un tipo. Una cosa che mi lascia sempre piuttosto sbalordita, è la frequenza con cui perfetti sconosciuti decidono di entrare nella mia vita in questo modo. Sono seduta con un’amica, sto bevendo del vino e sto parlando di argomenti che non interessano a nessuno salvo che a me e alla mia amica. Cosa ti fa credere che la tua presenza rechi un qualche tipo di giovamento alla mia esistenza?

Si siede. E rimane in silenzio. Noi pure diventiamo silenziose. Insomma qualche secondo di silenzio generale. Lo osservo dalla testa ai piedi e spero con tutta me stessa che sia un’allucinazione. Capello medio lungo pettinato all’indietro con un quintale di gelatina che, per l’effetto che faceva, poteva tranquillamente essere strutto; pantaloni neri attillatissimi. Scarpe nere di vernice lucida a punta che lo facevano assomigliare a una Baba Jaga, orrida camicia viola traslucida aperta fino a metà sterno. Con il pelo di ordinanza che usciva solerte fuori dalla scollatura. Un orrore.

Si presenta con tono suadente: “Ciao. Io sono D.” E ammicca. Io rimango con la bocca aperta, la mia amica si presenta. “Non mi dici il tuo nome?” mi bisbiglia, tentando di avvicinarsi al mio orecchio. “No. Ti sei seduto sulla mia borsa”. E’ destabilizzato e, nel tentativo di ridarmi la borsa che nel frattempo è diventata una frittata, inciampa nella gamba del tavolo. La mia amica mi guarda male. Sto facendo di tutto per metterlo in difficoltà e lei, forse, è un po’ imbarazzata. Ma, data la faccia di stagno che si ritrova, D. riprende il discorso. O meglio, il monologo. La mia amica risponde a monosillabi e cerca di sorridere. Io mi metto in modalità “occhio a mezz’asta” e guardo un punto all’infinito. Penso solo che con una camicia di quel colore, porta sicuramente una sfiga nera. Quindi, a buon bisogno, faccio un paio di corna sotto al tavolo e tocco ferro. Mi perdo un pezzo consistente del monologo. Poi mi sento chiamata in causa. Si è rigirato dalla mia parte e si è pericolosamente avvicinato. Rimpiango di non andare in giro con una clava. Il dialogo che segue è un pochino greve nei toni. Ma conto sulla vostra sensibilità: in fondo un muflone vestito di viola traslucido stava cercando un approccio non gradito.

“Ti vedo che sei malfidata, piccola.” Rimango in silenzio, pronta a colpirlo con una bottiglia. “Ma io sono un uomo tenace. Un uomo con la U maiuscola” Si ferma, in attesa di una reazione che, chiaramente, non c’è. “Ho capito che sei una donna sensibile. Sai, tutti noi abbiamo una chiave di lettura. Io devo solo trovare la tua.” A quel punto non resisto. Mi ha lanciato un assist troppo invitante. Lo guardo, gli sorrido e pronuncio l’unica frase della serata: “D’accordo, una volta che l’hai trovata, questa chiave, mettitela al culo”. Mi alzo e me ne vado, seguita dalla mia amica che ha assunto un colorito piuttosto pittoresco.

Non è detto che due donne sole sedute a un tavolo abbiano la voglia irresistibile di essere rimorchiate. Non è detto. Quando una donna vuole le attenzioni di un uomo, si sprigiona una quantità di ferormoni tale che è difficile non  accorgersene. Quindi, se ti avvicini e senti puzza di acido muriatico, raccogli le tue cose e vattene. Così come una donna dovrebbe evitare di rendersi ridicola con comportamenti immaturi, che rendono drammaticamente realistico il paragone con le oche, così l’uomo dovrebbe capire che una camicia viola traslucida lo rende al massimo simile a una blatta alata. E non a un sex symbol.

Lady B.