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Giovedì nero.

“Non è colpa nostra. E’ colpa vostra!”
“Sei pazzo? E’ colpa proprio vostra che non sapete le cose!”
“Ah, noi non sappiamo le cose? Allora chi ha sistemato questo in questa maniera?”
“Certo non noi!”
“Infatti. Avreste dovuto farlo proprio voi. Quindi è colpa vostra.”
“Siete dei disonesti. Per questo il mondo va a rotoli. Perchè nessuno si assume le proprie responsabilità.”
“Beh? Che vorresti dire? E allora vogliamo parlare delle persone che muoiono di freddo per strada? Di chi è la responsabilità?”
“Certo che hai una bella faccia tosta eh? E comunque guarda, io ora stacco tutto e sono fatti vostri!”
“E stacca, stacca. Tanto qua non funziona niente.”

Urla miste in dissolvenza.

E no, non è un comizio politico nè una campagna elettorale.
E’ l’elettricista che litiga con uno della compagnia elettrica.

E se vi stesse domandando come mai io stia ascoltando tutto ciò, la risposta è perchè tutto ciò viene discusso in casa mia. Una breve storia triste dai contorni un po’ retrò: bollette non pagate perchè mai arrivate, minacce della compagnia elettrica di staccare la corrente, corrente che per partito preso si stacca da sola mandando a ramengo tutto l’impianto appena fatto sistemare, scoperta del tentativo di fregarci da parte della compagnia elettrica che ha pompato a dismisura le nostre bollette.

E se vi stesse chiedendo quale sia la mia posizione a riguardo la risposta è la seguente.
Mi sto fingendo morta in attesa che se ne vadano tutti e io possa continuare a surgelarmi le chiappe in santa pace.

Perchè tanto, con buona pace dell’elettricista del mio cuore che protesta al telefono tenendosi a debita distanza da questo manicomio, le cose si aggiusteranno da sole. E non grazie all’aiuto di quattro elettricisti che contemporaneamente tirano cavi, un autista, una cuoca, un venditore di tovaglie e il solito maledetto artista del bambù che, dopo un anno e mezzo, ancora non ha capito che io odio i sediletti di bambù intrecciati e tenta di rifilarmeli ogni volta che c’è in atto una crisi domestica.

Lady B.
(Un grazie particolare a Chander, il marito di Arti, che ha trovato l’unica presa funzionante nel luogo dove io mi ero nascosta e copre le urla di tutti usando a tutta mazzetta l’aspirapolvere. In terrazzo.)

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Big Mess!

“No Madame. Oggi Chander non può venire perchè a casa di Madame G. c’è davvero un big mess”

Facciamo un paio di passi indietro.
Quando questa conversazione si è svolta io versavo in uno stato di disperazione totale poichè, come spesso accade, si stava verificando una morìa incontrollata di elettrodomestici unita al fatto che non avevo assolutamente voglia di occuparmi della questione. Dunque, con grande forza d’animo, avevo deciso di delegare tutto. A Arti o, se proprio Arti non fosse stata disponibile, a Chander.

L’assenza di quest’ultimo era un problema, visto che Arti mi aveva fatto garbatamente notare che lei si occupava di tutto ciò che riguardava la cucina ma non del resto.

“Ma che è successo da Madame G?”
“No, non puoi capire Madame. VeFeatured imageramente un big mess”
E, per rendere meglio l’idea, ha iniziato a gesticolare in un modo che manco un romano subito dopo una rissa.

Sento la mia metà migliore e riporto l’accaduto, non fosse altro perchè Madame G. è una nostra amica e ci sembrava veramente strano che a casa sua fosse scoppiato un uragano.Avrà fatto un festone senza invitarci? I ladri? E’ impazzita e ha rovesciato tutto per terra?

Le ipotesi non sono andate avanti a lungo perchè “Madame, il gatto si sta mangiando tutte le tue palmette”. Quindi la rappresaglia da compiere sul felino mi ha fatto dimenticare dell’assenza di Chander e del big mess.

Qualche giorno dopo, a cena, parliamo con Madame G.
Che ci racconta un po’ di cose, tra cui il fatto che stava disperatamente tentando di cambiare la disposizione dei mobili in alcune stanze. Da sola. Se fosse stata un donnone di 80 chili per due metri di altezza, la questione non avrebbe avuto rilievo. Ma ella è minuta e immaginarla mentre trascina cassettoni pesantissimi in giro per casa immersa nella calura indiana ci aiuta a capire meglio il “disperatamente” iniziale.

“Ma proprio non capisco. Io cambio la disposizione e la sera, quando torno a casa, me li ritrovo tutti come erano prima” dice, ormai completamente sconsolata.

A quel punto a noi è tutto chiaro. Madame G. ha commesso un errore madornale. Ha sottovalutato Chander il quale, mal tollerando mutamenti anche, per dire, a casa di altri, ogni volta che entrava nella dimora di Madame G. si faceva venire lo scorbuto perchè tutti i mobili erano stati spostati, causando un BIG MESS. Un gran casino, insomma.
Che poteva fare dunque il buon uomo? Stringersi nelle spalle e pensare, al limite, che la sua datrice di lavoro era impazzita ma lasciar tutto come aveva trovato oppure non chiedersi nulla e rimettere tutto a posto al millimetro?
A questo interrogativo vi è solo una risposta.

Rimane da riflettere su questo. Se Madame G., signorina minuta e aggraziata, ci mette 40 minuti per spostare i mobili, come è possibile che Chander ci metta circa sei ore e si presenti a casa mia sudato, distrutto e con delle occhiaie che farebbero l’invidia di Tom Waits?

A questo interrogativo invece non vi è proprio risposta.
Tranne che in India funziona sempre tutto al contrario

Lady B.


La mattinata dei campioni.

“Madame. Oggi alle 9, verrà l’uomo che ripara i condizionatori” mi dice Satish, il driver.
“Chi, l’elettricista?”
“No Madame. L’uomo del condizionatore. Amico dell’idraulico che però non è il cugino. Capito?”
Certo.

Comunque alle 9 in effetti, è arrivato uno. Uno con dei baffi fenomenali, secondi solo alla panza che sfoggiava con orgoglio.
Ci salutiamo con molta cortesia, poi si siede per terra. Davanti al condizionatore incriminato.
E inizia a parlare da solo.

“Satish…ma che diavolo fa questo?!”
“Madame, io sono esperto di macchine, non di condizionatori.”
Rimaniamo in silenziosa attesa

Dopo 3 o 4 minuti, il nostro uomo si alza e mi dice che è pronto a lavorare.
Impreco mentalmente perchè in cuor mio già so che sarà una mattinata densa.

“Madame, tu non preoccuparti. Risolveremo tutto prima che my boss torni a casa.
Parentesi “my boss” sarebbe la mia metà migliore, chiamato con questo titolo reverenziale da Satish.

Tempo due ore, un tempo piuttosto breve per gli standard locali, e come al solito capisco che qualcosa sta andando non proprio secondo i parametri di sicurezza a cui sono scioccamente abituata.

L’uomo dell’aria condizionata infatti pencola pericolosamente dal balcone. Appeso in un modo curioso, con un piede che fa perno su un ramo,stringe delle tronchesi tra le mani.
Satish, affacciato alla finestra del salone, comunica con lui urlando a tutta manetta. Il gatto, deluso di essere stato tagliato fuori dalla discussione, miagola che pare una tromba di nave. Nel frattempo, ad aggravare una situazione già di per sè fuori controllo, arriva Chander. Armato di aspirapolvere.

“Clean!” mi dice imperioso. E attacca l’aspirapolvere
“Chander, non ora. Passiamola dopo l’aspirapolvere…ho staccato la corrente…”
“No clean?”
“No…”
“Why?”
“Ho staccato la corrente…stanno riparando i condizionatori…”
“Ooh. Very dirty”
Mi annoto mentalmente di far presente a Chander che l’aspirapolvere funziona solo con la corrente inserita.

Mentre mi perdo in queste riflessioni di alto profilo, arriva l’uomo del condizionatore. Sbuffa come un mantice ed è piuttosto sudato. Insieme a lui, compare un altro figuro con un turbante. Pian piano, tutti gli umani e i felini che sono presenti nell’appartamento accorrono in salone.
E così, in sei, ci ritroviamo a fissare il condizionatore.
“Ora Madame, prendi una seggiolina e mettiti davanti al condizionatore. In silenzio”
Sono confusa. Mi sembra più una pooja purificatrice che un’azione di manutenzione.
Se ne vanno tutti in terrazzo e io rimango da sola sulla sedia. In silenzio.

“Madame. Il condizionatore è riparato. Però un altro è tutto bruciato.”
Oggi non credo di potercela fare e quindi adotto il metodo procrastinatorio che ho messo a punto qui.
“Ok. Ti chiamo magari domani eh…”

Cerco conforto nella mia metà migliore e gli descrivo la situazione. “Certo che tu dovresti importi un po’ di più eh…” mi risponde.
Però io ho davanti la visione di Chander che, non potendo ancora passare l’aspirapolvere, armato di scopetta di saggina, sta spolverando la terra di un vaso in salotto.
“Sorry Madame.” mi dice a un certo punto “Ma la terra è molto sporca”.
“Certo. Fai pure.”

Tanto qui, le cose si sistemano sempre da sole.

Lady B.


Di mucche e di pavoni

In un impeto di creativo consumismo, la scorsa settimana abbiamo fatto un acquisto. Un enorme pannello di tela raffigurante mucche e pavoni. Mucche e pavoni che graziosamente si alternano su uno sfondo dorato. Detta così, è il non plus ultra del cattivo gusto.
Però queste mucche hanno un’aria talmente serafica che, a loro modo, infondono serenità. E questo è stato anche quello che ho detto alla mia metà migliore che, esterrefatto davanti a questo mio irrefrenabile desiderio bovino, cercava di attirare la mia attenzione su scene meno bucoliche e un pochino più sobrie. O almeno non dorate.
Comunque il pannello e la sua cornice minimal, ovvero lastroni di legno altrettanto dorati lunghi almeno mezzo metro per parte, hanno fatto il loro ingresso in casa. Per la gioia mia e del gatto che, subito, ha ispezionato la qualità del legno dandogli un morsetto.

Dopodichè la mandria è stata appoggiata in corridoio, in attesa del da farsi. Inutile dire che il peso del pannello era di gran lunga superiore al mio e che per attaccarlo al muro, avrei avuto bisogno di un aiuto.
Decidiamo che il posto perfetto per tutte quelle mucche è la camera da letto. Poi il mandriano della mia vita, avendo dato il suo parere artistico, decide che sia molto appropriato che io me la sbrogli da sola.
Dopo un rapido scambio di idee con Arti decidiamo che il marito, Chander, non è adatto allo scopo. Anche perchè egli, per ragioni misteriose, è intento a passare l’aspirapolvere sulle pareti del salotto.
“Madame. Dobbiamo chiamare il cugino di secondo grado dell’elettricista. Quello sa fare tutto.”
Io ho qualche idiosincrasia con l’elettricista e sono molto restia a chiamare un suo lontano parente. Ma Arti è irremovibile. “Madame, se chiamiamo l’elettricista, il quadro vi cadrà in testa di notte e vi schiaccerà. Se non chiamiamo il cugino ma un’ altra persona, vi cadrà in testa lo stesso”
Il ragionamfoto (1)ento, lì per lì, mi è sembrato coerente. Chiamiamo il cugino dell’elettricista. Nemmeno facciamo in tempo ad attaccare il telefono che bussano alla porta. Mi sembra un miracolo. Apro. “Salve, sono l’artista del bambù. Non è che avete bisogno di un panchetto?”. Qualcuno mi dovrà spiegare, prima o poi, come mai ogni volta che si nomina, anche tra le mura domestiche, l’elettricista, compare subito questo losco figuro.
Comunque ben presto il nostro uomo arriva. E’ sdentato e ha un dito nero. Decido di non farmi sopraffare da un’immagine che lo vede prendersi a martellate sui denti e sulle dita delle mani, e lo faccio entrare. Spieghiamo la situazione.
“No problem. Kein Problem”. Mi dice in tedesco. “Madame, tu ora vattene in salone e non ti preoccupare eh.” mi dice Arti.
Per quanto io trovi sospetta questa volontà di buttarmi fuori dalla mia camera da letto, accetto di buon grado il consiglio/ordine. Del resto, se qualcuno dovesse morire, non vorrei assistere.
Dopo un minuto sento 3 o 4 tonfi. “MADAME!DON’T WORRY!” mi urla Arti dal corridoio “Ma, soprattutto, Madame, rimani sul divano!”
A questo punto, sono certa che sia successo l’irreparabile e che lei stia cercando di buttare quel che resta del cugino dell’elettricista giù dalla finestra.
Mi affaccio in camera. Che sembra casamicciola. Il letto è stato spostato, i tappeti sono sottosopra, Arti, spalmata contro il muro, sorregge il pannello ma, soprattutto, il cugino dell’elettricista si dimena come un tarantolato brandendo il trapano come se fosse una clava. Non riuscendo a capire quale fosse il problema, cerco di mettere meglio a fuoco. In questo quadro già di per sè poco rassicurante, si è inserita una figura ancor più destabilizzante. Una sorta di fattore K. Il gatto.
Che, volendo partecipare alla festa, si è aggrappato con tutte le zampe alla schiena del pover’uomo. Il quale ha mollato il quadro, che è caduto in testa ad Arti la quale non ha mollato la presa ma sono certa che stia snocciolando un rosario di insulti in direzione dell’elettricista, del gatto e forse pure mia.
Entro, prendo il gatto e mi scuso con l’elettricista. Che mi dice qualcosa. “Madame, non so cosa abbia detto. E’ tibetano”. Non credo sia una citazione del Dalai Lama sull’armonia, comunque, mi allontano preventivamente.

Dopo un paio d’ore, i due riemergono da quel luogo di dolore che è la camera da letto.
Il quadro è perfettamente fissato e, cosa straordinaria, è anche centrato bene.
Chiedo all’elettricista se posso offrirgli qualcosa da bere, per lenire il mio senso di colpa. Mi guarda con sufficienza e, accennando un saluto affettato, se ne va.
“E’ un brav’uomo” dice Arti “Ma sai Madame, i tibetani per via di questa brutta storia con la Cina sono sempre un po’ nervosi”.
Prendo la spiegazione per buona, per quanto credo che più che la questione tibetana, sia stata una sordida faccenda felina ad aver creato tensione.

La mia metà migliore torna a casa e guarda il quadro. “Sta bene qui! E’ pure dritto!” esclama candidamente sorpreso. Ma io non ho il coraggio di confessargli che dietro quel quadro attaccato magistralmente, c’è stato un brutale spargimento di sangue.

Lady B.


“Forse gli dai troppa acqua”

Per motivi di carattere burocratico, sono dovuta tornare in Italia per un po’.
Roba di qualche settimana.

E mi sentivo un po’ in ansia. Mi chiedevo se il gatto si stesse prendendo cura della mia metà migliore così come gli avevo chiesto prima di partire; mi chiedevo se l’elettricista, chiamato circa 20 giorni prima, si fosse presentato a casa per sistemare un paio di cavi scoperti; mi chiedevo, più in generale, se tutto fosse in ordine.

Tra i vari interrogativi, ve ne era uno piuttosto spinoso. Le palme.
Si, perchè in terrazzo, tra una peripezia e un’ altrFeatured imagea, avevo piantato delle palmette nane. Palmette nane che avevano sempre un aspetto un decisamente malaticcio e che generavano molte preoccupazioni nella sottoscritta. Tra cui: come è possibile che in un Paese dove le palme crescono pure in mezzo alla strada, io riesca a farle morire con italiana disinvoltura?

Un giorno scopro che la mia fedelissima Arti, nel tentativo di alleviare le mie fatiche botaniche, aveva assunto una specie di giardiniere. “Madame, lui in realtà consegna la posta, ma è molto povero.” Come a dire “passati una mano per la coscienza e fai innaffiare le piante a lui”. E quindi è stato assunto un giardiniere. Con buona pace del giardiniere del mio cuore che lo guardava di sottecchi, convinto che fosse proprio lui la causa della morte precoce di tutte le piante, comprese le erbacce.

Periodicamente andavo in terrazzo e, sconsolata, vedevo ingiallire tutte le palme mentre la vegetazione intorno cresceva rigogliosa e colorata.
Sotto la guida del giardiniere, comodamente seduto su una sediolina di bambù, ho cambiato vasi, messo concime, spruzzato pesticidi rischiando l’avvelenamento. Niente. Sempre più gialle.

In Italia ne parlo con l’altro giardiniere della mia vita, colui che fa fiorire anche i rami secchi. Mio padre.
“Secondo me” sentenziò una mattina mentre impastava concime di vacca con terriccio, rendendo l’ambiente piacevolmente profumato “gli dai troppa acqua. Devi innaffiare di meno”.
Mi appunto a mente il consiglio e me ne torno rapidamente in cucina, lontano dal posto prescelto per fare lavori appestatori. Lo studio.

Torno a Delhi. Il gatto si era preso cura della mia metà migliore, dell’elettricista nessuna traccia. Tutto in ordine.

“Che hai per caso innaffiato le piante?” chiedo con fare disinteressato all’amata metà. “Certo che no” risponde.
Decido di fare un salto in terrazzo. E, visto che è una stagione un po’ strana e piove con frequenza, mi porto un cappellino.

Apro la porta e non posso credere ai miei occhi.

Sotto al diluvio universale, con tanto di tuoni, c’è il giardiniere, armato di ombrello. Avendo preso molto sul serio il suo lavoro, sta innaffiando abbondantemente le piante la pompa da giardino.

“Hello Madame, che tempaccio eh?”
“Eh si. Mi raccomando, innaffia bene eh…”
“Certo Madame. Ho anche l’ombrello.”

Rientro a casa e incontro lo sguardo della mia metà migliore. Che è uno sguardo un po’ più bello del solito perchè ha il sapore della quotidianità

Lady B.


Le cose si sistemano da sole

C’è una cosa che si impara subito in India. La pazienza. La pazienza unita alla capacità di non farsi domande.

Queste tre cose ti consentono di vivere serenamente e di accettare una serie di avvenimenti che, in qualunque altra parte del mondo, comporterebbero un certo nervosismo.
Io, ad esempio, ho imparato che l’elettricista verrà al posto dell’idraulico e quindi se devo montare dei faretti chiamerò l’idraulico. Così verrà l’elettricista. Ma questo l’ho capito solo ora. Dopo quasi due anni.

C’è stato un momento in cui credevo di poter risolvere tutto con una semplice telefonata. “Devo far passare dei cavi elettrici nel salone. Può venire?” “No problem Madame”.
Apro una parentesi: la frase “No problem Madame” implica che ci saranno dei problemi enormi. Anche questo, l’ho capito dopo diverse catastrofi sfiorate. Chiudo la parentesi.

Dunque i cavi elettrici in salone. Con annesso impianto di illuminazione da sistemare sopra il tavolo da pranzo.
Arriva quello che, in buona fede, credevo fosse l’elettricista. Arti mi fa da interprete e spiega all’uomo che i faretti devono essere messi a una certa altezza, centrando bene il tavolo. L’uomo non capisce. Quindi sposto il tavolo, prendo una scala alta un paio di metri, ci salgo su e faccio dei segni sul soffitto per indicargli dove deve fare i buchi. Poi chiedo “Ok?” “Ok.”
Bene. Mi allontano per fare altre cose. Tempo dieci minuti sento uno strano trambusto provenire dal salone. Decido che è inutile preoccuparsi. Cambio idea rapidamente perchè se malauguratamente i faretti si dovessero rompere potrei avere delle rogne con la metà maschile della casa.
Torno in salone. E mi sento pervadere dal gelo della morte.

Per qualche ragione che non ho fatto in tempo a scoprire, il tavolo è stato rimesso al suo posto e la scala alta è stata appoggiata al muro. Il tavolo è stato foderato di carta di giornale. Sul tavolo è stata messa una sedia, sopra la sedia una scaletta sbilenca fatta di bambù un po’ marcio e in cima a questa torre di Babele, immerso in una Sodoma e Gomorra di fili, lui. Il presunto elettricista. Che, non pago della posizione pencolante in cui si trovava, stringeva un trapano acceso nella mano destra, con la sinistra teneva i faretti e incastrato tra il collo e l’orecchio aveva il cellulare essendo impegnato in un’amena conversazione.
Dotata di fervida immaginazione, già lo immaginavo morto fulminato sul pavimento di casa mia, con la scientifica che faceva i rilievi e Arti che spiegava al poliziotto di turno che l’uomo era morto per via del “changing season”.
Non faccio in tempo Featured imagea riprendermi dallo shock che vedo passeggiare un uomo con un piumino per la polvere sul cornicione della finestra del salone. Salone che, insieme al resto dell’appartamento, si trova ubicato al secondo piano di una palazzina i cui cornicioni sono larghi si e no 10 centimetri.
Che, insomma, ero quasi tentava di fare una chiamata a Christopher Nolan per proporgli una nuova sceneggiatura.

Apro la bocca ma non esce alcun suono. E, del resto, non saprei cosa chiedere.
“Madame” mi dice Arti in tono conciliante “Non preoccuparti. Questo sul tavolo è Malchik.” Come se la cosa chiarisse tutto. Rimango in silenzio. “Ma si Madame. Malchik. Il cugino dell’elettricista! L’idraulico!” “Perchè l’idraulico sta facendo il mio impianto elettrico?” Quelle domande di cui non vuoi conoscere la risposta “Perchè l’elettricista è malato. Però vedi che stanno al cellulare…gli sta spiegando cosa deve fare.” Una sensazione di morte imminente incombe su di me. “E, non per entrare nei dettagli eh, ma chi è quello sul cornicione con un piumino per la polvere?” “Uh. Quello è solo Chander. Si, Madame, è Chander. Mio marito. Gli ho detto di pulire i vetri.” “Ma rischia di cadere di sotto…” “No Madame. E poi di sotto c’è il prato” Rimango in silenzio. “Madame, per favore, vai un po’ di là. Vedrai che si sistema tutto da sè”.
Vado di là. A scrivere una confessione preventiva di due omicidi che, giuro, non ho compiuto a discapito delle apparenze.

Dopo 45 minuti, il silenzio. Devono essere morti tutti. Torno in salone. I faretti sono montati, Malchik si sta rimettendo le scarpe; Chander sta sbatacchiando il piumino per la polvere su un divano facendo volare batuffoli di laniccia da tutte le parti, Arti è compiaciuta. Io ho la bocca aperta, come un salmone.

Pochi istanti dopo, torna anche la metà maschile della casa. “Ah che bello!” esclama con un’espressione di bonaria ingenuità “E’ tutto sistemato! Certo, i faretti sono un po’ storti…”
Posso raccontargli che abbiamo rischiato di far saltare in aria tutto il palazzo perchè l’idraulico, cugino dell’elettricista, ha bucato il muro con un trapano del 1918 e fatto passare dei cavi senza togliere la corrente, stando per di più al cellulare e in bilico su una piramide sbilenca?
No, non posso. “Hai ragione. Ma la perfezione non è cosa di questo mondo.” mi limito a rispondere.
E siccome la mia metà migliore è persino un po’ intellettuale, accetta la spiegazione così com’è e accende i faretti.

Due piccole luci su un nuovo sipario.

Lady B.


La mia India

Alla fine, Nuova Delhi è sempre Nuova Delhi.

Non che sia l’affermazione del millennio perchè, in effetti, pure Roma è sempre Roma, con tutto il suo carico di fascino.
Però Nuova Delhi è proprio Nuova Delhi. Cioè, tu sei in aereo e sai benissimo cosa ti aspetta. E cosa ti aspetti. Poi però atterri, scendi e cosa fa questa bastarda? Ti toglie il fiato.

Con un’indolenza un po’ trascurata, ti risucchia in un turbinio di tinte accese che si mischiano a un odore indescrivibile di legno e incensi bruciati. E ti travolge, ti travolge con i tramonti in cui il sole non si vede mai ma si percepisce lungo una sottile linea di luce dorata che si riflette su strade polverose, caotiche. Su volti sempre diversi e su sorrisi imperfetti. Che tanto la perfezione non è roba di questo mondo.

E’ una begum un po’ ingrassata che, mollemente adagiata lungo le rive del suo fiume, ti sorride e alle volte rutta. Ruffiana, avvolta nella seta dei milioni dei suoi saree, ti costringe a guardare le sue mille contraddizioni e ad accettarle anche se non vorresti. E’ una valanga di tutto, che tutto travolge, e che con un afflato di sensualità ti fa sbirciare tra gli angoli illuminati dei suoi parchi sempre aperti. E’ il riassunto del mondo. Non il suo ombelico, nè il suo capo o la sua coda.

E’ uno di quei posti in cui giuri che non rimetterai più piede proprio mentre stai acquistando l’ennesimo biglietto aereo che ti riporterà proprio lì. Nel caos, nella polvere, tra milioni di persone che si muovono in un unico enorme flusso.
Lì dove, per un motivo o per un altro, hai lasciato un pezzetto di cuore.

Lady B.