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Domande inutili

“Ma cosa pensi che sia l’amore?”
“Ma che domande mi fai? Pensavo l’avessimo superata la fase adolescenziale in cui i ragazzini si chiedono cose a cui è impossibile trovare una risposta.”

L’aria era tiepida e dal prato iniziavano a far capolino le prime margherite. Le stesse che di lì a poco sarebbero scomparse senza una ragione precisa. Questa faccenda delle margherite di campo le aveva sempre lasciato una sensazione di angoscia. La loro improvvisa apparizione ma soprattutto la loro scomparsa che avveniva senza che lasciassero un segno della loro presenza, le creava un certo disappunto. Era sempre stata dell’idea che è bene lasciare traccia di sè e per questo per un periodo aveva iniziato a collezionare sassolini. Li aveva segnati con una X rossa e messi poi in un barattolo di vetro smerigliato. Ogni tanto li osservava. In caso di bisogno, li avrebbe sparsi in giro.
Poi si sa come funziona. Il tempo guarisce le ferite, risana i rapporti ma fa perdere anche molte cose. Accendini, persone, sentimenti e collezioni di sassolini.

“Non c’è bisogno che te la prendi…”
“Non me la prendo, non mi piacciono le domande inutili.”

E mentre stavano lì, in silenzio, ognuno perso nelle proprie cose, lui le offrì l’estremità del cono gelato che stava mangiando.

Forse l’amore non è fatto di parole. È fatto di gesti rituali che si perdono nell’infinità dei gesti banali del quotidiano. Come la puntina di un gelato regalata che dentro nasconde un’anima di cioccolato.

Lady B.


Abbracci in sospeso

“Satish ma tu cosa ne pensi della morte?”
“Perchè me lo chiedi?”
“Mah, Oggi ho ricevuto una brutta notizia e allora cercavo qualche risposta”
“Madame, ogni cosa davvero bella ha un lato oscuro. Senza la morte, non avremmo la vita.”
“Ma non sarebbe meglio morire tutti da vecchissimi? Così non soffrirebbe nessuno e potremmo lasciare dietro di noi solo bei ricordi.”
“Forse sì, Madame. Io non ce l’ho una risposta a questa domanda. Però penso che se tu hai ricevuto una brutta notizia allora forse qualcun altro, che magari conosci, ha ricevuto un grande dolore…”
“Sì.”
“Sai cosa si fa quando qualcuno ha ricevuto un grande dolore?”
“No.”
“Si smette di cercare risposte che non si possono trovare. Si va da questo qualcuno e lo si abbraccia. Gli abbracci non fanno sparire il dolore ma aiutano a ricordarci che non siamo soli.”
“E se dovessi aver paura del dolore degli altri?”
“Il dolore non deve far paura. Va messo in un angolo e bisogna aiutare gli altri ad affrontare il proprio. Siamo esseri umani proprio per questo.”
“Grazie Satish. Scusa ma ora devo proprio andare. Ho un abbraccio in sospeso.”

Lady, un po’ triste, B.


Ciao 29, benvenuti 30

“Mi ha chiesto una pausa”
“Ma chi?”
“Il mio amante. Com’è possibile che un amante chieda una pausa? Gli amanti non sono quelli che si dovrebbero struggere d’amore, quelli che muoiono dalla voglia di vederti e che si massacrano per via della gelosia?”

Beh. Non lo so. Però so che in un universo in cui, amica mia, è tutto invertito e tutto è il contrario di tutto, è possibile che gli amanti chiedano una pausa. Però, bada bene, amica mia, questa regola non vale per tutti.
Vale solo per te e per me. Che sono lustri che ci conosciamo e che vediamo le vite degli altri cambiare ed evolversi. Chi si sposa, chi si fidanza, chi diventa il supremo leader dell’azienda e tutto gli va alla grande.
Poi ci siamo tu ed io, amica mia, che facevamo scappare i tipi loschi dai bar di quarta categoria e che adesso, dandoci un tocco radical-cheap, facciamo scappare gli intellettuali dai caffè a causa dei nostri discorsi sempre sul filo del paradosso.
Ci siamo tu ed io, amica mia, che diciamocelo in tutta onestà, non ci abbiamo mai capito niente. All’università volevamo solo sfangarla, non ce ne fregava niente del liberismo economico e facevamo pupazzetti dalle forme poco graziose con la carta argentata durante le lezioni di statistica.
Ci siamo tu ed io, amica mia, che ce ne fregavamo delle ambizioni degli altri e andavamo a fumare nel parco parlando dell’Ulisse di Joyce quando ancora non era di moda leggerne stralci di citazione senza capirne il senso.
Ci siamo tu ed io, amica mia, che ci chiediamo perchè deve essere brutto far vedere la parte più intima di sè a qualcuno.
Ci siamo tu ed io, amica mia, che dopo più di dieci anni stiamo sempre lì, con le stesse domande e senza nemmeno una risposta mentre, apparentemente, le vite degli altri vanno avanti. Anche se sono vite senza domande e, dunque, non è necessario cercare delle risposte.

E allora, amica mia, è giusto interrogarsi e chiedersi se siamo in ritardo sui tempi.
Sai qual è la risposta? No. Tu e io, amica mia, al massimo siamo in ritardo per l’aperitivo.

“Mi ha chiesto una pausa”
“Ma chi?”
“Il mio amante. Com’è possibile che un amante chieda una pausa? Gli amanti non sono quelli che si dovrebbero struggere d’amore, quelli che muoiono dalla voglia di vederti e che si massacrano per via della gelosia?”
“Un altro Negroni?”
“Si, sbagliato”.

Lady B.


Un’amica o l’amica?

Ieri mi sono resa inopportuna. Ogni tanto capita. Dalla mia, devo dire, c’è il fatto che la tendenza di oggi ad allargare fino all’inverosimile la portata semantica del cosiddetto “nome comune di persona” determina una certa confusione.

Tornavo a casa dal lavoro. E mi sento con un mio amico. Una chiacchierata al telefono incentrata sulle mie lamentele. Capita anche questo. Poi faccio la domanda evidentemente più esecrabile del secolo: “Vabbè, ma stasera che fai?” “Esco con una mia amica.” “Ah ok. Ma se venissi anche io?” Silenzio. Tombale. “Ci sei?” “Si, si.  E’ che, ti ho detto, esco con una mia amica.” “Eh. Ho capito. Ma non sono pure io una tua amica?” “No.”  Cavolo. Eppure ti conosco da 15 anni.  “Ah no?” chiedo, con  una certa sorpresa. “No. Tu sei la mia amica, quella è una mia amica.” C’è qualcosa che mi continua a sfuggire. Cioè, sospetto che la differenza stia tutta nell’uso dell’articolo. Nel mio caso determinativo, nel secondo caso indeterminativo. Mi sto inoltrando in un terreno minato, nel dubbio lo saluto e chiudo la conversazione amichevolmente. Poi però faccio un’indagine parallela. Altro amico. Mando un messaggio che ritenevo essere completamente senza senso. “Ma se io chiedo a un mio amico di uscire stasera e lui mi dice di no perchè deve uscire una sua amica, significa qualcosa in particolare?” “Dipende. E’ il tuo amico, quello di sempre, o è un tuo amico?” Ancora questo articolo. Chiarisco il punto. “E’ il mio amico di infanzia.” “Allora è chiarissimo. Stavi facendo l’accollo. Perchè il tuo amico sta uscendo con una con cui va a letto che però non è ancora salita al livello di “ragazza”.  Capito? Tu sei la sua amica.” No. non ci ho capito un cazzo ma faccio finta di niente.

Poi ci rimugino un po’ su. E alla fine riesco ad arrivare a una qualche forma di conclusione. Che non mi piace per niente. Quante volte sono stata “un’amica”? Ma, soprattutto, quante volte pensavo di avere un ragazzo e invece avevo “un amico”? Altra indagine parallela. “Che cosa fa uno che esce con un’amica?” “Ma che non li guardi i telefilm?” “In che senso?” “Uno che esce con un’amica, la porta in posti dove non può essere visto. E’ la base, così non si rovina la piazza”. Mi sta venendo mal di fegato. Penso a tutte le volte che sono stata trascinata in bettole di quart’ordine semivuote, in cinema di periferia o in locali ad orari impossibili e, per questo, vuoti. Butto giù due Maalox, di cui sto diventando l’azionista di maggioranza, e mi guardo un film.

“Che fai stasera?” mi chiede una mia amica stamattina “Mah, penso vado a cena con un mio amico…” Silenzio “Mi devi dire qualcosa?” “Eh?” L’articolo! Ho sbagliato l’articolo. Cerco in tutti i modi di venirne fuori, spiegando che è il mio amico, non un mio amico. Così passo pure per deficiente. Ma tanto è venerdì, fuori c’è il sole e domani non devo mettere la sveglia.

Lady B.


“Verresti?” “Si, certo.”

Mah, che dire.

Io c’ho provato a farmi scegliere. Ho provato, ho sperato, dovevo. Sempre con l’idea che quell’ora in più, quella settimana in più avrebbe fatto la differenza. Una specie di pensiero insidioso che fluttua, si insinua e costringe a tentarle tutte. Forse tu ed io abbiamo proprio i tempi sbagliati, non siamo sincronizzati. Magari, chissà, in un’altra vita. Ma magari nemmeno in un’altra vita.

Solo che io non ci sono riuscita. Non sono riuscita a far finta di niente. Ho dovuto vivere fino in fondo, fino all’ultimo respiro. Te l’ ho dovuto chiedere cos’eravamo. Te l’ho dovuto dire che non ci stavo capendo più niente e che, quando non capisco più niente, divento inconcludente. Forse quello che non t’ho chiesto era tutto ciò che era implicito. Tutto quello che due persone si sussurrano nelle trasparenze di un lenzuolo. Tutto quello che avrebbe dovuto travalicare il muro della paura per consentire un passo in avanti. Per andare in avanti bisogna comunque scardinare qualche equilibrio. E scardinare degli equilibri forse è meglio che rimanere fermi.

Non siamo riusciti ad abbandonarci alle banalità più ovvie, che sono anche le più vere. Perchè se avessimo consentito alla banalità di un “non detto” di insinuarsi di più nelle pieghe del nostro quotidiano, sarebbe stato più semplice  trasformarlo  in un “detto”.

E sarebbe stato più semplice far prendere corpo a un sentimento, sarebbe stato più semplice identificarlo. Sarebbe stato normale dirsi alle 4 del mattino “Prendo la macchina e vengo a dormire le ultime tre ore della notte da te. Perchè domattina, prima ancora di aprire gli occhi, devo poter respirare il tuo respiro.”

E sarebbe stato più facile chiedere “Verresti?” per sentirsi rispondere “Si. Certo.”

Lady B.