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Un uomo perbene

“Madame. Si sono bloccati tutti gli scarichi di tutti i bagni; il tubo del lavello della cucina si è rotto, la grondaia perde e i piccioni hanno riempito di cacca il terrazzo”.

E tutto questo non contribuisce al mio buon umore.

“Ma com’è possibile che sia accaduto tutto insieme?”
“Eh, Madame. È il changing weather”

Secondo Arti, Satish e forse pure secondo Chander (ma non lo sapremo mai con certezza perchè si ostina a non parlare)a ridosso del cambio di stagione, tutto ciò che è inanimato dà avvio a un processo di autodistruzione. E questo processo, che può interessare l’impianto elettrico, quello idraulico e quello di aria condizionata o anche tutte e tre le cose insieme, si abbatte sulla casa con conseguenze devastanti.

Ad esempio, in questo momento dagli scarichi dei bagni esce di tutto e la cucina è completamente allagata.

“Ma Arti non avevamo fatto sistemare tutto al signor Subash?”
“Il signor Subash è un idiota”

E in effetti questo signor Subash, una specie di tuttofare che non faceva mai niente, aveva dato prova di non essere molto brillante già in passato. Quando, a fronte del distacco dal muro dello scarico del lavello della cucina, invece di comprare una comoda guarnizione e di usare un po’ di silicone, aveva pensato bene di riparare il tutto con lo scotch. Una riparazione che è durata una settimana perchè lo scotch e l’acqua non vanno evidentemente molto d’accordo.

“Madame, forse è il caso di chiamare Kewal.”

Kewal è una specie di figura mitologica. Un idraulico che, all’occorrenza, è anche spazzacamino e muratore. Il signor Wolf indiano. Lui risolve i problemi, tutti.

“Il signor Kewal non ha mai tempo Arti, lo chiamano da tutte le parti. Non verrà mai.”
“Proviamo Madame.”

E niente. Il signor Kewal aveva giusto 10 minuti da dedicarci intorno alle 11.30 perchè poi doveva andare a sistemare gli scarichi di altre 800 famiglie.
Non sto nella pelle.
Il signor Kewal ha anche un’altra caratteristica. È puntuale.
Alle 11.29 mi chiama

“Madame, sono sotto casa tua. Potrei salire?”

Si! Sali!

Il signor Kewal è alto 1 metro e 50, forse. Ha due baffoni giganteschi e sorride sempre.
Cerco di spiegargli il problema ma mi ferma. Lui non vuole spiegazioni. Vuole vedere tutti i bagni e non vuole che mi metta in mezzo.

Mi chiudo nella mia stanza e tempo un’ora si compie il miracolo. Kewal ha aggiustato tutto.

“Madame, la prossima volta magari non riparare le tubature con lo scotch”
“Ma è stato il tuo collega, il signor Subash, a fare questo pasticcio.”
“Ah.”

Silenzio. Kewal non riesce a nascondere il disappunto: ci sono degli idraulici che davvero non mettono passione nel loro lavoro e fanno tutto per soldi.

“Va bene Madame. Allora non mi devi pagare per il lavoro di sostituzione del tubo. È un risarcimento perchè ti hanno truffata e così facendo hanno infangato la categoria.”

Il signor Kewal. Un uomo perbene e tutto d’un pezzo.

Lady B.


Le giornate di merda in India

Ci sono le belle giornate, le giornate così così, le brutte giornate e le giornate di merda.
Poi, per i più fortunati, ci sono le giornate di merda in India.

Le giornate di merda in India le riconosci già dalla mattina presto quando in cucina, invece dell’aroma di caffè, senti una strana puzza di gomma bruciata. Ma non ti preoccupi poichè, vivendo appunto in India e non in Svizzera, può essere semplicemente che qualcuno stia bruciando un copertone dietro la porta di casa tua.
Ma hai già commesso un errore fatale perchè non ti sei preoccupato.
Quindi a metà giornata, l’odore di gomma bruciata si rivela per quel che è. Ovvero l’intero impianto elettrico che è saltato per aria. E puoi anche piangere tutte le lacrime del mondo perchè ci sono 39 gradi e il condizionatore non funzionerà nemmeno accendendo 15.000 ceri votivi.
Allora inizi a chiamare tutti gli elettricisti dello stato di Delhi ma anche dell’Uttar Pradesh. Nessun elettricista sarà disponibile a venire perchè, come dicevamo, è la classica giornata di merda in India.
Quindi chiami uno che conosce una che ha un’agenzia di tuttofare che ti manderà uno. Diciamo una specie di elettricista.
Il quale non parlerà una parola di inglese e senza cercare nemmeno di capire quale sia il problema, in modo assolutamente casuale, inizierà a staccare le placche elettriche, il filo del telefono e il router che faticosamente hai installato la settimana prima dopo aver sputato sangue.
E mentre tutto questo si consuma sotto ai tuoi occhi, tu deciderai di uscire in terrazzo perchè vuoi chiamare quello che ha chiamato la tipa dell’agenzia che ti ha mandato questo disastro a due gambe il quale, nel frattempo, sta in piedi su una scala a fissare il soffitto.
Uscirai in terrazzo perchè, per ragioni che non stiamo a spiegare, il cellulare dentro casa non prende. E proprio mentre discuti, il gatto prenderà la rincorsa dal corridoio, si fionderà in terrazzo e si LANCERÀ GIÙ DAL BALCONE. Esatto. Quindi mentre tu stai per avere un infarto, l’elettricista presunto continua a guardare il soffitto e non sai se il gatto è morto o meno, dovrai per forza affacciarti e capire che cazzo di fine ha fatto il felino.
Ti affacci e vedi che, per fortuna, il gatto è bloccato su un davanzalino. Ha fatto un volo di 2 metri e tutto sommato non ci possiamo lamentare perchè senza davanzalino, i metri sarebbero stati 6.
Allora decidi di prendere in mano la situazione. Ti lanci giù dalle scale imprecando in urdu e chiami in aiuto un guardiano. Gli indichi il gatto e lo supplichi di aiutarti. Il guardiano è molto premuroso. Ti rimedierà una scala di bambù che si regge grazie a 4 chiodi impregnati di tetano e due cordine di iuta. Poi ti dice “Coraggio Madame. Sali, che io ti tengo la scala”. E tu vuoi morire perchè soffri di vertigini e stai su un trabiccolo alto 4 metri che oscilla. E visto che la gravità porta sempre tutto verso il basso, il volo rischi di farlo te al posto del gatto.
Recuperi il gatto, sei sudata come un muflone e, cazzo, scappi di nuovo a casa perchè l’elettricista sta ancora lì, forse ancora in meditazione davanti al soffitto.
Arrivi ansimante a casa, con la voglia di farti denunciare da qualche associazione animalista, e nel frattempo il soffitto è tutto un groviglio di cavi pendenti.
Prendere a testate il muro non aiuterebbe e forse nemmeno prendere a calci l’elettricista per quanto, forse, gioverebbe a un umore non proprio roseo.
“Madame. Il tuo impianto elettrico è morto. Va cambiato tutto.” Dopodichè si fa dare 20 euro per non si sa bene che cosa visto che prima del suo intervento funzionava quasi tutto e ora non funziona più niente. Però paghi in silenzio perchè già è una conclamata giornata di merda, discutere con l’elettricista che è due volte più grosso di te potrebbe essere una decisione debordante di idiozia.

Sapete come si conclude una vera giornata di merda in India?

Con te sotto la doccia, completamente insaponata, che imprechi in tutte le lingue del mondo perchè l’acqua del tuo cassone è terminata e la pompa di accensione è in terrazzo.

Lady B. che ha visto giornate migliori.


Le cose si sistemano da sole

C’è una cosa che si impara subito in India. La pazienza. La pazienza unita alla capacità di non farsi domande.

Queste tre cose ti consentono di vivere serenamente e di accettare una serie di avvenimenti che, in qualunque altra parte del mondo, comporterebbero un certo nervosismo.
Io, ad esempio, ho imparato che l’elettricista verrà al posto dell’idraulico e quindi se devo montare dei faretti chiamerò l’idraulico. Così verrà l’elettricista. Ma questo l’ho capito solo ora. Dopo quasi due anni.

C’è stato un momento in cui credevo di poter risolvere tutto con una semplice telefonata. “Devo far passare dei cavi elettrici nel salone. Può venire?” “No problem Madame”.
Apro una parentesi: la frase “No problem Madame” implica che ci saranno dei problemi enormi. Anche questo, l’ho capito dopo diverse catastrofi sfiorate. Chiudo la parentesi.

Dunque i cavi elettrici in salone. Con annesso impianto di illuminazione da sistemare sopra il tavolo da pranzo.
Arriva quello che, in buona fede, credevo fosse l’elettricista. Arti mi fa da interprete e spiega all’uomo che i faretti devono essere messi a una certa altezza, centrando bene il tavolo. L’uomo non capisce. Quindi sposto il tavolo, prendo una scala alta un paio di metri, ci salgo su e faccio dei segni sul soffitto per indicargli dove deve fare i buchi. Poi chiedo “Ok?” “Ok.”
Bene. Mi allontano per fare altre cose. Tempo dieci minuti sento uno strano trambusto provenire dal salone. Decido che è inutile preoccuparsi. Cambio idea rapidamente perchè se malauguratamente i faretti si dovessero rompere potrei avere delle rogne con la metà maschile della casa.
Torno in salone. E mi sento pervadere dal gelo della morte.

Per qualche ragione che non ho fatto in tempo a scoprire, il tavolo è stato rimesso al suo posto e la scala alta è stata appoggiata al muro. Il tavolo è stato foderato di carta di giornale. Sul tavolo è stata messa una sedia, sopra la sedia una scaletta sbilenca fatta di bambù un po’ marcio e in cima a questa torre di Babele, immerso in una Sodoma e Gomorra di fili, lui. Il presunto elettricista. Che, non pago della posizione pencolante in cui si trovava, stringeva un trapano acceso nella mano destra, con la sinistra teneva i faretti e incastrato tra il collo e l’orecchio aveva il cellulare essendo impegnato in un’amena conversazione.
Dotata di fervida immaginazione, già lo immaginavo morto fulminato sul pavimento di casa mia, con la scientifica che faceva i rilievi e Arti che spiegava al poliziotto di turno che l’uomo era morto per via del “changing season”.
Non faccio in tempo Featured imagea riprendermi dallo shock che vedo passeggiare un uomo con un piumino per la polvere sul cornicione della finestra del salone. Salone che, insieme al resto dell’appartamento, si trova ubicato al secondo piano di una palazzina i cui cornicioni sono larghi si e no 10 centimetri.
Che, insomma, ero quasi tentava di fare una chiamata a Christopher Nolan per proporgli una nuova sceneggiatura.

Apro la bocca ma non esce alcun suono. E, del resto, non saprei cosa chiedere.
“Madame” mi dice Arti in tono conciliante “Non preoccuparti. Questo sul tavolo è Malchik.” Come se la cosa chiarisse tutto. Rimango in silenzio. “Ma si Madame. Malchik. Il cugino dell’elettricista! L’idraulico!” “Perchè l’idraulico sta facendo il mio impianto elettrico?” Quelle domande di cui non vuoi conoscere la risposta “Perchè l’elettricista è malato. Però vedi che stanno al cellulare…gli sta spiegando cosa deve fare.” Una sensazione di morte imminente incombe su di me. “E, non per entrare nei dettagli eh, ma chi è quello sul cornicione con un piumino per la polvere?” “Uh. Quello è solo Chander. Si, Madame, è Chander. Mio marito. Gli ho detto di pulire i vetri.” “Ma rischia di cadere di sotto…” “No Madame. E poi di sotto c’è il prato” Rimango in silenzio. “Madame, per favore, vai un po’ di là. Vedrai che si sistema tutto da sè”.
Vado di là. A scrivere una confessione preventiva di due omicidi che, giuro, non ho compiuto a discapito delle apparenze.

Dopo 45 minuti, il silenzio. Devono essere morti tutti. Torno in salone. I faretti sono montati, Malchik si sta rimettendo le scarpe; Chander sta sbatacchiando il piumino per la polvere su un divano facendo volare batuffoli di laniccia da tutte le parti, Arti è compiaciuta. Io ho la bocca aperta, come un salmone.

Pochi istanti dopo, torna anche la metà maschile della casa. “Ah che bello!” esclama con un’espressione di bonaria ingenuità “E’ tutto sistemato! Certo, i faretti sono un po’ storti…”
Posso raccontargli che abbiamo rischiato di far saltare in aria tutto il palazzo perchè l’idraulico, cugino dell’elettricista, ha bucato il muro con un trapano del 1918 e fatto passare dei cavi senza togliere la corrente, stando per di più al cellulare e in bilico su una piramide sbilenca?
No, non posso. “Hai ragione. Ma la perfezione non è cosa di questo mondo.” mi limito a rispondere.
E siccome la mia metà migliore è persino un po’ intellettuale, accetta la spiegazione così com’è e accende i faretti.

Due piccole luci su un nuovo sipario.

Lady B.


Quella brutta storia del falegname

Circa tre settimane fa, IMG_0109ho chiamato un elettricista.

Di per sè non è che sia una grande notizia. Insomma, sto elettricista per qualche motivo insondabile, non si è mai presentato. Prima ha mandato il cugino, che però faceva l’idraulico, e poi un suo amico che si è  spacciato per elettricista ma che, in realtà, è un guardiano notturno. Avrei dovuto insospettirmi quando il guardiano notturno, tal Suresh, ha cercato di fare dei collegamenti elettrici avvalendosi dell’aiuto del mio  mocio. Ma, se c’è una cosa che ho deciso di fare, è il non pormi mai assolutamente alcuna domanda. Dunque, vuoi usare il mocio [umido peraltro] come palo elettrico? Non incontrerai la mia resistenza anche  perchè quando ho provato a obiettare che potesse essere pericoloso, mi è stato fatto intendere che tacere è una virtù alle volte.
Comunque il buon Suresh ha adempiuto al suo compito, ci siamo salutati molto amichevolmente e il giorno dopo è esplosa una lampadina in segno di festa.

 

Oggi ho alzato il tiro.
Mi sono imborghesita e ho chiamato il falegname.
C’erano alcuni lavoretti da fare e avevo bisogno assolutamente di un consulto.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto, riesco a mettermici in contatto. Con una certa dose di professionalità mi assicura che sarebbe arrivato nell’arco di mezz’ora. Altra cosa che ho imparato è che in India il tempo è una banale e inutile convenzione.
Per cui dopo sole quattro ore, bussano alla porta.
“Hello! Are you the carpenter?” che in italiano suona come “Ti prego, dimmi che sei il falegname…”
“No madame, I’m the electrician.”
Silenzio. Assordante.
“But I don’t need an electrician…I need a carpenter…”
Ne esce fuori un dialogo completamente privo di senso che, per comodità, traduco. Anche perchè l’elettricista parlava solo in hindi dunque ho avuto bisogno di diversi interpreti, tra cui un autista, una cuoca e il marito della cuoca.
“Lo so. Ma non sempre è possibile ottenere tutto. E oggi il falegname non lavora, mi ha detto di dirtelo”
“Ok. Ma non può venire domani? Non ho bisogno del tuo aiuto”
“C’è sempre bisogno di un elettricista…”
“Si ma io devo rimuovere una base di due metri da uno specchio di legno e fissare lo specchio al muro…”

Insomma, alla fine, mi ritrovo l’elettricista e il marito della cuoca davanti allo specchio.
“Senti” mi dice “vado a prendere il trapano. Tu prendi questa brugola e datti da fare”.
Quindi, senza nemmeno capire come, mi ritrovo a scavicchiare la base del mio specchio, coadiuvata dai preziosi suggerimenti del marito della cuoca e dell’elettricista. Visto che c’ero, ho fissato gli stop al muro, ho fatto i buchi e ho appeso lo specchio suscitando l’ammirazione dell’elettricista che, giustamente, mi ha chiesto di essere pagato perchè mi aveva prestato il trapano.
“Signora, se posso permettermi un commento” chiosa la cuoca “ha appeso lo specchio un po’ storto. Faccia più attenzione la prossima volta”. Mi scuso con lei per la mia imperdonabile sciatteria e vado in cucina a farmi un caffè.

In India tutti possono insegnarti qualcosa. Compreso un elettricista, che può farti capire che puoi fare tutto nella vita. Compreso diventare un falegname.

Lady B.