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Tra moglie e marito…

“Madame, volevo dirti che oggi sono venuta al lavoro da sola…”
“Perchè Arti? Chander sta male?”
“No. Mentre eravamo per strada, sul motorino, mi ha detto che sono troppo cicciona per andare in moto perchè quando mi muovo lo sbilancio e rischiamo di cadere.”
“E allora?”
“Allora sono scesa, l’ho picchiato con una scarpa e sono venuta in tuktuk.”
“Ma scusa ora Chander dov’è?”
“E cosa vuoi che ne sappia? Spero sia caduto in un tombino”

L’armonia che regna dentro casa mia, una casa in cui ognuno fa come gli pare senza prestare minimamente attenzione a ciò che dico io, mi rende orgogliosa.
Ed è in questo clima di guerra fredda, mentre Arti passava l’aspirapolvere con la stessa grazia con cui l’estetista strappa la ceretta da una gamba villosa, che sento insistentemente suonare un cellulare.

“Arti, mi sa che ti suona il telefono.”
“Lo so.”
“E non rispondi?”
“No. Sarà quel mentecatto di Chander…”
“Ma rispondigli magari è successo qualcosa!”
“No.”

E passa un altro quarto d’ora. Poi, presa da uno scrupolo di coscienza e forse consapevole del fatto che la suoneria del suo cellulare mi stava provocando una crisi mistica (Arti ha come suoneria una specie di mantra a Ganesh), risponde.

Bonfonchia qualcosa in hindi in tono molto alterato e attacca.

“Madame. Ho il marito più stupido del mondo.”

Oh, beh.

“Sai dove sta?”
“Dove?”
“Qui sotto. Da 45 minuti. Sta sulla moto, ancora con il casco in testa da 45 minuti e mi sta aspettando sotto al sole.”

È mezzogiorno e ci sono circa 40 gradi. Non so cosa dire.

“Ma perchè non è salito a casa?”
“Perchè è il marito più stupido del mondo e io avrei dovuto colpirlo più forte con quella ciabatta. Perchè io sarò una cicciona ma lui ha lasciato il cervello nella discarica di Ghazipur.”

E mentre Arti continua a elencarmi posti in cui potrebbe trovarsi il cervello di Chander, quest’ultimo compare sulla soglia di casa.

Sembra appena uscito da un forno tandoori. È rosso, troppo rosso, e ha i capelli tutti appiccicati in fronte. In mano stringe il casco ma so che vorrebbe tirarlo in testa alla moglie.

“Perchè non sei salito su a casa?”
“Ti stavo aspettando nel vialetto.”
“E perchè non hai chiesto se fossi arrivata? Non ti sei preoccupato per me? Ero da sola in tuk tuk…magari il guidatore di tuk tuk mi avrebbe potuto rapire.”
“Non sarebbe successo perchè te lo saresti mangiato.”

Urla miste.
Mi defilo con discrezione perchè tra moglie e marito non mettere il dito anche se moglie e marito hanno deciso di prendersi a padellate nella mia cucina.

Lady (discreta) B.


Remissività e astensionismo.

Questa mattina mi sono svegliata con la sensazione di aver impostato male la mia vita. E questo ha contribuito a dare al mio lunedì una tonalità ancora più fosca. Dovevo per forza pensare a qualcosa di positivo, altrimenti mi sarei sepolta nel letto dandomi malata per tutta la settimana. E quasi certamente sarei stata licenziata.

Qualche giorno fa, ho fatto due chiacchiere con una mia conoscente. E’ sposata da un po’ e ha optato per una sana vita semi campagnola. Abita in un posto isolato, dove io non andrei a stare nemmeno sotto tortura. Per diverso tempo ha cercato di elencarmi le meraviglie della vita da massaia. L’altro giorno mi ha fatto un discorso che per poco non mi faceva andare di traverso la cena. Trovo molto significativo che le persone, per parlare delle loro frustrazioni, cerchino per forza di fare dei paragoni non richiesti tra la mia esistenza e le loro. “Si, insomma. Cerchiamo di parlarci chiaro” mi dice con un tono compassionevole che stava già inducendomi ad armarmi di una scopa castigatrice. “Tu hai proprio un brutto carattere” Silenzio. Aspetto che finisca questa frase, al termine della quale già so che dovrò iniziare a fare training autogeno. “Non hai filtri, dici tutto quello che ti passa per la testa. E sei anche fissata con questa cosa che devi lavorare per forza, devi viaggiare per forza, devi essere indipendente per forza. Guarda che il mondo non funziona così.” “Ah no? E come funziona?” “Devi essere più remissiva. Ogni tanto dovresti abbassare la testa.” Dopo questa frase, vedo andare in fumo tutti e quaranta gli anni di lotta per l’emancipazione femminile. “Remissiva?” “Si, agli uomini non piace la donna di polso”. Continua a vaneggiare per un po’ e io smetto di ascoltarla. Nel mio cervello ci deve essere una zona d’ombra per cui, quando sento pronunciare troppe cazzate messe in fila, mi si scollegano le sinapsi e assumo un’espressione sinceramente vuota. Non mi prendo nemmeno la briga di pensare ad altro. Dopo un po’ inizio a rendermi conto di che razza di donna perniciosa io abbia davanti. Si tratta di una di quelle persone votate interamente alla ricerca spasmodica di un marito, prive di qualsiasi altro interesse che non ruoti intorno al focolare domestico inteso, tuttavia, come un’ inesauribile fonte di dolore. Già, perchè una volta che la loro ricerca arriva al termine e in qualche modo si sposano, iniziano un percorso di decadenza fisica, mentale e intellettiva. I loro successivi 40 anni saranno quindi votati a lamentarsi di quanto sia tremenda la loro vita accanto a un marito così insulso. Senza pensare al fatto di aver sprecato un’esistenza alla ricerca di un equilibrio che generalmente esiste solo se si è in pace con se stessi. E così accade che i matrimoni si sfasciano, che i figli sono infelici, che le mogli diventano delle casalinghe alcolizzate e che l’umanità si estingue. Insomma, un concatenarsi di cause senza rimedio. Mi rimetto ad ascoltare “Io credo che, se continui così, non troverai mai nessuno disposto a starti vicino, ecco.” Pongo termine a questa conversazione in modo educatamente civile e mi metto a pensare.

Ma cosa significa avere qualcuno disposto a starci vicino? L’avere qualcuno implica per forza un dover annullare se stessi e le proprie passioni nella routine di uno sconosciuto che abbiamo fatto assurgere a compagno/a? In questo modo ci condanniamo ad una solitudine ben peggiore, quella che si instaura quando due esseri umani stanno insieme per convenzione e non per una reale volontà di condividere qualcosa. Forse è vero che un carattere forte non è facile da gestire ma è altrettanto vero che l’amore non è “gestione dell’altro”, è l’accompagnarsi in un percorso tortuoso, faticoso e fatto di inciampi. In cui discutere e confrontarsi significa crescere e diventare persone migliori.

Mentre mi perdo in questa filosofia, vengo ricatapultata nella solita realtà fatta di uomini col mestruo. “Sono in una fase della mia vita che definirei di astensionismo sentimentale “. E dunque visto che non si può sempre essere pazienti e visto che io non sono il Mahatma, tu e il tuo astensionismo ve ne andate rispettosamente a fanculo.

Lady B.