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Abbracci in sospeso

“Satish ma tu cosa ne pensi della morte?”
“Perchè me lo chiedi?”
“Mah, Oggi ho ricevuto una brutta notizia e allora cercavo qualche risposta”
“Madame, ogni cosa davvero bella ha un lato oscuro. Senza la morte, non avremmo la vita.”
“Ma non sarebbe meglio morire tutti da vecchissimi? Così non soffrirebbe nessuno e potremmo lasciare dietro di noi solo bei ricordi.”
“Forse sì, Madame. Io non ce l’ho una risposta a questa domanda. Però penso che se tu hai ricevuto una brutta notizia allora forse qualcun altro, che magari conosci, ha ricevuto un grande dolore…”
“Sì.”
“Sai cosa si fa quando qualcuno ha ricevuto un grande dolore?”
“No.”
“Si smette di cercare risposte che non si possono trovare. Si va da questo qualcuno e lo si abbraccia. Gli abbracci non fanno sparire il dolore ma aiutano a ricordarci che non siamo soli.”
“E se dovessi aver paura del dolore degli altri?”
“Il dolore non deve far paura. Va messo in un angolo e bisogna aiutare gli altri ad affrontare il proprio. Siamo esseri umani proprio per questo.”
“Grazie Satish. Scusa ma ora devo proprio andare. Ho un abbraccio in sospeso.”

Lady, un po’ triste, B.


Never abbozzing people. Il ritorno.

man-75218_1280“Oh. Se ne sono andati!”
“Ma chi?”
“I Vicini!!”

Passo indietro. Come più volte detto, noi avevamo un problemino irrilevante con Il Vicino. Ci odiava. E per sottolinearlo meglio, quando si è trasferito non solo non ci ha detto nulla ma non ci ha manco salutato.

E noi siamo stati molto tristi per tutto ciò ma, dando prova di grande senso civico, abbiamo avuto una reazione molto equilibrata. Matura, oserei dire.

“EVVIVA! STAPPIAMO UNA BOTTIGLIA DI VINO!”

Per giorni, abbiamo gongolato nel tornare a casa e nel prendere atto dell’assoluta assenza di vita umana al piano di sotto. Non eravamo più costretti a rimanere chiusi in macchina in attesa che Lui si barricasse dentro casa per evitare accuratamente anche solo il contatto visivo con noi.

E’ stato un bel momento. E come tutti i bei momenti è durato poco.

“Madame, vi è arrivata una lettera…”

La apro.

“Salve siamo i nuovi inquilini del piano di sotto e blablablabla. Volevamo chiedere scusa in anticipo per la confusione che potremmo fare nei giorni immediatamente successivi al trasloco e blablablabla. Speriamo di incontrarvi presto e blablablabla”

Cavolo.
Una lettera cordiale.

Possibile che, dopo 3 anni di vicini completamente matti (come quello che ha dipinto il muro di casa di un bel color nero su cui poi ha inciso strane frasi di lode alla vita), prepotenti (come quello che un bel mattino ha deciso di installare un cesso, si un cesso, nel NOSTRO terrazzo) o che ci odiavano (come questo che, se ci vedeva passare, poi andava a farsi fare un esorcismo dal Padre Amorth indiano), possibile che ora questi siano delle persone normali?

Lo chiedo al vicino della mia vita.

“E ora?”
“E ora niente. Aspettiamo. Ma tu ricorda: noi non abbozziamo. Mai.

Con queste premesse dense di serenità e con una rinnovata fiducia nella categoria del “Vicinato”, ci apprestiamo ad accogliere questa nuova famigliola.

Tenendo in bella mostra una leppa sarda.

Never abbozzing people.

Lady B.


Una pagnotta nel cuore

Nel dubbio che potessimo riuscirci, per qualche tempo ho cercato di portare avanti un progetto dieta abbinato a un progetto fitness.
In pratica una specie di tortura fisica e mentale che consisteva nel mangiare moltissime verdure, zero pane e nel fare dello sport. Questo sconosciuto.
Uso il plurale perchè avevo deciso in via autonoma che anche il dietologo del mio cuore dovesse aderire a questo programma.

“Bene. Da domani ci mettiamo a dieta”
“Non ci penso proprio”
“Bene. Da domani ci mettiamo a dieta”
“Ma perchè? Io non voglio mettermi a dieta! Mettitici tu…”
“Bene. Da domani ci mettiamo a dieta”
“Eccheppalle”

La convivenza funziona anche così: che una prende le decisioni e l’altro fa un minimo sindacabile di resistenza che però può essere ignorata.

Quindi a pranzo un’insalata e nel pomeriggio palestra.
Non c’è bisogno di dire che, primBread_trail_Covera di uscire di casa, io stessi rosicchiando di nascosto la gamba del tavolino del salotto per fermare quel leggero languore che l’insalata mi aveva lasciato.

“Io ho fame.”
“Ma smettila”
“Tu sei una prepotente. Dittatrice e prepotente”

La sera, pollo alla griglia con verdure grigliate. E morte nel cuore.

Poi arriva il week end.
La mia metà migliore è molto afflitta. Sospetto che si mangerebbe anche il gatto ma, non essendo vicentino, si limita a guardare dentro un frigo talmente vuoto che ospita solo topi che piangono per la fame.
Andiamo in palestra. Bene, penso. Siamo riusciti a scavallare la fase peggiore, quella del risentimento mista alla compulsione di doversi mangiare qualunque cosa, commestibile e non.

Poi il trappolone.
“Senti però ora andiamo a prenderci un caffè dai francesi”.

Premessa. A Delhi non è che i bar spuntino fuori come i funghi. Diciamo che non ci sono bar, nemmeno come idea. Per cui se vuoi bere un caffè che non ti faccia avvilire c’è un unico posto. Una specie di pasticceria/panetteria che ha un nome francese ma che comunque è gestita da indiani. La cosa buona è che si trovano, oltre a un caffè accettabile, cornetti burrosissimi, dolci a base di strutto e delle ottime pagnottine.
E se hai una fame che ti sembra di essere appena venuto fuori dalla peggiore delle carestie, non è il posto giusto dove entrare.
Tuttavia, avendo una forza di volontà che manco un paramecio, acconsento. Al massimo, ci possiamo prendere un dolcetto come premio.

Nella pasticceria c’è un caos totale. Troppa gente. Decidiamo di non prendere il caffè ma di comprare due pastarelle e una pagnotta.
“Io tengo il pane” afferma perentoria la pagnotta della mia vita “tu vai a pagare”
E così dicendo, mi spinge in avanti verso la cassa. Sono tutta presa a sniffare i profumini che vengono dal bancone e inizio a pensare che sta storia della dieta sia tutta un’enorme cazzata.
Immersa nei miei pensieri, non presto assolutamente caso a ciò che mi dice il cassiere.

“Scusi, può ripetere? Quanto le devo?”
“Vuole che gliela taglio?”
“Come scusi?”
“Ehi…vuole che gliela taglio?”
“Deve essere imbecille” penso. Sto per rosicare quando mi rendo conto che non sta guardando me ma un punto che si trova oltre la mia spalla.

Mi giro e mi trovo davanti alla più decadente delle visioni.
La mia metà migliore, approfittando del caos imperante, aveva iniziato a mordere la pagnotta di gran lena, senza nemmeno spezzarla con le mani. E tuttavia il cassiere, non facendosi i fatti suoi, l’aveva tanato col sorcio in bocca.
“Sir. Vuole che le tagli la pagnotta così la mangia meglio?”
E il Sir, dopo un primo momento di imbarazzo, con un movimento elegante di indice, rimette la pagnotta nella busta; con un gesto sprezzante si pulisce la farina dalla punta del naso e con un perfetto accento british risponde “No, thank you. I was just tasting it”
Poi mi guarda con un’espressione truce e mi dice che mi aspetta fuori.

La sera, a cena, prosciutto, formaggio, una cifra di pane e due dolcetti e vino.
Tanto per ribadire che noi la dieta non la faremo mai più

Lady B.


Il sacrificio di una madre

Oggi mi sono resa colpevole di una brutta cosa. Ho utilizzato il buon nome di una persona per raggiungere un mio meschinissimo fine.

Ma andiamo con ordine.

Sono circa due anni che provo a spiegare ad Arti che “fritto” è buono. Ma anche “fritto” tutti i giorni è l’anticamera della morte. O quantomeno dFeatured imagei un grosso problema di colesterolo. E veramente ho usato tutti gli espedienti. La mia dieta (mai fatta una dieta in vita mia, ma tentavo di indurla in inganno), la dieta della mia metà migliore, il cambio di stagione, il “è finito l’olio per sempre perchè sono morti tutti gli ulivi del mondo”. Tutte le ho tentate, ma niente.

“Madame. Te lo dico molto chiaramente. Non approvo che tu voglia mettere Sir a dieta. L’uomo deve mangiare” mi ha detto un giorno, mentre strizzava delle zucchine talmente intrise di burro da essere trasparenti. “Tu puoi pure mangiare un po’ meno, ma Sir deve mangiare”.

E così per due anni la tirannia del fritto ha regnato sovrana. Che poi, mi direte, quale tirannia? Pure i copertoni dei tir se li friggi sono buoni. Chiaro, ma non con 50 gradi.
Ad ogni modo, questa tirannia ha comportato un’eccedenza di maniglie sui miei fianchi che, per diversi lustri, avevo tenuto in forma. Il che mi porta ad assomigliare sempre di più ad un tricheco, oltre al fatto che siamo prossimi all’estate e vedere tutta questa gente magra, in forma e fitness dipendente mi crea dei grossi scompensi.

L’altro giorno cerco di impormi. “Arti. Stasera per favore non prepararci nulla. Se vuoi, giusto due patate bollite e dei fagiolini” “Si Madame” mi risponde. Laconica. Sento tutta la sua disapprovazione sul mio collo ma decido di non soprassedere.
Dopo 15 minuti mi chiama. “Madame. Le patate bollite fanno schifo. Ho fatto un purè e dentro ci ho messo i fagiolini” fa una pausa e mi indica poi il lato sinistro della teglia dove troneggiano almeno 4 chili di purè. “Questo qui è il tuo lato.”
Ciò detto se ne va. E io sottovaluto l’importanza dell’indicazione geografica della mia cena.
La sera mi preparo a servire questo purè e per caso noto una strana escrescenza sul lato destro della teglia. Il lato della mia metà migliore. Scosto un po’ di patate e scopro, con raccapriccio, che sotto un sottile strato di tubero spiaccicato riposa una pallottola di burro del diametro di 6 centimetri.
Un evidente omaggio di Arti ai trigliceridi dell’amata metà.

La mia tecnica aveva palesemente fallito.

Oggi Arti è entrata in casa brandendo un bottiglione di olio. Ci salutiamo con il consueto affetto per quanto noti l’assenza di Chander, il marito. Ma non ho tempo di chiederle spiegazioni perchè devo mettere assolutamente in pratica il mio piano B.

“Arti, che ne dici se preparassimo delle melanzane grigliate per cena?” “Certo Madame!” dice, iniziando a coprire di olio il grill. “No, aspetta. Sai, ho sentito la mamma di Sir prima.” Si immobilizza. “Abbiamo parlato a lungo di melanzane grigliate e lei mi ha detto che non sarebbe contenta se venissero preparate usando l’olio.”
L’ho sconfitta. Perchè in India puoi pure essere il primo ministro in persona, ma se tua madre non approva qualcosa stai pur certo che non hai scampo. Figuriamoci se a non approvare è la madre del tuo principale.
E’ molto avvilita. Scola l’olio dal grill. “Ma devo anche asciugare queste goccioline?” mi chiede “Si. Rispondo gravemente “E’ la madre di Sir a chiederlo”.
Mi sento terribilmente vigliacca e sono certa che alla madre della mia metà migliore stiano fischiando le orecchie ma non c’era scelta. L’ho dovuta sacrificare sull’altare dell’unto.

Dopo qualche ora mi si avvicina, guardandomi di sottecchi. “Madame…ma non è che questa è tutta una menzogna? Dio ti vede se menti. Non è che vuoi mettere Sir a dieta?” “Chi io?” rispondo, senza aggiungere altro, tante volte venissi fulminata da qualche divinità protettrice del fritto.
Aggiunge con fare desolato “Sai Madame. Questi uomini sono una mezza fregatura. Non durano niente. Oggi Chander non è venuto perchè gli hanno chiuso una mano in una porta blindata. Io ho partorito due figli e non ho protestato. Lui si schiaccia una mano e fa tutte queste lagne.”

E così se ne va, lasciandomi vagolare in una mare di pensieri unti

Lady B.


Morti e feriti

Per motivi che non sto qui a spiegare, abbiamo lasciato perdere le lezioni di yoga a casa.
E non perchè avere una tizia aromatizzata all’aglio alle 6.50 del mattino davanti alla porta non fosse elettrizzante ma perchè abbiamo deciso di essere più rock.
Dunque adesso, con il solito consueto entusiasmo che ci fa esclamare con le lacrime agli occhi dalla disperazione “Ma perchè?”, seguiamo una lezione di gruppo. Sempre alle 7 del mattino, 3 volte alla settimana. Ma non a casa.

Il bello di fare yoga in gruppo è che ti rendi conto di non essere l’unica che sta per crepare di una morte dolorosa sul tappetino. E allora, facendoti scudo del mal comune, continui a fare i tuoi esercizi.

Inizialmente la lezione era condotta da un ciccione baffuto che, a discapito della pancia cosmica, era pure piuttosto flessibile. Il punto forte del ciccione era, manco a dirlo, la meditazione.
Venticinque minuti di meditazione alle 7 del mattino. Venticinque minuti sono troppi per qualsiasi cosa, tranne forse se stai comprando un paio di scarpe. Alle 7 del mattino, tutto questo meditare stesi a pancia all’aria ha determinato un’introspezione profonda. Talmente profonda che lo yogi del mio cuore a un certo punto ha iniziato a emettere un verso che, volgarmente, avremmo potuto definire “russare come una motosega”. In realtà era quasi certamente l’estroiezione di un pensiero remoto.

Alla terza lezione, il baffone non è potuto venire e, al suo posto, si è presentata un’energica signora. Tutti, tranne il baffone del mio cuore per solidarietà maschile e per affinità elettive con la meditazione, decidiamo di unirci in una fronda anti-panzone e pro-signora.

La quale ha subito tenuto a sottolineare che con lei si faceva sul serio, imponendoci una corsa a piedi nudi e 12 serie di saluto al sole.
Il saluto al sole, meglio conosciuto come Surya Namaskar, consiste in 12 posizioni yoga da fare in sequenza più o meno rapida. Nessuno lo dice, ma è uno strumento di tortura millenario con il quale vai a sollecitare dei muscoli di cui non conoscevi l’esistenza. E, comunque, alla fine ti rendi conto che non sempre l’ignoranza è un male.

Dunque 12 serie. Per un totale di 144 mosse. Alle 7 del mattino. Dopo aver fatto la corsetta della malora.
Io sono in ultima fila, il mio tappetino è proprio dietro a quello della mia metà migliore che si impegna molto, sudando altrettanto, e si produce in un suono sordo “Ooof! Oooooof!”
Alla posizione 8 della serie 11, rimane bloccato. La posizione 8, ovvero la posizione della montagna che, banalmente, ti costringe a stare con braccia e gambe messe in una posa innaturale mentre il tuo sedere ti spinge in avanti verso l’ignoto. Penso che se dovesse rimanere così per sempre, potrei utilizzarlo come piano di appoggio ma, sotto sotto, spero che torni ad assumere una postura eretta.
Mentre penso questo, il mio vicino di tappetino stramazza a terra maledicendo tutti. In particolare l’insegnante di yoga che continua a zompettare come una tarantolata.
Pian piano, quasi tutti i miei compagni cedono sotto il fuoco nemico del Surya Namaskar e io non sono da meno, perchè all’ennesima posizione del cobra sento che la mia schiena fa un suono sinistro che sembrerebbe indicare la via del CTO più vicino.

Sono le 8 e 30. La sala di yoga è un campo di battaglia. Gente che geme, gente che si massaggia la schiena, gente che non riesce a smettere di sudare. Nel mio piccolo, non si sa come, ho distrutto il tappetino che adesso perde palline di gomma blu e, quasi certamente, mi sono compromessa una rotula.
Ci alziamo più o meno zoppicando.
Tutti tranne uno. Un signore indiano 50enne che, piuttosto che completare il saluto al sole, si è steso sul tappetino e ha iniziato a dormire. Russando. Il pasionario della meditazione.

“Comunque a me questa non mi piace. Io rivoglio il baffone” dice la mia metà migliore che ancora gronda sudore ed è di uno strano colore lilla acceso. Posso dirgli che forse ha ragione, che la corsetta mi fa schifo e che mi fa male persino l’osso sacro a furia di piegarmi come uno star tac?
No, non posso. Anche perchè siamo arrivati a casa e in ogni caso domani non c’è lezione.

Lady B.


Il ventre dell’India

E’ un paese duro, contraddittorio. Faticoso.
E’ l’ombelico del mondo, il suo alfa e la sua omega. E’ un Paese in cui il fluire del tempo è denso, scandito da un ritmo diverso, quasi doloroso. Un ritmo interiore che non sempre si fonde con il vortice esterno in cui ti risucchia la giornata. E questa mancata combinazione dell’eFeatured imagesteriorità con le dinamiche interiori renderanno l’India un universo di cui non tutti vorranno essere parte.
Un turbinio di odori violenti, colori contundenti, suoni assordanti. Così diverso dal resto che sembrerà di vivere in una realtà parallela.
Eppure c’è una chiave per iniziare a capirla. E questa chiave è nella danza classica.
La danza classica indiana è un’esplosione di potenza, di grazia e di ritmo. E’ la definizione dell’India stessa.
E, dunque, se decideste di venire a visitare questo continente, l’unico consiglio che riesco a darvi è quello di assicurarvi la presenza ad almeno uno di questi spettacoli. Forti, contraddittori, amaramente dolci, sacri e al contempo profani. Lasciatevi ipnotizzare dalla bellezza della mimica facciale delle ballerine, dai loro movimenti e dai loro gesti dentro cui si nascondono simbologie millenarie. Lasciatevi stordire dal suono dei campanelli legati alle loro caviglie, con i quali scandiscono il tempo. Il tempo della danza che poi è il tempo della vita. Lasciatevi portare in un’altra dimensione, in cui non esistono margini ma solo delle vibrazioni che dal centro dell’essere si irradiano a 360 gradi infondendo una straordinaria energia.
Osservatele mentre, con il sorriso, battono con forza i piedi a terra facendo schioccare le palme contro il legno del palco. Fate vostro quel suono. Un suono doloroso ma al contempo gioioso. Rinascita e innalzamento dell’essere. Poi chiudete gli occhi e ascoltate. Diventate parte di uno spettacolo che è di molti ma che può assumere una dimensione molto intima.
Poi uscite all’aperto. In mezzo alla folla. Una folla colorata, disordinata, rumorosa. Uscite in queste strade con degli alberi dalle fronde talmente verdi da essere irreali e forse si, forse riuscirete a capire che cosa significa vivere in India.

Lady B.


Quella brutta storia del falegname

Circa tre settimane fa, IMG_0109ho chiamato un elettricista.

Di per sè non è che sia una grande notizia. Insomma, sto elettricista per qualche motivo insondabile, non si è mai presentato. Prima ha mandato il cugino, che però faceva l’idraulico, e poi un suo amico che si è  spacciato per elettricista ma che, in realtà, è un guardiano notturno. Avrei dovuto insospettirmi quando il guardiano notturno, tal Suresh, ha cercato di fare dei collegamenti elettrici avvalendosi dell’aiuto del mio  mocio. Ma, se c’è una cosa che ho deciso di fare, è il non pormi mai assolutamente alcuna domanda. Dunque, vuoi usare il mocio [umido peraltro] come palo elettrico? Non incontrerai la mia resistenza anche  perchè quando ho provato a obiettare che potesse essere pericoloso, mi è stato fatto intendere che tacere è una virtù alle volte.
Comunque il buon Suresh ha adempiuto al suo compito, ci siamo salutati molto amichevolmente e il giorno dopo è esplosa una lampadina in segno di festa.

 

Oggi ho alzato il tiro.
Mi sono imborghesita e ho chiamato il falegname.
C’erano alcuni lavoretti da fare e avevo bisogno assolutamente di un consulto.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto, riesco a mettermici in contatto. Con una certa dose di professionalità mi assicura che sarebbe arrivato nell’arco di mezz’ora. Altra cosa che ho imparato è che in India il tempo è una banale e inutile convenzione.
Per cui dopo sole quattro ore, bussano alla porta.
“Hello! Are you the carpenter?” che in italiano suona come “Ti prego, dimmi che sei il falegname…”
“No madame, I’m the electrician.”
Silenzio. Assordante.
“But I don’t need an electrician…I need a carpenter…”
Ne esce fuori un dialogo completamente privo di senso che, per comodità, traduco. Anche perchè l’elettricista parlava solo in hindi dunque ho avuto bisogno di diversi interpreti, tra cui un autista, una cuoca e il marito della cuoca.
“Lo so. Ma non sempre è possibile ottenere tutto. E oggi il falegname non lavora, mi ha detto di dirtelo”
“Ok. Ma non può venire domani? Non ho bisogno del tuo aiuto”
“C’è sempre bisogno di un elettricista…”
“Si ma io devo rimuovere una base di due metri da uno specchio di legno e fissare lo specchio al muro…”

Insomma, alla fine, mi ritrovo l’elettricista e il marito della cuoca davanti allo specchio.
“Senti” mi dice “vado a prendere il trapano. Tu prendi questa brugola e datti da fare”.
Quindi, senza nemmeno capire come, mi ritrovo a scavicchiare la base del mio specchio, coadiuvata dai preziosi suggerimenti del marito della cuoca e dell’elettricista. Visto che c’ero, ho fissato gli stop al muro, ho fatto i buchi e ho appeso lo specchio suscitando l’ammirazione dell’elettricista che, giustamente, mi ha chiesto di essere pagato perchè mi aveva prestato il trapano.
“Signora, se posso permettermi un commento” chiosa la cuoca “ha appeso lo specchio un po’ storto. Faccia più attenzione la prossima volta”. Mi scuso con lei per la mia imperdonabile sciatteria e vado in cucina a farmi un caffè.

In India tutti possono insegnarti qualcosa. Compreso un elettricista, che può farti capire che puoi fare tutto nella vita. Compreso diventare un falegname.

Lady B.