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La lattuga del vicino

Continuiamo ad avere problemi di vicinato. In realtà ogni tanto ho la sensazione che tutti coloro che soffrono di qualche squilibrio mentale decidano di mettersi d’accordo e di venire a vivere a meno di 50 metri da casa nostra.

Avevamo iniziato con i vicini australiani che ci odiavano e si rifiutavano di salutarci togliendoci peraltro da molti imbarazzi perchè nemmeno noi avevamo voglia di salutare loro.

Abbiamo proseguito con una che conosce tutto il quartiere e che io ho ribattezzato Preeti La Matta Singh. E il nome di mezzo la dice lunga sulle qualità di questa orrida vecchia.

Preeti La Matta vive esattamente accanto a noi e da quando ci siamo trasferiti, ovvero da due anni, sta facendo rumorosissimi lavori di ristrutturazione di casa. Casa che continua ad essere quasi completamente sgangherata dunque mi chiedo esattamente cosa stia facendo. Comunque, onde evitare che noi possiamo pensare che sia rinsavita, tutte le mattine un esercito di muratori, facchini, manovali e giardinieri fa ingresso nel suo vialetto e tutti contemporaneamente iniziano ad accendere diversi strumenti. Dalle seghe elettriche, alle pialle ai frullini. L’importante è che facciano molto rumore. E, cosa ancora più importante, è che tutto questo rumore aumenti esponenzialmente durante le mattine dei fine settimana quando, come noto, tutti dormono.
Il sentimento preponderante che nutro verso Preeti La Matta è l’odio. Anche perchè la donna per diversi decenni ha allevato piccioni nel suo terrazzo e ora, complice un ritrovato disprezzo verso i pennuti, li ha cacciati in malo modo spingendoli a traslocare nel mio. Che è diventato un enorme distesa di guano.

E tuttavia Preeti La Matta non è l’unica spina nel fianco.

Al piano terra, infatti, circa un anno fa ha messo piede un’altra famigliola di squinternati. Si sono fatti subito benvolere concimando il giardino sul retro con montagne di sterco di vacca allo scopo dichiarato di creare un orto. Hanno poi continuato quest’operazione di guerra denominata “Costruiamo rapporti di buon vicinato”, facendo fare una disinfestazione di proporzioni epiche ma non comunicandocelo. La sensazione di morte imminente di quando vai a fare pipì la mattina e trovi le blatte in fuga dal gabinetto è qualcosa che non si può descrivere. Ho passato sei mesi ad andare in bagno con una certa circospezione e mai sedendomi. Ed è subito Autogrill.

Ora questa famigliola si è sistemata e la cosa, lungi dal portare a una normalizzazione del quotidiano, per noi si è tradotta in un incubo.

“I vicini ci spiano…”
“Ma che vai dicendo. Andiamo in terrazzo a sistemare le piante”
“No. Io non ci voglio uscire in terrazzo. La vicina è appostata dietro una siepe e sta aspettando che usciamo per rifilarci la sua schifosissima rughetta.”

L’orto della vicina, complice la concimazione furiosa che ha fatto puzzare di stalla svizzera tutto il palazzo, è molto rigoglioso. Tuttavia siccome la signora litiga spesso con la sua maid, quest’ultima glielo innaffia con dei metodi forse molto organici ma anche molto poco ortodossi. Vabbè, ci fa la pipì sopra.

“Falla finita e esci fuori!” dico assertivamente.

E così il giardiniere del mio cuore, seppur recalcitrante, è uscito in terrazzo.
E mentre ci godevamo il tepore di febbraio, innaffiando le nostre piantine rinsecchite con uno spruzzino di plastica sentiamo una voce provenire dal basso

“EEEEEHHHI! VOLETE LA NOSTRA LATTUGA??”

Mi sento trafiggere da uno sguardo carico d’odio da parte di chi, almeno sulla carta, dovrebbe amarmi.
Decido di prendere in mano la situazione. E sorridendo, agito una mano in direzione della vicina

“No grazie! La lattuga ci fa schifo. E pure la rughetta. Ci fa schifo tutto, a noi. Anche noi facciamo schifo!”

Tra lo sbigottimento generale, rientriamo a casa in silenzio.

“Certo che sei proprio la regina della risposta pronta, eh.”

Non dico nulla ma per pranzo condisco una bella insalata.

Lady B.


Dai diamanti non nasce niente

“Senti, lo so che se ora te lo dico tu mi metti subito sul tuo blog e finisce che parliamo sempre dello stesso argomento però c’è uno strano odore qui.”

Questo l’esordio della mia metà migliore durante un bollente sabato di settembre indiano. Quando, per l’esattezza, eravamo intenti a deprimerci per via della fine delle ferie.

“Ma va. Sei sempre il solito esagerato. C’hai proprio le narici deboli”
Affermo con un piglio autoritario e, con lo stesso piglio, mi reco in terrazzo dove, peraltro, lo snasatore della mia vita aveva segnalato lo strano odore.

“Ecco vedi? Non si sente proprio nulla!” affermo ma già sono meno convinta perchè un refolo di vento mi porta sotto alle narici un aroma non proprio sconosciuto.

“Forse hai il naso chiuso perchè io sento uno strano odore…” ribatte la mia metà migliore.
“No, hai ragione. Hai presente quando a fine estate, in autostrada, a un certo punto si sente una forte puzza di cacca?”
“Eh. Tipo quando concimano i campi intorno a Roma. Che poi si sente un tanfo per tutto il raccordo e alla fine tu sei bloccato in macchina e vuoi solo morire”
“Eh.”

Rimaniamo in silenzio per un po’.
Perchè nel nostro terrazzo, a 8000 chilometri dal GRA, sentiamo puzza di Agro Pontino concimato?

Ci guardiamo e decidiamo di affacciarci dal terrazzo. Non sappiamo cosa aspettarci ma la vicina, quella del piano di sotto che noi per partito preso avevamo deciso di odiare, sta producendo degli strani rumori. Ai quali poi si accodano degli strani odori.

E da quel momento capiamo che il nostro istinto non sbaglia mai.

Ella, presa da un furore agricolo che mal si concilia con le esigenze cittadine, sta spargendo in un’aiuoletta insignificante una quantità di letame che potrebbe concimare l’intera Pianura Padana.
E, badate bene, non si tratta di normale letame. Si tratta di profumati ricordi di vacca che, per ragioni di sacralità credo, vengono poi ricoperti di fiori di tageti arancioni.

Qundi: 40 gradi, caldo soffocante, merda di vacca che ha iniziato a fare il suo lavoro di fermentazione proprio sotto la nostra camera da letto e boccioli di fiori che, approfittando del caldo, stanno diventando marcescenti.

Vorrei trovare una morale in tutto questo, vorrei anche che un certo spirito zen che avrei dovuto maturare in 3 anni di assidua frequentazione asiatica si facesse sentire quanto prima riportandomi ad una dimensione civile.

Purtroppo ho in mente un solo vocabolo che, con la convivenza pacifica tra condomini, c’entra poco. Rappresaglia.

Lady B.


Cagatori seriali

“Ti dico che è sullo zerbino! Proprio davanti al portone di casa!”
“Ma smettila dai.”
“Te lo giuro!”

Ore 9 del mattino.
Houston abbiamo un problema.

La mia metà migliore, fresco di doccia, va in ufficio. O meglio, scende la rampa di scale che lo porterà nel mondo esterno. E a un certo momento, si ferma.

E’ sbigottito.
C’è qualcosa che non dovrebbe esserci proprio sullo zerbino di casa.

Perdonerete la mia crudezza ma devo dire le cose come stanno.

C’era un enorme cagatone. Non del guano di uccellini, non una cacca di topo.
C’era proprio un cagatone.
E ora?
Chi può essere stato?

Egli non può crederci. In 3 anni di India più o meno abbiamo visto di tutto ma mezzo chilo di cacca davanti casa, per giunta su uno zerbino peloso, no.

“Vai a chiedere numi al guardiano” gli suggerisco.
Io non posso farlo poichè sono in pigiama e molto probabilmente, per quanto consapevole della odorosa presenza, la pesterei con le mie infradito di gomma.

“Sir. E’ stato il gatto.”
“Il gatto?”
“Si, il gatto.”
“Un gatto non può produrre cacca pari al doppio del suo peso” argomenta astuto lo Sherlock Holmes della mia vita.

“Sir. E’ stato il gatto”.

Oh beh, forse abbiamo uno yeti randagio in giardino e non lo sapevamo.

Ore 13.
La scoperta

Non ci sono gatti mannari e nemmeno yeti inferociti.
C’è il personale di servizio della nostra nuova vicina di casa il quale, non si sa bene perchè, è stato licenziato in tronco e ora, a titolo dimostrativo e pure un po’ a sfregio, ha deciso di punirla cagandole davanti la porta di casa.

Se noi non abbozziamo mai, loro ancora di meno.

Lady B.


Condizioni di reciprocità

Arrivo alla conclusione che, dopo un po’ che si arriva in India, si iniziano ad avere problemi con la gente. E a questa conclusione sono arrivata osservando il nostro vicino di casa.

Vorrei premettere che il vicino della mia vita e io siamo due persone mediamente socievoli, senz’altro educati e forse anche amabili sotto certi punti di vista. Comunque non siamo due accolli che se ti incontrano per strada ti attaccano un missile infinito su tutti i loro guai. Data l’accezione comune del concetto di “normalità”, credo siamo due persone normali. Ecco.

Il nostro vicino di casa ci odia. O quantomeno ci disprezza con britannica freddezza. Egli non è inglese ma australiano, comunque ha una puzza sotto il naso che manco la regina. Abbiamo tentato non dico di invitarlo a cena, ma semplicemente di chiedergli come gli andasse la vita. E l’unico suono che è risalito dalla sua trachea è stato uno strano grugnito.
Il che poi mi ha spinto a riflettere su tutte quelle storiacce di accoltellamenti durante le riunioni di condominio alle quali per fortuna noi non dobbiamo partecipare.
Ad ogni modo, il vicino ci odia. Ne prendiamo atto e decidiamo che possiamo comunque mantenere un atteggiamento civile. Tipo salutarsi se ci si incontra nel vialetto di casa o robe simili.

Una domenica, dopo aver pensato a lungo a cosa fare della nostra giornata, decidiamo di andare in pasticceria. Con molti sensi di colpa, sia ben chiaro.
Ordiniamo delle pastarelle trasudanti sugna e poi ci sediamo a sorseggiare un caffè che ricordava un infuso alla cicoria.

“Pssss!!”
“Che c’è?”
“Psssssssssss!”

Si ostina a sibilare, la mia metà migliore. E io, purtroppo, mi ostino a non capire,

“Parla! Non capisco che vuoi!”

Mi guarda con fare da carbonaro e riprende

“C’è Lui!”
“Chi?”
“Il Vicino…”
“Che facciamo? Lo salutiamo?”
“Ma che sei matta? Quello ci accoltella con un eclair al caramello”
“E’ da maleducati non salutare…”

E mentre discutevamo di nobili questioni riguardanti l’etichetta, succede qualcosa.

Il Vicino, accortosi della nostra presenza, pur di non alzare una timida mano in cenno di saluto, inizia un rocambolesco accartocciamento su se stesso. Una specie di contorsione dolorosa di tutti i muscoli del corpo con una roteazione di circa 190 gradi della testa.
Sembrava una specie di porcellino di Sant’Antonio, uno di quegli insetti che se li tocchi con la punta di un bastoncino si chiudono su se stessi e diventano delle palline durissime.

Siamo un po’ spaesati. Non diciamo nulla, ci alziamo e in punta di piedi, con le teste innaturalmente girate verso il fondo del locale (sia mai incrociamo lo sguardo) ci avviamo all’uscita.

Ci rimettiamo in macchina e torniamo a casa in silenzio ma, davanti casa, l’Imprevisto.
Sta rientrando anche lui. In macchina.

Parcheggiamo.
“Rimaniamo chiusi dentro fino a quando non è entrato.”
“Sei pazzo…”
“Sennò finisce a botte”

E niente, se un giorno vi dovesse capitare di venire in India e di vedere due scemi chiusi in macchina che spiano in direzione di una casa, non preoccupatevi. Non sono due voyeur. Siamo solo noi che aspettiamo che il Vicino si sia barricato in casa per poter entrare a nostra volta.

Lady B.
PS. Non avevamo nulla contro il Vicino ma, visto che non abbozziamo mai, adesso lo odiamo anche noi applicando così una condizione di reciprocità.