Dai diamanti non nasce niente

“Senti, lo so che se ora te lo dico tu mi metti subito sul tuo blog e finisce che parliamo sempre dello stesso argomento però c’è uno strano odore qui.”

Questo l’esordio della mia metà migliore durante un bollente sabato di settembre indiano. Quando, per l’esattezza, eravamo intenti a deprimerci per via della fine delle ferie.

“Ma va. Sei sempre il solito esagerato. C’hai proprio le narici deboli”
Affermo con un piglio autoritario e, con lo stesso piglio, mi reco in terrazzo dove, peraltro, lo snasatore della mia vita aveva segnalato lo strano odore.

“Ecco vedi? Non si sente proprio nulla!” affermo ma già sono meno convinta perchè un refolo di vento mi porta sotto alle narici un aroma non proprio sconosciuto.

“Forse hai il naso chiuso perchè io sento uno strano odore…” ribatte la mia metà migliore.
“No, hai ragione. Hai presente quando a fine estate, in autostrada, a un certo punto si sente una forte puzza di cacca?”
“Eh. Tipo quando concimano i campi intorno a Roma. Che poi si sente un tanfo per tutto il raccordo e alla fine tu sei bloccato in macchina e vuoi solo morire”
“Eh.”

Rimaniamo in silenzio per un po’.
Perchè nel nostro terrazzo, a 8000 chilometri dal GRA, sentiamo puzza di Agro Pontino concimato?

Ci guardiamo e decidiamo di affacciarci dal terrazzo. Non sappiamo cosa aspettarci ma la vicina, quella del piano di sotto che noi per partito preso avevamo deciso di odiare, sta producendo degli strani rumori. Ai quali poi si accodano degli strani odori.

E da quel momento capiamo che il nostro istinto non sbaglia mai.

Ella, presa da un furore agricolo che mal si concilia con le esigenze cittadine, sta spargendo in un’aiuoletta insignificante una quantità di letame che potrebbe concimare l’intera Pianura Padana.
E, badate bene, non si tratta di normale letame. Si tratta di profumati ricordi di vacca che, per ragioni di sacralità credo, vengono poi ricoperti di fiori di tageti arancioni.

Qundi: 40 gradi, caldo soffocante, merda di vacca che ha iniziato a fare il suo lavoro di fermentazione proprio sotto la nostra camera da letto e boccioli di fiori che, approfittando del caldo, stanno diventando marcescenti.

Vorrei trovare una morale in tutto questo, vorrei anche che un certo spirito zen che avrei dovuto maturare in 3 anni di assidua frequentazione asiatica si facesse sentire quanto prima riportandomi ad una dimensione civile.

Purtroppo ho in mente un solo vocabolo che, con la convivenza pacifica tra condomini, c’entra poco. Rappresaglia.

Lady B.


La crudeltà del bello. Due righe sul Giappone

La mia finestra a est ha allargato la sua visuale. Ha conosciuto un nuovo ampio orizzonte, la mia anima e il mio cervello se ne sono nutrite con insaziabile smania. Complice l’estate, complice questa forza che, con cieca protervia, spinge la mia metà migliore e me a esplorare orizzonti sempre diversi che ci costringano a un confronto con tutto ciò che a noi è “terzo”, abbiamo sconfinato in Giappone.

L’ho adorato, il Giappone. Ho adorato la sua compostezza, il suo essere isola e continente insieme; ho adorato le contraddizioni e gli eccessi. Ho adorato tutto quello che risultava immediatamente tangibile. I colori, i suoni, lo scorrere armonioso del tempo, la rassicurante precisione dei treni, la disarmonica irrequietezza di un popolo che vorrebbe essere se stesso ma è continuamente scosso dal dirompente flusso di vita che arriva dal resto del mondo.

Eppure, questo Giappone, questa forza tranquilla, mi ha lasciato in corpo dei sentimenti molto contrastanti. Come, del resto, me li hanno lasciati tutti i paesi asiatici che ho potuto vivere e sentire sotto la pelle.

Dell’Asia, in generale, ho imparato questo: bisogna farsi travolgere, senza opporre resistenza. E’ lei a condurre il gioco, è lei che si fa scoprire piano piano schiaffeggiandoti con forza e costringendoti a spostare lo sguardo verso un orizzonte più profondo.

C’è qualcosa, quando arrivi a Tokyo, che mette subito a disagio colui che, scevro da pregiudizi (i quali non aiuterebbero la formazione di un giudizio sano), si immerge completamente nella città. E nella sua gente.
E quindi, a Tokyo, mi sono lasciata avvolgere. E Tokyo, che è una bella donna avviluppata in un manto di cemento, mi ha sedotta. L’ho sentita fremere sotto i miei passi, ho sentito il fermento culturale di un popolo che nulla lascia al caso. E, come ogni bella donna, mi ha fatto sentire a disagio. Un disagio che è cresciuto quando da Tokyo sono passata a Kyoto, a Nara, a Kanazawa, sul Monte Koya in mezzo ai monaci e quando, alla fine, sono tornata da lei. A Tokyo.

Un disagio che non ho potuto identificare subito. Era inizialmente una sensazione, circondata da un milione di altre sensazioni, qualcosa che non potevo liberare dalle emozioni violente che questo paese mi stava regalando.

E quando, completamente assoggettata dalla bellezza di un giardino strutturato per consentire all’uomo di pensare meglio, ho capito cos’era questo disagio, ho provato un forte turbamento.

E’ crudele, il Giappone. E’ spietato. L’ho pensato più volte, l’ho detto ad alta voce per costringermi a fissare nella mia testa quanto vero fosse questo concetto.

Il bisogno di perfezione, indotto da una cultura rigida volta allo svilimento della persona in quanto individuo, piega con forza ogni estro e ogni guizzo di spontaneità.
E questo risulta in modo massiccio proprio da questi giardini, che tanto ho amato, in cui la forza della natura, con bende e bendaggi, viene piegata e assoggettata a un bisogno altro. Quello dell’uomo. E del suo predominio.
Risulta dalla cultura del cibo. Ogni piatto è curato nel dettaglio, minuziosamente. E’ una piccola opera d’arte che si traduce in un’esperienza sensoriale unica. Ma per raggiungere quell’unicità si è disposti ad infliggere, a tutto ciò che umano non è, delle torture indicibili.
Risulta dal martellante ordine che si impone alle persone. Persone che non devono far sfoggio delle proprie doti quanto, piuttosto, tenerle nascoste, assoggettarle e modellarle secondo le regole di una imperscrutabile ikebana morale.
L’aura mediocritas in chiave orientale.

L’ho amato il Giappone, l’ho sentito immediatamente scorrere nelle mie vene e pulsarmi dentro il cervello. E forse, pur costringendomi a delle riflessioni sulla difficoltà di capire e accettare qualcosa che mi è completamente estraneo per natura e formazione, ne ho amato anche la crudeltà. La crudeltà nascosta dentro la sua bellezza.


Cagatori seriali

“Ti dico che è sullo zerbino! Proprio davanti al portone di casa!”
“Ma smettila dai.”
“Te lo giuro!”

Ore 9 del mattino.
Houston abbiamo un problema.

La mia metà migliore, fresco di doccia, va in ufficio. O meglio, scende la rampa di scale che lo porterà nel mondo esterno. E a un certo momento, si ferma.

E’ sbigottito.
C’è qualcosa che non dovrebbe esserci proprio sullo zerbino di casa.

Perdonerete la mia crudezza ma devo dire le cose come stanno.

C’era un enorme cagatone. Non del guano di uccellini, non una cacca di topo.
C’era proprio un cagatone.
E ora?
Chi può essere stato?

Egli non può crederci. In 3 anni di India più o meno abbiamo visto di tutto ma mezzo chilo di cacca davanti casa, per giunta su uno zerbino peloso, no.

“Vai a chiedere numi al guardiano” gli suggerisco.
Io non posso farlo poichè sono in pigiama e molto probabilmente, per quanto consapevole della odorosa presenza, la pesterei con le mie infradito di gomma.

“Sir. E’ stato il gatto.”
“Il gatto?”
“Si, il gatto.”
“Un gatto non può produrre cacca pari al doppio del suo peso” argomenta astuto lo Sherlock Holmes della mia vita.

“Sir. E’ stato il gatto”.

Oh beh, forse abbiamo uno yeti randagio in giardino e non lo sapevamo.

Ore 13.
La scoperta

Non ci sono gatti mannari e nemmeno yeti inferociti.
C’è il personale di servizio della nostra nuova vicina di casa il quale, non si sa bene perchè, è stato licenziato in tronco e ora, a titolo dimostrativo e pure un po’ a sfregio, ha deciso di punirla cagandole davanti la porta di casa.

Se noi non abbozziamo mai, loro ancora di meno.

Lady B.


Ghazipur senz’acca

“Ma perchè lo fai?”

No, non è Masini e nessuno mi sta chiedendo se mi drogo. E’ la mia metà migliore che, mentre si fa il nodo alla cravatta, vuole sapere perchè, con 50 gradi e il 90% di umidità, io abbia deciso di andare al confine con l’Uttar Pradesh.

“Perchè mi hanno detto che c’è il mercato dei fiori più grande dell’India, in un posto che si chiama Ghazipur. E’ solo a una mezz’ora di macchina da qui!”

“Lo sai che non sarà mai mezz’ora di macchina ma almeno 3 ore. Tu devi avere qualcosa nel cervello che funziona solo per metà”

Sentenzia, ma tanto io ho già deciso. Lo mollerò in ufficio e con Satish, l’autista, andrò a cercare questo posto e già so che sarà un posto meraviglioso perchè tutto ciò che ha a che vedere coi fiori non può che essere bello.

Attuata la prima parte del programma, ovvero scaricare davanti all’ufficio la mia metà migliore tutta inamidata e profumata, mi lego in testa il foulard a mo’ di turbante e do’ a Satish tutte le indicazioni.

Mi guarda un po’ di sbieco e mette in moto.

Non c’è molto traffico, a parte un cammello che si è seduto nel bel mezzo di un incrocio e sta creando qualche dubbio sulle precedenze, e in poco meno di 45 minuti siamo quasi lì.

“Satish, lo conosci questo posto?”
“Certo Madame, è il mercato che rifornisce tutti i ristoranti della città”

Ristoranti? Ma non si vendevano fiori? Mi chiedo. E vorrei chiederlo pure a lui, se non fosse che mi prende in contropiede.

“Madame, ma ti sei portata la mascherina anti puzza?”
“No… Perchè?”

Non dice nulla ma, muovendo il braccio di 180 gradi, mi indica un’enorme montagnona nera dalla quale, in alcuni punti, esce del fumo denso.

“Ma che è sta roba? La casa di Sauron?”
“Chi è questo Mister Sauron? Spero non viva lì davvero…”

Memo per me. Satish non ha senso dell’umorismo.

“Lascia perdere Satish…cos’è sta roba?”
“E’ la discarica più grande dell’Uttar Pradesh Madame!”

E mentre lo dice, passiamo sotto quest’enorme e altissimo Appennino fatto di monnezza. Che, peraltro, ha un odore nauseabondo perchè, già l’immondizia non è nota per odorare di fiorellini di campo, ci sono 50 gradi ed è la festa della fermentazione e del vibrione.

Inizio a imprecare.
Penso a De Andrè, al suo letame che faceva nascere i fiori…mi pare che la cosa non si applichi a questo caso.

Parcheggiamo e scendiamo.

“Madame. Tu mi fai sempre andare in posti schifosi.”
“Satish…ma i fiori?? Dove stanno i fiori?”
“Madame, qui non ci sono fiori. Solo cipolle, aglio, patate e polli”

Non capisco.

“Ma scusa…non siamo a Ghazipur, il posto con il mercato dei fiori?”
“No Madame. Noi siamo a Gazipur, senz’acca. A Ghazipur con l’acca ci stanno i fiori, a Gazipur senza’acca ci sta la discarica e il mercato dei polli e delle cipolle.”
“E perchè siamo venuti a Gazipur senz’acca?”
“Perchè Ghazipur con l’acca sta a 400 km da qui. Vicino Lucknow. Forse, con tutto il rispetto madame, non hai dato la giusta importanza alle H.”

E mentre, sotto il sole cocente delle 11,30, rifletto sull’importanza delle lettere mute, un’enorme mucca pezzata di marrone mi lascia davanti ai piedi un profumato ricordo.

“Ma perchè l’ho fatto?”

Lady B.


Ogni scarrafone…

Ci sono quelle giornate in cui sei costretta a fare i conti con la realtà e a rivedere le tue posizioni.

Voglio dire, possiamo sbagliare tutti e non sempre la lungimiranza è cosa di questo mondo.

E non è colpa di nessuno, sicuramente non tua.

Parlo di quelle giornate che iniziano con te che, ancora assonnata e praticamente senza occhiali (quindi cieca), vai in bagno e nel lavabo vedi qualcosa che si muove. Che tenerezza. Sembrerebbe un piccolo gattino, solo senza peli. Allora con uno sforzo sovraumano metti a fuoco e ti rendi conto che gattino un cazzo. Quello è un enorme scarafaggio che muove festoso le antenne che sono più lunghe di tutte le vibrisse di tutti i gatti del circondario messi insieme.
Tra le varie opzioni, visto che sei sola a casa, scegli quella di “scaricargli addosso un’intera bomboletta di DDT altamente tossico, chiudere la porta, urlare e fuggire via lontanissimo. Almeno in cucina”.
In cucina, ovvero quello che ritieni essere un luogo sicuro, provi a metterti su un caffè. Si, provi. Perchè tutta la famiglia di quella bestia orrenda, che probabilmente ora è un cadavere, sta uscendo dal lavandino della cucina e, no, questo non è affatto giusto perchè sono appena le 9 del mattino e tu hai già incontrato tutti gli scarafaggi che è ammesso vedere nel corso di una vita intera.
Prendi un’altra bomboletta e replichi le attività svolte in bagno. Poi te ne vai in terrazzo, in preda a una crisi isterica.

La giornata è ancora lunga ma il terrazzo è un posto tranquillo. C’è una bella luce, il verde delle piante è lussureggiante, complice il monsone. Chiudi gli occhi e inspiri a pieni polmoni l’aria del mattino che magari non sarà fresca come quella di montagna, ma ancora non è a 50 gradi. E mentre stai lì, in pace con tutti e tutto, all’improvviso “VROOOOOOOOOO!!! VROOOOOOOOOOOOOOOOOO!” All’improvviso un esercito di pialle, trapani e martelli.
“VROOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!” polvere di legno ovunque.
Ti spenzoli fuori, giusto per capire chi stia tentando di demolire la casa dalle fondamenta ma, a parte una nube di polvere e calcinacci, l’unico indizio è appunto “VROOOOOOOOO!”

Scendi di corsa le scale e trovi un esercito di indianini scalzi e manco troppo vestiti che, tuttavia, sono armati di trapani e un paio anche di piccone. Apparentemente stanno facendo qualcosa nel garage di fianco al tuo. Secondo il tuo modesto avviso lo stanno prendendo a roncolate ma decidi di indagare e chiedi al portiere, che qui si chiama “guardiano” e che non è nè un portiere nè un guardiano. E’ uno che dorme e che ogni tanto ti apre il portone.

“Oh madame, stanno costruendo un ufficio”
“Eh? Nel garage che sta nel cortile di casa?”
“Si madame. La tua nuova vicina ha deciso di costruire un ufficio in garage”
“E’ legale?”
“Non lo so.”
Silenzio
“Ah madame. Hai avuto problemi con gli scarafaggi?”
“Si. Si cazzo si! Perchè?”
“Perchè la vicina ha fatto la disinfestazione e ora stanno risalendo tutte le tubature. Sono grossi eh?”

Non ho tempo di rispondere. Torno a casa e mando un messaggio alla mia metà migliore.
“I nuovi vicini. Sono più infami dei vecchi!”
“Non rosicare subito. Aspetta. Non fare niente, per favore.”
“Ok.”

Comunque, ad ogni buon conto e per i futuri seguiti, sto maturando l’idea di conservare la lettiera sporca dei gatti. Perchè nella mia testa, si sta già formando uno scenario apocalittico in cui noi, dal primo piano, lanciamo bombe chimiche a base di cacca di gatto in testa ai vicini che replicano tirandoci scarrafoni.

Sempre perchè noi non abbozziamo mai.

Lady B.


Due anni e due valigie

Due anni fa, esattamente due anni fa, festeggiavamo l’arrivo in India di due enormi valigie piene di roba. Principalmente  di scarpe. Ma anche di vestiti, di libri, di collane, di bigliettini, di regali. E di sogni. Moltissimi sogni. Il resto di quel carico, ovvero io, sarebbe arrivato solo qualche mese più tardi ma era importante festeggiare quelle due valigie. Così come è importante festeggiare l’inizio di qualunque cosa. L’inizio di un nuovo lavoro, di una nuova avventura, di una vacanza.

C’entra qualcosa con “il cominciare le cose con il piede giusto” e con il lasciarsi dietro le paure che ogni novità comporta perchè il cambiamento è sempre difficile e quasi sempre, almeno in parte, doloroso. Ma non esiste una cosa bella che all’inizio non sia difficile ed è veramente importante lo spirito con cui si affronta tutto quello che è al di fuori del nostro controllo.

Due anni fa, esattamente due anni fa, ancora non lo sapevo ma, festeggiando l’arrivo di due valigie, abbiamo dato inizio a una vita a due. Due anime diverse che sono rimaste tali ma che piano piano sono diventate complementari, che hanno imparato a capire l’una i ritmi dell’altra e a marciare di pari passo. Che hanno scelto di amarsi giorno per giorno anche quando sarebbe stato più facile mandarsi al diavolo. Perchè se c’è qualcosa che veramente richiede pazienza, coraggio, dedizione è la scelta quotidiana di stare l’uno accanto all’altra. Di tendersi la mano anche quando vorresti usare una forchetta incandescente per ribadire le proprie ragioni. Di amarsi, non solo di innamorarsi.

E allora, ieri come oggi, mi dico che se c’è qualcosa di cui veramente è valsa la pena, è stata aprire quelle due valigie e rendersi conto che dentro c’erano tutti gli elementi per costruire il futuro più bello. Quello che desideravo e che, a distanza di due anni, festeggio tutti i giorni svegliandomi con il sorriso accanto a chi, con il mio stesso entusiasmo, ha tirato fuori tutti i sogni e li ha lasciati volare disordinati per casa.

 

Lady B.

 


Never abbozzing people. Il ritorno.

man-75218_1280“Oh. Se ne sono andati!”
“Ma chi?”
“I Vicini!!”

Passo indietro. Come più volte detto, noi avevamo un problemino irrilevante con Il Vicino. Ci odiava. E per sottolinearlo meglio, quando si è trasferito non solo non ci ha detto nulla ma non ci ha manco salutato.

E noi siamo stati molto tristi per tutto ciò ma, dando prova di grande senso civico, abbiamo avuto una reazione molto equilibrata. Matura, oserei dire.

“EVVIVA! STAPPIAMO UNA BOTTIGLIA DI VINO!”

Per giorni, abbiamo gongolato nel tornare a casa e nel prendere atto dell’assoluta assenza di vita umana al piano di sotto. Non eravamo più costretti a rimanere chiusi in macchina in attesa che Lui si barricasse dentro casa per evitare accuratamente anche solo il contatto visivo con noi.

E’ stato un bel momento. E come tutti i bei momenti è durato poco.

“Madame, vi è arrivata una lettera…”

La apro.

“Salve siamo i nuovi inquilini del piano di sotto e blablablabla. Volevamo chiedere scusa in anticipo per la confusione che potremmo fare nei giorni immediatamente successivi al trasloco e blablablabla. Speriamo di incontrarvi presto e blablablabla”

Cavolo.
Una lettera cordiale.

Possibile che, dopo 3 anni di vicini completamente matti (come quello che ha dipinto il muro di casa di un bel color nero su cui poi ha inciso strane frasi di lode alla vita), prepotenti (come quello che un bel mattino ha deciso di installare un cesso, si un cesso, nel NOSTRO terrazzo) o che ci odiavano (come questo che, se ci vedeva passare, poi andava a farsi fare un esorcismo dal Padre Amorth indiano), possibile che ora questi siano delle persone normali?

Lo chiedo al vicino della mia vita.

“E ora?”
“E ora niente. Aspettiamo. Ma tu ricorda: noi non abbozziamo. Mai.

Con queste premesse dense di serenità e con una rinnovata fiducia nella categoria del “Vicinato”, ci apprestiamo ad accogliere questa nuova famigliola.

Tenendo in bella mostra una leppa sarda.

Never abbozzing people.

Lady B.