La coppia che scoppia

Ogni tanto, specie sotto Natale, mi prende la malinconia dell’Italia.
Del caos degli acquisti fatti all’ultimo minuto, del profumo che viene dalla cucina di mamma e di tutto quel viavai di fratelli e nipotini. Quando si vive dall’altra parte del mondo, si mette in conto tutto questo.
Oltre alla malinconia vengo assalita da una disperazione nera quando mi rendo conto che, sul mio tavolo, il giorno di Natale mancheranno delle cose fondamentali. La corallina, i tortellini, il filetto in crosta, i torroni e il panettone. In pratica, una tragedia.

Quest’anno scopro che la mia panetteria di riferimento, per ragioni che ancora non mi sono chiare, una settimana prima della vigilia avrebbe messo in vendita il panettone artigianale. Sorvolo sul come sia possibile che in India venga prodotto il panettone perchè in India è possibile tutto, mentre devo precisare che il giorno successivo a questa scoperta ero in coda per comprarlo ed ero disposta a tutto per averlo.

Premetto, per amore di verità, che a pranzo dai miei il giorno di Natale l’unico motivo per cui mangiavo il panettone era che potevo togliere i canditi e spararli con una cerbottana casalinga in testa ai miei fratelli. Per il resto, il panettone mi lasciava nell’indifferenza totale. Forse perchè nel frattempo mi ero ingozzata come un’oca da fois gras.

Qui a Delhi invece voglio assolutamente che sia il re della tavola anche perchè il meglio che posso trovare al mercato locale è il pollo. E pure se uno si impegna a dargli dignità, il pollo è veramente la morte della cucina.

Dunque, in coda dal panettiere.

Le code a Delhi hanno questa caratteristica: non sono file ma mucchi di gente che si spintona e sono infinite. Si potrebbe passare una vita in coda perchè tutti cercano di passarti avanti e tu, che magari non conosci a memoria codice non scritto della sopravvivenza in India, ti fai fregare.
Io ormai sono rodata. Pesto piedi, dò gomitate, ogni tanto lancio con finta indifferenza la mia borsa sempre piuttosto pesante in direzione di sterni di altri clienti.
Stavolta però qualcosa si è inceppato. Nonostante tutti facciano il consueto casino, nessuno viene servito. Con un sapiente gioco di dita infilate nelle costole di due o tre signore, riesco a fare capolino nei pressi del bancone. E noto che non c’è il solito commesso a servire ma ci sono due ragazzi dall’aria non troppo sveglia. Si chiamano Montu e Abishek e, apparentemente, sono nel panico più totale.

Quando arriva il mio turno chiedo, scandendo bene le parole, un panettone e una baguette.

“Un cornetto e un caffè?” mi risponde Montu
“No. U N P A N E T T O N E E U N A B A G U E T T E”
“Non ho capito”

Oh cazzo.

Indico il panettone e poi indico la baguette.

“Ah.” dice
Sorrido e cerco i soldi nel borsello.
Poi noto che Abishek si è avvicinato a Montu e, insieme, stanno pigiando in modo assolutamente casuale i tasti di una vecchissima calcolatrice nel tentativo di farmi il conto. E visto che Abishek è prepotente, Montu per liberarsene gli sta dando delle sonore schicchere sulle nocche della mano.
Non finiremo mai. La folla dietro di me ruggisce.
Pago un totale di cui non sono affatto sicura e aspetto che mi consegnino la busta con le mie cose.

Aspetto. Aspetto. Aspetto. Aspetto.

“Ahò ma la roba mia?”
“Che roba?”
“Il panettone e la baguette! Li ho appena pagati!”

Si guardano con occhi vuoti poi uno dei due ha un guizzo di vita e mi consegna la mia busta.
Torno soddisfattissima a a casa.
Salvo poi scoprire che nella busta c’erano quattro baguette, un macaron (uno) e una tortina alle mele.

Abishek e Montu. Meglio noti come la coppia che scoppia.

Lady B.

 


La coerenza.

Ho iniziato il nuovo anno facendo una lista di buoni propositi che, puntualmente, sono gli stessi dal 1990.

Non importa. Quello che veramente conta è lo spirito con cui si fanno le cose: è dal 1990 che mi riprometto di confessare a mia sorella che le caramelle dentro la sua calza della Befana del 1989 gliel’ho mangiate io. Tutte.
Poi, tra una faccenda e un’altra mi è sempre passato di mente.

Quest’anno ho introdotto un nuovo piccolo proposito. La coerenza.
Ci vuole un sacco di coerenza per affrontare la vita a testa alta.
Il problema è che questo concetto l’ho introdotto per affiancarlo alla questione della palestra e della mia personalissima guerra contro la cellulite.

Guardandomi allo specchio in data 1 gennaio 2017, ho constatato con amarezza che sembro un Botero. E da quel momento mi sono imposta di fare almeno un’ora al giorno di esercizi massacranti che hanno dei nomi che ricordano delle torture medioevali. “Double thight slap burpees” o “Curtsy Lunges”, tanto per citare quelli che veramente odio di più e che credo debbano essere proibiti.
Comunque ogni mattina prendo il mio tappetino e faccio tutto quello che il programma fitness prevede. Dicendo parolacce, maledicendo chiunque e con le lacrime agli occhi.

“Mamma, scusa, oggi non possiamo parlare molto al telefono perchè devo fare gli esercizi per tonificare il sedere…”
“Tu non hai mai fatto nessun esercizio…”
“Eh, Ho iniziato dieci giorni fa.”
“Ok, va bene”
“Senti mamma, ti ricordi che ti avevo chiesto di spedirmi quelle fialette drenanti che mi servono per sgonfiarmi un po’?”
“Si, perchè?”
“Perchè pensavo che è proprio inutile fare un pacco mettendoci solo quelle. Spendi troppo di spedizione.”
“E quindi?”
“Ci aggiungeresti tre etti e mezzo di mortadella?”

La coerenza. Un concetto sopravvalutato che, in fondo, non sempre fa vivere felici.

Lady B.


Il mercato degli autolavaggi

“Madame, la tua macchina fa schifo”

L’esordio non proprio promettente è di Satish il quale, salvo periodi più o meno lunghi di ferie autoassegnate, è il principale utilizzatore della stessa.

E in effetti non posso che essere d’accordo perchè, in tre anni, la macchina è andata solo una volta all’autolavaggio dunque oltre al classico fango, è presente una dose consistente di zozzeria atavica.

“Hai ragione Satish. Come facciamo?”
“Eh Madame, dobbiamo andare a fare il servicing.”
“E che significa?”
“Che ti metti l’anima in pace e andiamo tutto il giorno nel mercato dei meccanici e degli autolavaggi così facciamo cambiare anche l’olio e il filtro dell’aria.”
“Ma scusa non si può andare alla concessionaria?”
“Madame, non capisci proprio niente. I concessionari ti fregano. Meglio il mercato.”

Non sono molto convinta. Gli affaroni che mi fa fare Satish, di solito, comportano un inutile dispendio di energie e, alle volte, mi fanno rischiare la pelle.
Ma tant’è. La macchina fa schifo e sono un paio di giorni che sento anche un’insistente puzza di aglio.

Alle 10.30 del mattino, siamo dal meccanico. Che poi non è esattamente un meccanico. E’ uno che ha una postazione allestita in mezzo alla strada e l’attrezzo più all’avanguardia che vedo è un cric i cui pezzi sono tenuti insieme da una chiave del dieci. Peraltro ci sta solo la postazione perchè di lui non vi è traccia.

“Il meccanico arriva fra 40 minuti. È andato a fare colazione. Andiamo a comprare l’olio.”
“Non ce lo dà il meccanico?”
“Madame, non parlare di cose che non sai per favore.”

Boh.
Andiamo dal venditore dell’olio che ha un banchetto pieno di taniche.
“Che olio vuoi?”
“Quello che non mi fa saltare per aria…”
“Madame, d’ora in poi parlo io eh…”

Tra una cosa e l’altra, in due ore riusciamo a far cambiare i filtri. Io mi sento soddisfatta come se avessi scritto un trattato di fisica nucleare e, peraltro, sono coperta di olio motore perchè il meccanico non voleva fare tutto da solo.

“Madame, ora andiamo al mercato dell’autolavaggio.”
Vorrei chiedergli che minchia significa ma ormai ho imparato a stare in silenzio, dunque faccio un segno di assenso.

Il mercato degli autolavaggi è praticamente uno stradone pieno di benzinai. Alcuni però non hanno la pompa di benzina ma solo un esercito di dipendenti addetti, per l’appunto, al lavaggio macchine.
Con criteri a me assolutamente sconosciuti, selezioniamo “il miglior autolavaggio di Delhi”.
Satish parlotta un po’ con il proprietario e per una cifra che ancora non ho capito quale sia, mi vengono messi a disposizione 5 dipendenti.
Cinque dipendenti per lavare una macchina. Mi sembrano troppi.

“Madame, per favore eh…”
“Ok, sto zitta”

Mi metto in un angolo e osservo. E quello che vedo mi lascia un po’ interdetta.
Un dipendente scuote la testa.
“La tappezzeria è troppo sporca.” sentenzia sconsolato.
Quindi va a prendere lo strumento per eccellenza: uno spazzolino da denti che forse risale ai tempi dell’indipendenza, impregnato con Dio solo sa cosa, con il quale inizia a sfregare i sedili della macchina.

“Satish…ma quanto ci vorrà??”
“Eh Madame. A occhio e croce due giorni”
“Cosa??”
“Eh si Madame. Ora lavano tutti i sedili con lo spazzolino, poi bisogna farli asciugare al sole. Siccome è inverno ci vuole più tempo perchè il sole tramonta prima. Dunque la macchina sarà pronta fra due giorni”
“Ma io come ci torno a casa?? Non so nemmeno dove siamo!”
“Eh Madame, la vita può essere dura a volte”.

Non so come spiegare alla mia metà migliore che, nonostante per due giorni si muoverà esclusivamente con il taxi, dovrà essere in grado di amarmi lo stesso anche così, piena di grasso sulle scarpe e sulla fronte.

E mentre mi sbraccio nel tentativo di fermare un tuk tuk per tornare a casa, un omino dell’autolavaggio mi fa notare che nella rientranza della ruota di scorta riposavano serene due teste d’aglio, messe di nascosto da Satish per allontanare il malocchio. E forse pure i passeggeri.

Lady B.


Cipolle, cipolle come se piovesse.

Qualche tempo fa sono andata con Satish a fare la spesa.
Nel senso che mi ha portato in un posto che “Madame, questo è proprio il posto meglio per fare la spesa in tutta Delhi”

Al che, visto che nel meglio posto di Delhi da sola non ci sarei mai riuscita ad arrivare, lui si è offerto di accompagnarmi.

“Madame, te ti fai la spesa tua, io mi faccio la mia”.

Ok, andiamo.

Vorrei solo dire che per arrivare al meglio posto di Delhi, abbiamo superato due discariche e un paio di templi pieni di mucche.

“Satish, perchè ci sono le mucche nel tempio?”
“Madame, che domande. Le mucche stanno nel tempio perchè quello è il posto loro. In Italia non ci sono mucche nei templi?”
“Mh. No. Boh. Non lo so. Non è che a Roma si vedano molte mucche in giro”
“Oh.”

Rimaniamo un po’ in silenzio.

“Madame, il mercato è pieno di mucche. Però è anche pieno di cose che si vendono al mercato.”
“Tipo?”
“Tipo le motoseghe”
“Io pensavo di comprare delle mele…”
“Trovi anche quelle. Però anche le motoseghe”

Ogni tanto credo che queste conversazioni si svolgano in un universo parallelo.

Arriviamo finalmente in questo mercato.
Satish ha il pieno controllo della situazione e si destreggia tra fango, buche, venditori di pialle arrugginite e banchi di frutta.
Io sembro uscita da Malagrotta che, per chi non lo sapesse, è la meglio discarica di Roma.
Completamente coperta di melma, mi avvicino a un banco che vende aglio e cipolla. Solo aglio e cipolla.

“Una testa d’aglio e tre cipolle”
“Tre chili?”
“No, tre pezzi”
“Sicura?”

Mi inizio a innervosire e, per fortuna, interviene Satish

“Si si, dalle solo tre cipolle, poverina.”

Ahò poverina a chi?

“Madame, ma che ci fai con tre cipolle?”
“Ci mangio per una settimana…”
“Madame, scusa se te lo dico, ma povero Sir. Tu devi cucinare veramente male…”
“In che senso?”
“Nel senso che mia moglie con tre cipolle ci condisce solo lo yogurt. Vedi? Io ne ho comprati sei chili.”

Rimango sulle mie posizioni: ne voglio solo tre. Sei chili di cipolle mi sembrano comunque troppe.

“Madame, ti dò un consiglio. Se vuoi che Sir ti sposi, vai giù di cipolla.”

“Dieci chili, prego!”

Lady B.


Dai diamanti non nasce niente

“Senti, lo so che se ora te lo dico tu mi metti subito sul tuo blog e finisce che parliamo sempre dello stesso argomento però c’è uno strano odore qui.”

Questo l’esordio della mia metà migliore durante un bollente sabato di settembre indiano. Quando, per l’esattezza, eravamo intenti a deprimerci per via della fine delle ferie.

“Ma va. Sei sempre il solito esagerato. C’hai proprio le narici deboli”
Affermo con un piglio autoritario e, con lo stesso piglio, mi reco in terrazzo dove, peraltro, lo snasatore della mia vita aveva segnalato lo strano odore.

“Ecco vedi? Non si sente proprio nulla!” affermo ma già sono meno convinta perchè un refolo di vento mi porta sotto alle narici un aroma non proprio sconosciuto.

“Forse hai il naso chiuso perchè io sento uno strano odore…” ribatte la mia metà migliore.
“No, hai ragione. Hai presente quando a fine estate, in autostrada, a un certo punto si sente una forte puzza di cacca?”
“Eh. Tipo quando concimano i campi intorno a Roma. Che poi si sente un tanfo per tutto il raccordo e alla fine tu sei bloccato in macchina e vuoi solo morire”
“Eh.”

Rimaniamo in silenzio per un po’.
Perchè nel nostro terrazzo, a 8000 chilometri dal GRA, sentiamo puzza di Agro Pontino concimato?

Ci guardiamo e decidiamo di affacciarci dal terrazzo. Non sappiamo cosa aspettarci ma la vicina, quella del piano di sotto che noi per partito preso avevamo deciso di odiare, sta producendo degli strani rumori. Ai quali poi si accodano degli strani odori.

E da quel momento capiamo che il nostro istinto non sbaglia mai.

Ella, presa da un furore agricolo che mal si concilia con le esigenze cittadine, sta spargendo in un’aiuoletta insignificante una quantità di letame che potrebbe concimare l’intera Pianura Padana.
E, badate bene, non si tratta di normale letame. Si tratta di profumati ricordi di vacca che, per ragioni di sacralità credo, vengono poi ricoperti di fiori di tageti arancioni.

Qundi: 40 gradi, caldo soffocante, merda di vacca che ha iniziato a fare il suo lavoro di fermentazione proprio sotto la nostra camera da letto e boccioli di fiori che, approfittando del caldo, stanno diventando marcescenti.

Vorrei trovare una morale in tutto questo, vorrei anche che un certo spirito zen che avrei dovuto maturare in 3 anni di assidua frequentazione asiatica si facesse sentire quanto prima riportandomi ad una dimensione civile.

Purtroppo ho in mente un solo vocabolo che, con la convivenza pacifica tra condomini, c’entra poco. Rappresaglia.

Lady B.


La crudeltà del bello. Due righe sul Giappone

La mia finestra a est ha allargato la sua visuale. Ha conosciuto un nuovo ampio orizzonte, la mia anima e il mio cervello se ne sono nutrite con insaziabile smania. Complice l’estate, complice questa forza che, con cieca protervia, spinge la mia metà migliore e me a esplorare orizzonti sempre diversi che ci costringano a un confronto con tutto ciò che a noi è “terzo”, abbiamo sconfinato in Giappone.

L’ho adorato, il Giappone. Ho adorato la sua compostezza, il suo essere isola e continente insieme; ho adorato le contraddizioni e gli eccessi. Ho adorato tutto quello che risultava immediatamente tangibile. I colori, i suoni, lo scorrere armonioso del tempo, la rassicurante precisione dei treni, la disarmonica irrequietezza di un popolo che vorrebbe essere se stesso ma è continuamente scosso dal dirompente flusso di vita che arriva dal resto del mondo.

Eppure, questo Giappone, questa forza tranquilla, mi ha lasciato in corpo dei sentimenti molto contrastanti. Come, del resto, me li hanno lasciati tutti i paesi asiatici che ho potuto vivere e sentire sotto la pelle.

Dell’Asia, in generale, ho imparato questo: bisogna farsi travolgere, senza opporre resistenza. E’ lei a condurre il gioco, è lei che si fa scoprire piano piano schiaffeggiandoti con forza e costringendoti a spostare lo sguardo verso un orizzonte più profondo.

C’è qualcosa, quando arrivi a Tokyo, che mette subito a disagio colui che, scevro da pregiudizi (i quali non aiuterebbero la formazione di un giudizio sano), si immerge completamente nella città. E nella sua gente.
E quindi, a Tokyo, mi sono lasciata avvolgere. E Tokyo, che è una bella donna avviluppata in un manto di cemento, mi ha sedotta. L’ho sentita fremere sotto i miei passi, ho sentito il fermento culturale di un popolo che nulla lascia al caso. E, come ogni bella donna, mi ha fatto sentire a disagio. Un disagio che è cresciuto quando da Tokyo sono passata a Kyoto, a Nara, a Kanazawa, sul Monte Koya in mezzo ai monaci e quando, alla fine, sono tornata da lei. A Tokyo.

Un disagio che non ho potuto identificare subito. Era inizialmente una sensazione, circondata da un milione di altre sensazioni, qualcosa che non potevo liberare dalle emozioni violente che questo paese mi stava regalando.

E quando, completamente assoggettata dalla bellezza di un giardino strutturato per consentire all’uomo di pensare meglio, ho capito cos’era questo disagio, ho provato un forte turbamento.

E’ crudele, il Giappone. E’ spietato. L’ho pensato più volte, l’ho detto ad alta voce per costringermi a fissare nella mia testa quanto vero fosse questo concetto.

Il bisogno di perfezione, indotto da una cultura rigida volta allo svilimento della persona in quanto individuo, piega con forza ogni estro e ogni guizzo di spontaneità.
E questo risulta in modo massiccio proprio da questi giardini, che tanto ho amato, in cui la forza della natura, con bende e bendaggi, viene piegata e assoggettata a un bisogno altro. Quello dell’uomo. E del suo predominio.
Risulta dalla cultura del cibo. Ogni piatto è curato nel dettaglio, minuziosamente. E’ una piccola opera d’arte che si traduce in un’esperienza sensoriale unica. Ma per raggiungere quell’unicità si è disposti ad infliggere, a tutto ciò che umano non è, delle torture indicibili.
Risulta dal martellante ordine che si impone alle persone. Persone che non devono far sfoggio delle proprie doti quanto, piuttosto, tenerle nascoste, assoggettarle e modellarle secondo le regole di una imperscrutabile ikebana morale.
L’aura mediocritas in chiave orientale.

L’ho amato il Giappone, l’ho sentito immediatamente scorrere nelle mie vene e pulsarmi dentro il cervello. E forse, pur costringendomi a delle riflessioni sulla difficoltà di capire e accettare qualcosa che mi è completamente estraneo per natura e formazione, ne ho amato anche la crudeltà. La crudeltà nascosta dentro la sua bellezza.


Cagatori seriali

“Ti dico che è sullo zerbino! Proprio davanti al portone di casa!”
“Ma smettila dai.”
“Te lo giuro!”

Ore 9 del mattino.
Houston abbiamo un problema.

La mia metà migliore, fresco di doccia, va in ufficio. O meglio, scende la rampa di scale che lo porterà nel mondo esterno. E a un certo momento, si ferma.

E’ sbigottito.
C’è qualcosa che non dovrebbe esserci proprio sullo zerbino di casa.

Perdonerete la mia crudezza ma devo dire le cose come stanno.

C’era un enorme cagatone. Non del guano di uccellini, non una cacca di topo.
C’era proprio un cagatone.
E ora?
Chi può essere stato?

Egli non può crederci. In 3 anni di India più o meno abbiamo visto di tutto ma mezzo chilo di cacca davanti casa, per giunta su uno zerbino peloso, no.

“Vai a chiedere numi al guardiano” gli suggerisco.
Io non posso farlo poichè sono in pigiama e molto probabilmente, per quanto consapevole della odorosa presenza, la pesterei con le mie infradito di gomma.

“Sir. E’ stato il gatto.”
“Il gatto?”
“Si, il gatto.”
“Un gatto non può produrre cacca pari al doppio del suo peso” argomenta astuto lo Sherlock Holmes della mia vita.

“Sir. E’ stato il gatto”.

Oh beh, forse abbiamo uno yeti randagio in giardino e non lo sapevamo.

Ore 13.
La scoperta

Non ci sono gatti mannari e nemmeno yeti inferociti.
C’è il personale di servizio della nostra nuova vicina di casa il quale, non si sa bene perchè, è stato licenziato in tronco e ora, a titolo dimostrativo e pure un po’ a sfregio, ha deciso di punirla cagandole davanti la porta di casa.

Se noi non abbozziamo mai, loro ancora di meno.

Lady B.