Cagatori seriali

“Ti dico che è sullo zerbino! Proprio davanti al portone di casa!”
“Ma smettila dai.”
“Te lo giuro!”

Ore 9 del mattino.
Houston abbiamo un problema.

La mia metà migliore, fresco di doccia, va in ufficio. O meglio, scende la rampa di scale che lo porterà nel mondo esterno. E a un certo momento, si ferma.

E’ sbigottito.
C’è qualcosa che non dovrebbe esserci proprio sullo zerbino di casa.

Perdonerete la mia crudezza ma devo dire le cose come stanno.

C’era un enorme cagatone. Non del guano di uccellini, non una cacca di topo.
C’era proprio un cagatone.
E ora?
Chi può essere stato?

Egli non può crederci. In 3 anni di India più o meno abbiamo visto di tutto ma mezzo chilo di cacca davanti casa, per giunta su uno zerbino peloso, no.

“Vai a chiedere numi al guardiano” gli suggerisco.
Io non posso farlo poichè sono in pigiama e molto probabilmente, per quanto consapevole della odorosa presenza, la pesterei con le mie infradito di gomma.

“Sir. E’ stato il gatto.”
“Il gatto?”
“Si, il gatto.”
“Un gatto non può produrre cacca pari al doppio del suo peso” argomenta astuto lo Sherlock Holmes della mia vita.

“Sir. E’ stato il gatto”.

Oh beh, forse abbiamo uno yeti randagio in giardino e non lo sapevamo.

Ore 13.
La scoperta

Non ci sono gatti mannari e nemmeno yeti inferociti.
C’è il personale di servizio della nostra nuova vicina di casa il quale, non si sa bene perchè, è stato licenziato in tronco e ora, a titolo dimostrativo e pure un po’ a sfregio, ha deciso di punirla cagandole davanti la porta di casa.

Se noi non abbozziamo mai, loro ancora di meno.

Lady B.


Ghazipur senz’acca

“Ma perchè lo fai?”

No, non è Masini e nessuno mi sta chiedendo se mi drogo. E’ la mia metà migliore che, mentre si fa il nodo alla cravatta, vuole sapere perchè, con 50 gradi e il 90% di umidità, io abbia deciso di andare al confine con l’Uttar Pradesh.

“Perchè mi hanno detto che c’è il mercato dei fiori più grande dell’India, in un posto che si chiama Ghazipur. E’ solo a una mezz’ora di macchina da qui!”

“Lo sai che non sarà mai mezz’ora di macchina ma almeno 3 ore. Tu devi avere qualcosa nel cervello che funziona solo per metà”

Sentenzia, ma tanto io ho già deciso. Lo mollerò in ufficio e con Satish, l’autista, andrò a cercare questo posto e già so che sarà un posto meraviglioso perchè tutto ciò che ha a che vedere coi fiori non può che essere bello.

Attuata la prima parte del programma, ovvero scaricare davanti all’ufficio la mia metà migliore tutta inamidata e profumata, mi lego in testa il foulard a mo’ di turbante e do’ a Satish tutte le indicazioni.

Mi guarda un po’ di sbieco e mette in moto.

Non c’è molto traffico, a parte un cammello che si è seduto nel bel mezzo di un incrocio e sta creando qualche dubbio sulle precedenze, e in poco meno di 45 minuti siamo quasi lì.

“Satish, lo conosci questo posto?”
“Certo Madame, è il mercato che rifornisce tutti i ristoranti della città”

Ristoranti? Ma non si vendevano fiori? Mi chiedo. E vorrei chiederlo pure a lui, se non fosse che mi prende in contropiede.

“Madame, ma ti sei portata la mascherina anti puzza?”
“No… Perchè?”

Non dice nulla ma, muovendo il braccio di 180 gradi, mi indica un’enorme montagnona nera dalla quale, in alcuni punti, esce del fumo denso.

“Ma che è sta roba? La casa di Sauron?”
“Chi è questo Mister Sauron? Spero non viva lì davvero…”

Memo per me. Satish non ha senso dell’umorismo.

“Lascia perdere Satish…cos’è sta roba?”
“E’ la discarica più grande dell’Uttar Pradesh Madame!”

E mentre lo dice, passiamo sotto quest’enorme e altissimo Appennino fatto di monnezza. Che, peraltro, ha un odore nauseabondo perchè, già l’immondizia non è nota per odorare di fiorellini di campo, ci sono 50 gradi ed è la festa della fermentazione e del vibrione.

Inizio a imprecare.
Penso a De Andrè, al suo letame che faceva nascere i fiori…mi pare che la cosa non si applichi a questo caso.

Parcheggiamo e scendiamo.

“Madame. Tu mi fai sempre andare in posti schifosi.”
“Satish…ma i fiori?? Dove stanno i fiori?”
“Madame, qui non ci sono fiori. Solo cipolle, aglio, patate e polli”

Non capisco.

“Ma scusa…non siamo a Ghazipur, il posto con il mercato dei fiori?”
“No Madame. Noi siamo a Gazipur, senz’acca. A Ghazipur con l’acca ci stanno i fiori, a Gazipur senza’acca ci sta la discarica e il mercato dei polli e delle cipolle.”
“E perchè siamo venuti a Gazipur senz’acca?”
“Perchè Ghazipur con l’acca sta a 400 km da qui. Vicino Lucknow. Forse, con tutto il rispetto madame, non hai dato la giusta importanza alle H.”

E mentre, sotto il sole cocente delle 11,30, rifletto sull’importanza delle lettere mute, un’enorme mucca pezzata di marrone mi lascia davanti ai piedi un profumato ricordo.

“Ma perchè l’ho fatto?”

Lady B.


Ogni scarrafone…

Ci sono quelle giornate in cui sei costretta a fare i conti con la realtà e a rivedere le tue posizioni.

Voglio dire, possiamo sbagliare tutti e non sempre la lungimiranza è cosa di questo mondo.

E non è colpa di nessuno, sicuramente non tua.

Parlo di quelle giornate che iniziano con te che, ancora assonnata e praticamente senza occhiali (quindi cieca), vai in bagno e nel lavabo vedi qualcosa che si muove. Che tenerezza. Sembrerebbe un piccolo gattino, solo senza peli. Allora con uno sforzo sovraumano metti a fuoco e ti rendi conto che gattino un cazzo. Quello è un enorme scarafaggio che muove festoso le antenne che sono più lunghe di tutte le vibrisse di tutti i gatti del circondario messi insieme.
Tra le varie opzioni, visto che sei sola a casa, scegli quella di “scaricargli addosso un’intera bomboletta di DDT altamente tossico, chiudere la porta, urlare e fuggire via lontanissimo. Almeno in cucina”.
In cucina, ovvero quello che ritieni essere un luogo sicuro, provi a metterti su un caffè. Si, provi. Perchè tutta la famiglia di quella bestia orrenda, che probabilmente ora è un cadavere, sta uscendo dal lavandino della cucina e, no, questo non è affatto giusto perchè sono appena le 9 del mattino e tu hai già incontrato tutti gli scarafaggi che è ammesso vedere nel corso di una vita intera.
Prendi un’altra bomboletta e replichi le attività svolte in bagno. Poi te ne vai in terrazzo, in preda a una crisi isterica.

La giornata è ancora lunga ma il terrazzo è un posto tranquillo. C’è una bella luce, il verde delle piante è lussureggiante, complice il monsone. Chiudi gli occhi e inspiri a pieni polmoni l’aria del mattino che magari non sarà fresca come quella di montagna, ma ancora non è a 50 gradi. E mentre stai lì, in pace con tutti e tutto, all’improvviso “VROOOOOOOOOO!!! VROOOOOOOOOOOOOOOOOO!” All’improvviso un esercito di pialle, trapani e martelli.
“VROOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!” polvere di legno ovunque.
Ti spenzoli fuori, giusto per capire chi stia tentando di demolire la casa dalle fondamenta ma, a parte una nube di polvere e calcinacci, l’unico indizio è appunto “VROOOOOOOOO!”

Scendi di corsa le scale e trovi un esercito di indianini scalzi e manco troppo vestiti che, tuttavia, sono armati di trapani e un paio anche di piccone. Apparentemente stanno facendo qualcosa nel garage di fianco al tuo. Secondo il tuo modesto avviso lo stanno prendendo a roncolate ma decidi di indagare e chiedi al portiere, che qui si chiama “guardiano” e che non è nè un portiere nè un guardiano. E’ uno che dorme e che ogni tanto ti apre il portone.

“Oh madame, stanno costruendo un ufficio”
“Eh? Nel garage che sta nel cortile di casa?”
“Si madame. La tua nuova vicina ha deciso di costruire un ufficio in garage”
“E’ legale?”
“Non lo so.”
Silenzio
“Ah madame. Hai avuto problemi con gli scarafaggi?”
“Si. Si cazzo si! Perchè?”
“Perchè la vicina ha fatto la disinfestazione e ora stanno risalendo tutte le tubature. Sono grossi eh?”

Non ho tempo di rispondere. Torno a casa e mando un messaggio alla mia metà migliore.
“I nuovi vicini. Sono più infami dei vecchi!”
“Non rosicare subito. Aspetta. Non fare niente, per favore.”
“Ok.”

Comunque, ad ogni buon conto e per i futuri seguiti, sto maturando l’idea di conservare la lettiera sporca dei gatti. Perchè nella mia testa, si sta già formando uno scenario apocalittico in cui noi, dal primo piano, lanciamo bombe chimiche a base di cacca di gatto in testa ai vicini che replicano tirandoci scarrafoni.

Sempre perchè noi non abbozziamo mai.

Lady B.


Due anni e due valigie

Due anni fa, esattamente due anni fa, festeggiavamo l’arrivo in India di due enormi valigie piene di roba. Principalmente  di scarpe. Ma anche di vestiti, di libri, di collane, di bigliettini, di regali. E di sogni. Moltissimi sogni. Il resto di quel carico, ovvero io, sarebbe arrivato solo qualche mese più tardi ma era importante festeggiare quelle due valigie. Così come è importante festeggiare l’inizio di qualunque cosa. L’inizio di un nuovo lavoro, di una nuova avventura, di una vacanza.

C’entra qualcosa con “il cominciare le cose con il piede giusto” e con il lasciarsi dietro le paure che ogni novità comporta perchè il cambiamento è sempre difficile e quasi sempre, almeno in parte, doloroso. Ma non esiste una cosa bella che all’inizio non sia difficile ed è veramente importante lo spirito con cui si affronta tutto quello che è al di fuori del nostro controllo.

Due anni fa, esattamente due anni fa, ancora non lo sapevo ma, festeggiando l’arrivo di due valigie, abbiamo dato inizio a una vita a due. Due anime diverse che sono rimaste tali ma che piano piano sono diventate complementari, che hanno imparato a capire l’una i ritmi dell’altra e a marciare di pari passo. Che hanno scelto di amarsi giorno per giorno anche quando sarebbe stato più facile mandarsi al diavolo. Perchè se c’è qualcosa che veramente richiede pazienza, coraggio, dedizione è la scelta quotidiana di stare l’uno accanto all’altra. Di tendersi la mano anche quando vorresti usare una forchetta incandescente per ribadire le proprie ragioni. Di amarsi, non solo di innamorarsi.

E allora, ieri come oggi, mi dico che se c’è qualcosa di cui veramente è valsa la pena, è stata aprire quelle due valigie e rendersi conto che dentro c’erano tutti gli elementi per costruire il futuro più bello. Quello che desideravo e che, a distanza di due anni, festeggio tutti i giorni svegliandomi con il sorriso accanto a chi, con il mio stesso entusiasmo, ha tirato fuori tutti i sogni e li ha lasciati volare disordinati per casa.

 

Lady B.

 


Never abbozzing people. Il ritorno.

man-75218_1280“Oh. Se ne sono andati!”
“Ma chi?”
“I Vicini!!”

Passo indietro. Come più volte detto, noi avevamo un problemino irrilevante con Il Vicino. Ci odiava. E per sottolinearlo meglio, quando si è trasferito non solo non ci ha detto nulla ma non ci ha manco salutato.

E noi siamo stati molto tristi per tutto ciò ma, dando prova di grande senso civico, abbiamo avuto una reazione molto equilibrata. Matura, oserei dire.

“EVVIVA! STAPPIAMO UNA BOTTIGLIA DI VINO!”

Per giorni, abbiamo gongolato nel tornare a casa e nel prendere atto dell’assoluta assenza di vita umana al piano di sotto. Non eravamo più costretti a rimanere chiusi in macchina in attesa che Lui si barricasse dentro casa per evitare accuratamente anche solo il contatto visivo con noi.

E’ stato un bel momento. E come tutti i bei momenti è durato poco.

“Madame, vi è arrivata una lettera…”

La apro.

“Salve siamo i nuovi inquilini del piano di sotto e blablablabla. Volevamo chiedere scusa in anticipo per la confusione che potremmo fare nei giorni immediatamente successivi al trasloco e blablablabla. Speriamo di incontrarvi presto e blablablabla”

Cavolo.
Una lettera cordiale.

Possibile che, dopo 3 anni di vicini completamente matti (come quello che ha dipinto il muro di casa di un bel color nero su cui poi ha inciso strane frasi di lode alla vita), prepotenti (come quello che un bel mattino ha deciso di installare un cesso, si un cesso, nel NOSTRO terrazzo) o che ci odiavano (come questo che, se ci vedeva passare, poi andava a farsi fare un esorcismo dal Padre Amorth indiano), possibile che ora questi siano delle persone normali?

Lo chiedo al vicino della mia vita.

“E ora?”
“E ora niente. Aspettiamo. Ma tu ricorda: noi non abbozziamo. Mai.

Con queste premesse dense di serenità e con una rinnovata fiducia nella categoria del “Vicinato”, ci apprestiamo ad accogliere questa nuova famigliola.

Tenendo in bella mostra una leppa sarda.

Never abbozzing people.

Lady B.


La potenza dell’orcio.

Ore 6 del mattino. Anzi, ore 5,50 del mattino. (Così è più scenico)

BANG! BANG! BANG! BANG!
“Stanno sparando nella casa di fronte?”
“No…E’ più un rumore di piccone…”
“Stanno picconando alle 6 del mattino?”
“Ora smetteranno. Rimettiti a dormire”

Ore 6,15 del mattino

BANG! BAAAAANG! CRACK! BAAAANG!

In casa, silenzio. Ma un silenzio di quelli tesi, che si tagliano con il coltello.
Io sono immobile nel letto e attendo perchè lo so che lui, il rosicone della mia vita, non resisterà a lungo.

Ore 6,30 del mattino

Rumori misti di ferraglia che cade violentemente sul selciato.
Urla in dissolvenza.

Il rosicone della mia vita si alza. O meglio si lancia giù dal letto, ancora tutto avvoltolato in un lenzuolo che ormai gli funziona da palandrana. Come una furia si affaccia alla finestra, emette un grugnito e si infila un paio di infradito che, a giudicare dalla misura, credo siano mie.
Temo che voglia uscire di casa così. Avvolto in questo lenzuolo che lo fa assomigliare a un antico romano però con un paio di ciavattelle di plastica coi fiocchetti che gli conferiscono un aspetto assai poco marziale.

“Ma cosa fai?” chiedo
“Ora gliene dico quattro.”
“Combinato così?”

Mi guarda con disprezzo. Poi molla il lenzuolo, lancia le mie ciabatte e si veste. Di tutto punto. Alle 6.30 del mattino. Esce.

Lo so cosa sta per succedere, quindi sposto la poltroncina della camera da letto sotto la finestra e infilo il naso tra le tende. E attendo.

Conto fino a 3 e lo sento. L’inconfondibile passo della mia metà migliore in assetto da rissa.
“SIETE MATTI? SONOLESEIDELMATTINOMIAVETESVEGLIATOCHAIMOLAPOLIZIA!!” Se fossimo a Roma aggiungerebbe forse “Mortacci vostra”. Forse però, perchè la mia metà migliore è un signore e a casa le parolacce di solito le dico solo io.
Poi se ne va. Gli operai, tutti dotati di piccone e frullino, si guardano e uno si porta un dito alla tempia, come a dire “questo è matto”.

Ore 7

La mia metà migliore si riposiziona nel letto, con aria soddisfatta.
“Gliele ho proprio cantate, eh?”
“Eh si…”
Non dico nulla sul fatto che gli operai lo hanno scambiato per un invasato.

Questo lungo prologo per dire che tempo mezza giornata la nostra dirimpettaia, una signora indiana completamente matta che cerca di vendermi ogni volta che mi vede dei cazzo di tappeti e del basilico indiano, ha fatto montare delle impalcature pencolanti di ferro e bambù su cui, alla faccia della 626, stanno appollaiati circa un centinaio di operai che stanno prendendo a martellate il tetto.
Tetto che, chiaramente, si sta sgarrupando sotto i colpi del martello producendo calcinacci grossi come meteoriti che si spargono generosamente ovunque, anche nel nostro vialetto.

Ora, non voglio soffermarmi su quanto possa essere incauto sfondare un tetto durante la stagione monsonica, ovvero quando piove per ore senza soluzione di continuità.
Non voglio nemmeno raccontare di quanto possa essere surreale vedere quotidianamente cadere blocchi di cemento armato per terra manco fossimo a Dresda.

Voglio soffermarmi invece sul fatto che ieri una misteriosa donna mai vista prima, che immagino sia una del quartiere, forse innervosita dal fatto che mentre passeggiava è stata vittima di una lapidazione verticale, è entrata nel giardino della casa incriminata e, dopo aver urlato come un’aquila qualcosa in hindi, ha iniziato a far roteare in aria vorticosamente degli orci di coccio e li ha lanciati in direzione degli operai. Centrandone qualcuno.
E vorrei anche sottolineare che, dopo questa performance quasi kabuki, oggi gli operai hanno iniziato a smartellare alle 10 del mattino e, con garbo, hanno iniziato a raccogliere i calcinacci posizionandoli in appositi secchi.

La potenza dell’orcio.

Lady B.


Casalighitudine sui generis

Mi sono riscoperta un po’ casalinga dentro.
Dopo anni passati a correre avanti e indietro per meeting, briefing, updating, recalling, scassaminchieing ad un certo punto, improvvisamente, scopro che pure prendersi cura della casa non è male. Alla fine della giornata, si è sfatti come dopo 4 ore di riunione ma, tutto sommato, si vedono i risultati del proprio lavoro.

Salvo che qualcuno non decida di rubarteli.

Ebbene si.

Avendo trascurato per circa un ventennio il significato della frase “fare il bucato”, ho iniziato a metter su lavatrici come se non ci fosse un domani. Molte camicie (non mie) sono state sacrificate sull’altare del lavaggio a 40 gradi con calzino blu che di soppiatto si è infilato in un carico di bianchi. E comunque il celeste non passa mai di moda.

Mi piace molto che il bucato odori di sole e di vento, dunque stendo tutto nel balconcino di servizio. In quel balconcino per la verità c’è di tutto: un’amaca montata per metà; i resti di un orto da terrazzo che la mia metà migliore, noto come Pollice Marcio, ha fatto morire a una velocità record; un tappetino per consentire ai gatti di farsi le unghie per quanto loro preferiscano sempre il divano più costoso. C’è pure uno stendino. Su cui, banalmente, stendo.
Qualche giorno fa, mentre terminavo questa operazione sudando come un bue poichè c’erano i soliti 39 gradi che rendono piacevole qualunque cosa, ho sentito un tonfo.
Un rumore sordo, come di un corpo che si lancia a peso morto da qualche parte.
Non faccio in tempo a girarmi e mi ritrovo faccia a faccia con un enorme scimmione bianco. Incazzatissimo. Faccio la vaga. Anni di India mi hanno insegnato che davanti a scimmie che pesano più o meno quanto te, è meglio abbozzare. Lei no. Lei non abbozza. Si avvicina e poi guarda lo stendino. Non faccio in tempo a capire cosa vuole fare che si è tuffata tra i miei panni e inizia con perizia mammifera a togliere le mollette. PORTANDOSI POI VIA IL MIO BUCATO.
O meglio, portandosi via delle mutande che, lungi dall’essere mie, sono della mia metà migliore che sicuramente sarà felice di essere la vittima di una rapina così singolare.
Vorrei reagire tirando una scarpa alla scimmia ma sospetto che se la ruberebbe e, all’occorrenza, mi mozzicherebbe pure. Abbozzo ancora e batto in ritirata verso casa.
Lei nel frattempo, con un’agilità che io non ho mai posseduto, salta sull’albero di mango che sta davanti al balcone. E inizia a prendermi palesemente per il culo. Facendo il tipico suono “Uhuhuhuh”, mi sventola le mutande davanti agli occhi e inizia a scuotere l’albero di mango facendo precipitare al suolo diverse centinaia di manghi dal peso di mezzo chilo ciascuno. Granate vegetariane che si spiaccicano al suolo al suono di “Sciack” rendendo il pavimento uno schifo appiccicoso.
Ci guardiamo. Lei con aria di sfida, io con odio.
Dando prova di maturità e coraggio, chiudo l’inferriata e, ebbene sì, la mando lì dove la schiena perde il suo onorato nome.

“Ti sei fatta mettere i piedi in testa da una scimmia”
“Taci.”
Ed è subito sera

Lady B.


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